“Ho voluto ripubblicare questo saggio del 1983 perché credo che la sua arte sia di qualche utilità oggi”. Massimo Cacciari è dagli anni ’70 uno dei protagonisti della discussione politica e filosofica europea. Con queste parole ha aperto la sua lectio magistralis, nel suo stile affascinante e a tratti burbero, dedicata a “Van Gogh. Per un autoritratto”, un viaggio attraverso l’opera del pittore – i simboli, i paesaggi, gli autoritratti, gli oggetti dipinti, i colori – commentata dal filosofo e illustrata con ampio apparato di immagini (Morcelliana editrice). La Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto è strapiena e non si è persa una parola. Il merito dell’organizzazione è, come sempre, dell’insuperabile Mimmo Minuto.
Van Gogh, spiega, è uno degli artisti più amati dal grande pubblico, ma perché? È davvero più facile, più comprensibile degli altri grandi pittori contemporanei? “Certo, si vede quel che rappresenta – un cipresso è un cipresso, una sedia è una sedia – ma è complesso come le altre avanguardie, seppur in modo diverso”. La domanda resta sempre, infatti: Che cos’è la realtà? Com’è che la si conosce?
Quello di Van Gogh non è affatto, per Cacciari, un realismo ingenuo. Non è, poi, nemmeno un impressionista. Per questi ultimi, infatti, la cosa è fenomeno, “ciò che mi appare a me in una determinata situazione, in un determinato momento”. Per Van Gogh invece “la cosa è presente, reale, è un problema per me, qualcosa che mi viene addosso”.

A interessargli è un aspetto nascosto: “La cosa nel suo sprigionarsi, scatenarsi verso di noi. È lo sforzo, l’energia che la cosa avrebbe per esistere”. E qui emerge una parola chiave: tormento. Nella mistica, osserva Cacciari, la parola fonte vuol dire anche tormento: “Nulla si genera senza tormento, senza passione. Tutto sorge, emerge, ma immanente vi è l’elemento del tormento. Tutto partecipa del dramma: cielo, terra, alberi, paesi… è la realtà nel suo ex-istere, nel suo imporsi a noi”. Ogni ente esiste per comunicarsi, “per entrare in partecipazione con noi. E noi osservandola, vivendola, vogliamo entrare in relazione con lei. Questa relazione deve essere la più profonda possibile, la più empatica possibile”. Qui nasce la sofferenza tragica di Van Gogh: l’impossibilità della perfetta compartecipazione. “Questi cieli vogliono comunicarsi a me, ma come faccio? Certo, con opere come quelle di Van Gogh. Ma non è niente di compiuto, è un tentativo”.
Ecco allora la figura del pellegrino, viandante perennemente in cerca: “Il pellegrino è colui che va alla ricerca di simpatia, sentire insieme. Ma è un andare continuo, solo un tendere alla meta”. Le sue scarpe, altra opera importante e tema discusso anche da Heidegger (sbagliando), sono per Cacciari profondissime: “Sono usate sì, ma non abbandonate. Sono usate, ma non inutili, non sono sottratte al loro valore d’uso, servono ancora. Ma al contempo non c’è solo il valore d’uso, perché sono del pellegrino”.

Tagliarsi un orecchio, Cacciari affronta anche questo gesto estremo: “Perché lo fa? È un sacrificio del sé. Vorrebbe essere buono, nel senso di buono per andare verso la comunione perfetta con l’altro. Si taglia l’orecchio per farne dono”. È follia? Certamente, ma c’è la follia come insania ricorda il filosofo citando Platone e come dono degli dei. “Ma per cosa? Per questo conatus, per uscire dalla caverna egoica del sé, direbbero gli psicanalisti, per fare vuoto in sé –invece– nel linguaggio dei mistici che Van Gogh legge». Qui Van Gogh si avvicina alle figure dell’Idiota di Dostoevskij e poi di Nietzsche: “Anche in lui la follia, quella che lo porta ad abbracciare un cavallo a Torino. È un bisogno di abbracciare l’altro, una solitudine che esplode per unirsi. È Dioniso, quel collegare tutte le cose, comprenderle in sé, follia che arriva alla fine dopo il tentativo che il filosofo fa di pensarlo e l’artista di dipingerlo”. E cita Nietzsche: “Io amo chi sa tramontare e offrirsi in sacrificio…”. L’Oltreuomo, chi altro è, se non questo?
La compassione di Van Gogh è radicale, come quella di un’altra opera importante in cui rappresenta il Buon samaritano: “Nel testo greco dei Vangeli non si parla di semplice misericordia, ma di viscere che si lacerano. Questo è esattamente quello che sente Van Gogh, solo che lui lo sente per tutto, animato e inanimato, perché in realtà tutto ha questa energia sorgiva”. Ogni cosa partecipa dell’immortalità della Natura naturans alla maniera di Spinoza. Van Gogh si percepisce, lo leggiamo nelle sue lettere, anche come cane: “In tante lettere ha l’immagine di sé come cane, in quanto fedele, ha fede, non sa tradire, ha il gusto del servizio. Senza risentimento, nella bellezza del servizio”.

E i famosi girasoli? “Ogni ente ha natura solare, può essere visto sub specie aeternitatis, nella sua dignità e non semplice utilità. C’è gioia in Van Gogh, certo, ma anche presagio della possibile fine (i girasoli recisi). Una dissonanza che si vede nei colori, caldi e freddi, in una compresenza continua”. Nessuno come Van Gogh ha visto la tragica delizia del colore. Diverso dagli altri pittori contemporanei e da quelli successivi che elaborano teorie del colore, lui non calcola: “Non dipingeva come i grandi maestri colti, le cui pitture esprimevano ordine (come Kandinskij). In lui domina il pathos del colore. Non vi è alcuna armonia e ‘composizione’, perché sono proprio strade diverse”.
Duro con chi banalizza la profondità del pittore oggi: “Un mondo che dimentica quella follia non può comprendere quest’arte, che non ha a che fare con le altre avanguardie. Abbiamo forse dimenticato una dimensione importante della nostra civiltà, l’Europa o cristianità”. E, conclude, “quando la ragione con comprende nulla di queste follie genera mostri. Mostri di egoismo, di gelosia, di risentimento, di violenza”. E allora “non tagliamoci l’orecchio ma forse è necessario circoncidersi un po’ il cuore”.
Van Gogh emerge così come un uomo che cercava una comunione impossibile, un artista la cui follia è “una misericordia insopprimibile”. E forse, oggi più che mai, ci serve ricordarlo per non dimenticare la parte più profonda della nostra umanità.

