Una sera d’agosto, tra le attività della Festa Rossa di Rifondazione comunista a San Benedetto del Tronto, Pier Giorgio Ardeni – professore di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna, già presidente dell’Istituto Cattaneo – porta al centro della scena una parola che, nel dibattito pubblico, è scomparsa: “classe”.
Economista di lungo corso, studioso di disuguaglianze e trasformazioni sociali, Ardeni ha lavorato in Europa orientale, Africa e Asia con organizzazioni internazionali. Ha indagato la storia dello sviluppo italiano, la grande emigrazione di fine Ottocento, il capitalismo e i suoi effetti sulle dinamiche elettorali. Stavolta, però, il titolo del suo libro dalla copertina rossa, in bella vista sul banchetto della Libreria Prosperi, è: “Le classi sociali in Italia oggi”.

“La classe dei lavoratori salariati esiste, ma è sparita dai radar della politica. Io lo dico non per nostalgia – esordisce – l’operazione che ho fatto è semplice: a 50 anni dal famoso libro di Paolo Sylos Labini, vedere la situazione di oggi. E le statistiche ufficiali ci dicono che c’è una vasta fascia lavoratrice. Perché cos’è una classe? La differenza che ha ancora un senso è quella più antica di tutte, tra chi è pagato per il lavoro, la prestazione d’opera che svolge, e chi paga. E già Marx semplicemente ce lo ha detto. Il conflitto distributivo non è nient’altro che quello: come debba essere ripartito il surplus fra capitalista e lavoratore”.
Il professore non si limita a una definizione astratta: “Oggi ci lamentiamo dei paesi del sud-est asiatico che ci fanno concorrenza sleale attraverso lo sfruttamento dei loro lavoratori. Ma il nostro capitalismo è stato esattamente quello, e per decenni, fino a pochissimo tempo fa. Fino a quando la classe operaia si è resa conto di sé stessa e, attraverso le lotte del movimento operaio, ha ottenuto delle conquiste. Nessuna conquista è un regalo”.
Il quadro che disegna è dinamico: “Certo, economia e società sono cambiate nel frattempo: l’Italia da paese agricolo è diventato sempre più industriale e poi è cresciuto il terziario (il settore che non è né agricoltura né industria: i servizi). E allora economisti e sociologi hanno iniziato a parlare di ‘cetomedizzazione’, ovvero siamo tutti ceto medio e la classe operaia è scomparsa. Però i fatti ci dicono che non è andata così. Un po’ per ragioni strutturali – moltissimo si produce in Sudest asiatico, ma non tutto – e poi ci sono gli operai anche nei servizi, eccetera. Insomma, la classe lavoratrice resta (seppur ridotta e modificata), ma c’è qualcosa che uniforma: stili di vita, consumi, usi. Eppure resta lo sfruttamento, cioè il non essere pagati equamente, da parte dei lavoratori, rispetto al lavoro compiuto. Quindi restano le ragioni del conflitto distributivo, ma in un contesto di disarticolazione delle varie forme del movimento operaio (sindacati, partiti ecc.), disarticolando nel tempo la classe vera e propria (con la sua solidarietà, condivisione ecc.)”.

La disarticolazione, per Ardeni, ha avuto strumenti precisi: “Il modo più semplice per attuarla era la legislazione sul lavoro, e attraverso la precarizzazione si è fatto proprio questo: creare gerarchie e stratificazioni nel mondo del lavoro”.
Poi arrivano i numeri: “Le statistiche ci dicono che oggi abbiamo un 25% del mondo del lavoro come classe operaia (era il 50%, ma è ancora una cifra ragguardevole) e un 65% di classe media, mentre il resto sono le classi superiori”.
Negli anni ’90, racconta, si è respirata “l’euforia, l’idea che il benessere possa continuare a crescere, che sarà per tutti e, quindi, non ci dobbiamo porre questioni di classe perché siamo tutti uguali, tutti ceto medio… ha prodotto una realtà in cui al massimo ci si preoccupa di uguaglianza di opportunità. Ma se siamo simili, se siamo tutti classe media, le situazioni saranno simili e la differenziazione da cosa sarà prodotta e giustificata? Dal merito. Se sei povero, insomma, è colpa tua. E la sinistra l’ha accettato”.

E poi tagliente: “Con la precarietà hanno reso le classi subalterne ancora più subalterne: la lotta di classe – come ha detto Gallino – l’hanno vinta loro. Banalmente, non tutti possono studiare alla Bocconi, a quei costi, e anche se potessero non avrebbero poi il giusto network di relazioni per farla fruttare davvero… Così come non tutti possiamo diventare ingegneri, inventori di app di successo ecc.: non si può diventare tutti classe dirigente. Quando la mobilità sociale ha iniziato a sembrare eccessiva, le classi dirigenti si sono chiuse. E siamo tornati a un mondo in cui conta troppo l’ereditarietà (il Rastignac di Balzac che si chiede se conviene sposare l’ereditiera oppure sacrificarsi nel lavoro)”.
Che fare? “I ricchi hanno sempre più potere politico e lo usano – ad esempio con i tagli di tasse – per essere sempre più ricchi. Stiamo vivendo una società sempre più classista. E la classe subalterna ha reagito, sentendosi sempre meno rappresentata politicamente, isolandosi, ovvero astenendosi al voto. E lo si vede, fra i giovani e i salariati. Al contempo, chi vota – i garantiti, ovvero non precari – vota a destra. Una destra che li convince perché propone sicurezza, mentre dall’altra parte non danno alcuna sicurezza. Bisogna ripartire dalla giustizia, dai diritti tutti, senza mai lasciare indietro quelli sociali”.

