“Traditi”, 33 anni dopo le stragi parla Antonio Ingroia

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Ci saranno i giovani alla presentazione? Ho scritto questo libro, a 33 anni dalle stragi del ‘92 e all’epoca avevo proprio 33 anni. A loro voglio parlare, loro sono importanti” questo mi dichiara Antonio Ingroia, uno dei miei miti giovanili (ora ho anch’io 33 anni).
Ex magistrato, ha fatto parte del pool di Palermo. È stato magistrato della procura di Palermo dove è stato procuratore aggiunto coordinatore del pool antimafia. Fino al 2013 è stato a capo dell’Unità Investigativa delle Nazioni Unite contro il narcotraffico e la corruzione in Guatemala. Ha scritto quest’anno, con Massimo Giletti, “Traditi. Le mie verità sui misteri di Palermo”, “un libro in cui ho raccontato e mi sono raccontato”. Lo ha presentato alla rassegna “La risacca dei ricordi” di Mimmo Minuto a San Benedetto del Tronto, in conversazione con Andrea Vianello.

Andrea Vianello
Antonino Ingroia
Mimmo Minuto

L’incontro con Falcone e Borsellino – A 29 anni ho iniziato la mia carriera in magistratura, conoscendo prima Falcone e poi Borsellino. E restano ricordi indelebili. Due sono i tipi di siciliani: l’introverso e riflessivo (alla Falcone) e l’estroverso, sempre pronto alla battuta (alla Borsellino).

Con Falcone ho un incontro quasi fantozziano, in quanto non gli era stato comunicato che avrei svolto tirocinio post-concorso per magistrato ordinario. Lui telefona al magistrato responsabile, ottiene conferma e, dopo avermi detto che non gli era mai capitato, mi assegna una scrivania dove avrei passato mesi a stretto contatto con lui. E mi ammonisce dicendo “non una parola” di ciò che leggi deve uscire da qui. Nel tempo si scongelò e nel commiato a fine percorso mi dice “Ti piacerebbe occuparti a tempo pieno di antimafia?” e per me significò molto. Scelsi la procura di Marsala in cui il procuratore capo era Borsellino. Un uomo che, se lo vedi dalle immagini oggi, sembra incutere timore… la prima immagine di lui è nella presentazione in cui gli do del Lei e in risposta mi fa: “Mi dai del Lei? Sono così vecchio?”. Davvero il rapporto che lui aveva con i giovani, con noi appena entrati era da chioccia.

La magistratura contro Falcone e Borsellino – La forza rivoluzionaria di Falcone e Borsellino era proprio dentro il Palazzo di Giustizia. Non era stata infatti solo la politica ad aver sempre sottovalutato e minimizzato la portata del fenomeno mafioso, anche la magistratura l’aveva fatto, come parte di quella zona grigia che era per l’approccio morbido (quando in altri casi proprio connivente).

Si muore quando si viene lasciati soli” diceva sempre Falcone, perché è una necessità del magistrato che opera contro il sistema avere il sostegno di tutti, avere il sostegno della società civile. Falcone e Borsellino erano mosche bianche e lo rimasero. I loro nemici erano anche all’interno e li racconto nel libro. Appena arrivato nei vari uffici giudiziari sentivo le peggiori maldicenze. Perché? Innanzitutto, perché non c’è peggiore invidia di quella dei mediocri contro i fuoriclasse…

I traditori – Chi convinse Meli che mai si era occupato di mafia a fare domanda per Palermo? Borsellino, in una manifestazione un mese Capaci, disse: “si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche giuda si impegnò subito dopo a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli”. E Borsellino si era impegnato tanto per ottenere quei voti per Falcone al Csm, lo aveva più volte rassicurato di fronte al suo scetticismo. E sempre da dentro alla magistrature c’erano anche le opposizioni alla sua nomina alla procura nazionale antimafia.

Nel libro si fanno i nomi di tanti “traditori”, possiamo citare il procuratore Pietro Giammanco, che ostacolò e isolò prima Falcone e poi Borsellino a Palermo. E poi Giovanni Tinebra procuratore a Caltanissetta, uno degli artefici del depistaggio sulla strage di via D’Amelio.

Ma traditori siamo stati tutti, quando in vita non li abbiamo sostenuti abbastanza. Quando i palermitani sfilavano per dire “la mafia ci dà lavoro”… E poi vi racconto qualcosa che mi riguarda – e riguarda però tanti altri in situazioni simili: la petizione contro la zona rimozione antibomba sotto casa mia, i genitori dei compagni dei miei figli allora piccoli che a scuola si lamentavano perché capitava che li accompagnassi e con me c’era la scorta e le armi avrebbero “impressionato” i figli.

L’antimafia popolare – Che qualcosa sia cambiato dopo le stragi, invece, è stato merito dei palermitani onesti (e degli italiani): certo le lenzuola bianche alle finestre, ma voglio ricordare quando si riunirono di fronte alla prefettura dopo quegli eventi, in occasione di un summit di altissimo livello, e bersagliarono le auto blu delle autorità con le monetine. Noi sostituti ci riunimmo invece al Palazzo di Giustizia e la scossa che ci dà quella contestazione (come anche quella al funerale degli uomini della scorta) ci fa rompere gli indugi: presentiamo le nostre dimissioni, non si può fare antimafia a Palermo con Giammanco. E alla fine prevalemmo, lui scelse di andarsene e arrivò Gian Carlo Caselli. Un’epoca di lotta vera alla mafia. Con anche processi, non politici come dice qualcuno… ma a singoli politici, peraltro quasi tutti finiti con riconoscimento di colpevolezza. Il meccanismo parte sempre dai cittadini, senza l’opinione pubblica… i magistrati girano a vuoto, come oggi.

Mimmo Minuto

I mandanti esterni alle stragi – Sulle stragi del ‘92 la mafia aveva le sue buone ragioni per avercela con Falcone, per il Maxiprocesso… ma uccidere Borsellino subito dopo, proprio quando in parlamento si stava arenando il decreto legge che avrebbe inasprito radicalmente la lotta alla mafia (approvato dal governo sull’onda di Capaci), fu un suicidio. Per questo credo che ci fossero mandanti o co-mandanti esterni alla mafia e, sebbene creda che dopo 33 anni sia troppo tardi per avere una verità giudiziaria… la mia ipotesi è che la motivazione potrebbe risiedere nel fatto che fosse percepito come un insormontabile ostacolo alla Trattativa Stato-mafia. E la conferma nella mia ipotesi è proprio nella costruzione del falso pentito Scarantino, da parte del superpoliziotto Arnaldo La Barbera, il già citato Tinebra… per depistare le indagini. Nella questione c’è anche il ruolo di Bruno Contrada, ecc. Un depistaggio di Stato di queste proporzioni si fa per accusare semplicemente un capomafia al posto di un altro? Ecco, allora per questo è una strage di Stato.

La pista nera – “Sono un po’ scettico, invece, sulla cosiddetta pista nera” legata soprattutto alle parole del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, che raccontò della presenza del neofascista Stefano Delle Chiaie in Sicilia nei giorni della bomba di Capaci. “Mi sembra una deviazione rispetto alla verità, che secondo me è appunto legata alla Trattativa. Io non credo che quello che Borsellino seguiva fosse quella pista o, almeno, non ne ho mai avuto notizia. Lo Cicero, comunque, era considerato poco attendibile. E, poi, da chi si sentiva tradito Paolo Borsellino? A chi si riferiva quando si lasciò andare a uno sfogo con le lacrime agli occhi? ‘Non posso pensare che un amico mi abbia tradito’. Ecco io non credo nella teoria che indica il deputato Guido Lo Porto questo nome, ma penso invece a un magistrato che lo ha tradito nello scontro con Giammanco”.

Oggi chi è – Antonio Ingroia è un avvocato, ha il suo studio e difende innocenti, o che ritiene tali, “i colpevoli forse non si presentano proprio da me”. Da un diverso punto di vista, occupandosi ora di processi di tutti i tipi (mentre da pm era quelli di mafia), ritiene che qualche abuso ci sia anche da parte dei magistrati (che prima aveva più difficoltà a notare).  “Non sono cambiato sono un avvocato d’attacco come prima facevo il pm d’attacco”.

Intanto le persone già sciamano verso l’acquisto del libro per avere una firma, una foto insieme, anche soltanto una stretta di mano. E, nel corso di tutta la serata, quello che colpiva in questo flusso di parole, racconto, informazione era la stima e l’affetto delle persone, compresi i tanti giovani presenti.

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