Giovanni Fasanella racconta la “maledizione italiana”: quando l’Italia sfidò l’Impero britannico e pagò un prezzo alto

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Una volta alla presentazione di uno dei miei libri, c’era un solo spettatore. Fu un bel dialogo a tre: io, lui e il libraio (mortificato..). Io li rassicurai, basta anche convincere una sola persona ed è fatta. Dopo qualche giorno, alla presentazione di una città vicina, c’era quel libraio con una pila di libri da farmi autografare: ‘Avevi ragione sulla forza del passaparola’”. Così Giovanni Fasanella, giornalista e ricercatore, ha pubblicato tantissimi libri sull’“indicibile” della storia contemporanea italiana con importanti case editrici. L’ultimo, insieme a Mario Josè Cereghino, è “La maledizione italiana: La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata” per Fuoriscena. Siamo alla Palazzina Azzurra, a San Benedetto del Tronto, e nonostante le decine di persone in attesa, siamo su numeri ridotti rispetto a quello che ci si aspetterebbe racconta Mimmo Minuto: caso ha voluto che l’appuntamento coincidesse con eventi sportivi locali e internazionali… “Meglio, fidavi, chi è qui è davvero motivato”.

La maledizione italiana. Esiste un filo rosso, tragico e nobile, che percorre la storia d’Italia dall’unificazione ai giorni nostri. È questa la “maledizione italiana” che l’autore ci racconta con la passione e la precisione che traspaiono sempre dalla sua scrittura e ora anche dalle sue parole. È un destino crudele che ha accomunato i grandi statisti, i leader politici e i manager di Stato che hanno provato a incarnare una visione autonoma dell’interesse nazionale, radicata in una strategia di lungo periodo. Usciti di scena prematuramente in vario modo – attraverso la macchina del fango, incidenti “accidentali”, assassinii o misteriose malattie – figure come Cavour, De Gasperi, Enrico Mattei, Aldo Moro, ma anche Felice Ippolito, Adriano Olivetti e altri, condividono questa sorte avversa. La loro colpa? Aver tentato di condurre l’Italia in quelle aree geopolitiche e economiche – il Mediterraneo, il Medio Oriente, l’Africa – dove “all’Italia era proibito esserci“.

Complottismo? Come si costruisce un’indagine del genere? “Io volevo fare l’archeologo. E magari avessi fatto scavi veri: invece ho fatto scavi negli archivi. Ho questa passione per tutto ciò che non si vede ma che esiste, e riportarlo alla luce è la parte più bella“. Non si tratta di complottismo, ma di un meticoloso lavoro di ricerca archivistica durato quasi vent’anni, condotto insieme all’esperto archivista Mario José Cereghino. Lo “scavo” privilegiato non è stato in Italia, dove l’accesso agli archivi di Stato è complesso purtroppo, ma nell’Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, Londra. La scelta non è casuale. Si tratta di uno degli archivi più ricchi, prestigiosi e, soprattutto, trasparenti al mondo. Ma la ragione fondamentale è storica: alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Impero britannico controllava un quarto dell’umanità. Dai domini come Canada e Australia alle colonie in Africa e Medio Oriente, passando per protettorati e mandati in luoghi strategici come l’Egitto, l’Iraq, Malta e Gibilterra, era inevitabile che gli interessi britannici si scontrassero o intersecassero con quelli dell’Italia. Quegli archivi sono, quindi, il diario di bordo di questa superpotenza, e l’Italia vi occupa un posto di “particolare rilevanza, un paese da controllare“.

L’ipotesi di partenza. L’ingresso negli archivi non avviene a caso, ma seguendo una solida ipotesi investigativa, costruita nel tempo. Fasanella racconta di come indagando sul caso Moro si sia imbattuto in indizi trascurati che puntavano in una direzione inedita. Presidenti della Repubblica come Francesco Cossiga e figure come il giudice Rosario Priore o Luciano Violante avevano intuito che la sola lente del bipolarismo da Guerra Fredda era insufficiente per spiegare le dinamiche del terrorismo e degli intrighi italiani.
Nelle lunghe chiacchierate che avevo con Cossiga, se ne usciva sempre con un ‘forse dovremmo parlare degli inglesi’. Tutti guardavano alla CIA, ma Cossiga aveva capito che il vero convitato di pietra erano i britannici”.
Il magistrato Priore, invece, confessò: “Abbiamo dovuto lavorare di scalpello per sgrossare la materia. Ma sarebbe servito il tempo per lavorare di cesello. Perché c’era un qualcos’altro che non si voleva far emergere: una guerra mediterranea per il petrolio, combattuta non solo da nemici, ma tra alleati come Francia e Gran Bretagna”.

L’Italia colonia britannica? L’efficacia di questo metodo di ricerca è dimostrata da scoperte eclatanti. Il libro precedente di Fasanella e Cereghino, “Profondo Nero”, si basa sull’archivio personale  conservato a Cambridge di Sir Samuel Hoare, alto funzionario dell’intelligence britannica (MI6) a Roma tra il 1917 e il 1922. Quei documenti, desecretati nel 2001, dimostrano che Benito Mussolini (nome in codice “The Count”) fu finanziato illimitatamente dai servizi segreti britannici per fondare i Fasci di Combattimento, alimentare la propaganda interventista e organizzare la Marcia su Roma, tutto orchestrato dall’ambasciata britannica di Porta Pia.
Nel 2008, il quotidiano The Guardian pubblicò un’inchiesta su quell’archivio, titolando che Mussolini era un agente inglese. La notizia fece il giro del mondo. In ogni Paese, tranne uno: l’Italia. Questo silenzio non è un caso isolato, ma uno schema ricorrente. Fasanella spiega come nei documenti britannici si trovino anche i dettagli di una “rete occulta” di propaganda (e non solo) britannica in Italia, con liste di “clienti” – giornalisti, intellettuali, politici – che, consapevolmente o meno, veicolavano narrazioni funzionali agli interessi di Londra. E lo ha raccontato nel libro “Colonia Italia”. Un gigante del giornalismo come Enzo Biagi, racconta Fasanella, a un certo punto capì da dove arrivavano certe “veline” e si rifiutò di riceverle.

Alcide De Gasperi. La “Maledizione italiana” applica questa lente alla sua figura. La sua uscita di scena, accelerata dagli scandali sulla morte della giovane Wilma Montesi (di cui è ingiustamente accusato il figlio di Attilio Piccioni) e delle lettere false pubblicate dal giornale di Guareschi (secondo cui avrebbe chiesto agli Alleati di bombardare Roma per far sollevare la popolazione durante la guerra), fu in realtà orchestrata da una macchina del fango pilotata dai servizi britannici. I documenti mostrano che gli scandali, fabbricati ad arte e diffusi da testate giornalistiche “clienti” come il monarchico “Roma” di Achille Lauro, avevano uno scopo preciso: eliminare non solo De Gasperi, ma anche il suo delfino, Attilio Piccioni, con “due piccioni con una fava“.
Perché dava così fastidio? Perché, insieme a una classe dirigente di altissimo livello che includeva figure come Togliatti, in un decennio aveva rialzato un Paese sconfitto e umiliato, trasformandolo in una Repubblica democratica e in un attore economico rispettato a livello internazionale. Soprattutto, stava perseguendo una politica estera autonoma nel Mediterraneo e in Medio Oriente, aree considerate di esclusiva pertinenza britannica. Un rapporto dell’ambasciata britannica a Roma, scritto dopo la sua morte, commenta cinicamente che De Gasperi si era rifiutato di prendere “l’unica medicina che gli avrebbe salvato la vita: il pensionamento“.

Il Vaticano. Durante gli anni di De Gasperi, con Pio XII non era un blocco monolitico. Era spaccato: da un lato, il papa e potentissimi ordini come i Gesuiti erano ostili a De Gasperi, da loro percepito come troppo moderato e pericolosamente aperto ai governi di unità nazionale con le sinistre. Questa frangia, come dimostrano i documenti, fu addirittura parte della macchina della propaganda che fabbricò gli scandali contro De Gasperi e Piccioni. Dall’altro lato, l’ala filo-americana del Vaticano, guidata dal Sostituto alla Segreteria di Stato Giovanni Battista Montini (il futuro Papa Paolo VI), sosteneva invece la politica degasperiana. Questo conflitto interno alla Santa Sede rendeva il quadro ancora più complesso e pericoloso per lo statista trentino.

Aldo Moro. La sua tragica vicenda rappresenta l’apice e al contempo la soppressione violenta di quel progetto di autonomia strategica italiana inaugurato da De Gasperi. Moro non fu semplicemente una vittima della Guerra Fredda; fu il bersaglio principale di quella “guerra mediterranea” per il controllo del petrolio e delle ex colonie. Nel quindicennio che precedette il suo rapimento, l’Italia aveva raggiunto una posizione di primo piano nel Mediterraneo e in Medio Oriente, diventando un punto di riferimento per i paesi che si erano liberati dal colonialismo franco-britannico. Attraverso l’ENI di Mattei, il know-how industriale e una diplomazia abile, l’Italia offriva a queste nazioni una via alternativa, un’amicizia disinteressata (o almeno percepita tale) per riconquistare la propria piena indipendenza. Questo processo, che toccò il suo zenith con la perdita britannica di Cipro, Malta e infine della Libia filo-inglese nel 1969, fu una sconfitta umiliante per Londra. Moro, come architetto della solidarietà nazionale e di questa politica estera, divenne l’ostacolo da rimuovere. I documenti britannici mostrano che “nel 1976 fu istituita una commissione segreta di 15 membri (tra Foreign Office e Ministero della Difesa) proprio con il compito di elaborare operazioni clandestine e illegali per bloccare il progetto politico di Moro, in particolare la sua politica mediorientale”. Le Brigate Rosse divennero così il mezzo attraverso cui questo ostacolo fu rimosso: “sarebbe stato possibile altrimenti che riuscissero a fare tutto quello che hanno fatto?”.

L’art. 16 del Trattato di pace del 1947. All’origine della “maledizione” c’è un paradosso: la posizione geografica privilegiata dell’Italia. Una penisola protesa nel Mediterraneo, crocevia di rotte militari e commerciali, è strategicamente troppo importante per non essere controllata. La continuità di questo sistema di influenza sarebbe garantita, secondo un’intuizione di Benito Livigni (collaboratore di Enrico Mattei), dai trattati di pace della Seconda guerra mondiale. L’art. 16, spesso dimenticato, impegnava il governo italiano a “non perseguire i cittadini, privati e militari, che hanno aiutato la causa alleata” dal 1940 all’entrata in vigore del trattato. In teoria, era per ringraziare i partigiani. In pratica, Fasanella sospetta che negli allegati segreti (ancora non desecretati) ci siano i nomi di quella rete di “quinte colonne” che, dopo aver aiutato gli Alleati a liberarsi dal fascismo, continuarono a lavorare per conto di potenze straniere, sabotando dall’interno gli interessi nazionali italiani per decenni.

Due buone notizie.  Nonostante  il suo isolamento mediatico, Fasanella vede due grandi vittorie culturali:

  1. Il contesto internazionale è ormai accettato: oggi nessuno nega che eventi come la guerra in Ucraina o quanto avviene a Gaza non abbiano un impatto diretto sulla vita italiana, un’idea che un tempo era considerata assurda.
  2. Il ruolo della Gran Bretagna è entrato nel senso comune: mentre un tempo ogni male era attribuito alla CIA, oggi sempre più cittadini si chiedono quale ruolo abbia Londra nelle vicende italiane.

La “maledizione italiana” non è una condanna divina, ma il risultato di una lotta secolare per l’autodeterminazione in un contesto geopolitico spietato. Il libro di Fasanella non è un atto di accusa contro una nazione, ma un invito a riappropriarsi della propria storia, a sfidare il silenzio e a riconoscere il coraggio di quelle classi dirigenti che, nonostante tutto, provarono a realizzare il sogno di un’Italia sovrana e protagonista. Il loro sacrificio è un monito e un’eredità per il futuro.

Lo aspettiamo da noi presto, peraltro c’è anche un suo prossimo libro in uscita. Mentre le persone sciamano a comprare il libro, approfittando per fare nuove domande all’autore più in privato, ce lo anticipa: avrà al centro la figura di Cavour. “E dal punto di vista del supporto documentale credo che supererà anche questo, che è già poderoso,su De Gasperi. Abbiamo scoperto archivi intonsi. Io vi faccio una domanda, come hanno potuto scrivere gli storici del Risorgimento senza aver mai visto gli archivi? Gli epistolari della Regina Vittoria con i suoi i Primi ministri e i suoi ministri degli Esteri… Resta esterrefatto, ma comunque li metteremo a loro disposizione prossimamente”.

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