Ginevra Bompiani e Luciana Castellina si confrontano sul femminismo oggi

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Un’esperienza unica. Entrano nel silenzio, con il loro incedere tranquillo, Ginevra Bompiani e Luciana Castellina. Tutti già sono concentratissimi e quasi intimoriti. Sono qui per la presentazione del libro “Il femminismo della mia vicina” (Manni). Un evento, come sempre, possibile grazie al lavoro di Mimmo Minuto a San Benedetto del Tronto, che ha colto l’occasione per ricordare il suo lavoro con Valentino Bompiani (ne parlammo a lungo QUI).

Colpisce, a leggerle e ad ascoltarle, la loro energia e la grande lucidità. 86 anni la prima e 96 anni la seconda hanno attraversato il secolo scorso con biografie fuori dal comune. Si sono conosciute sedici anni fa a Viareggio, città in cui si trovavano impegnate l’una per il premio letterario e l’altra con la presidenza del Festival del cinema europeo. La loro conversazione, che costituisce la struttura del libro, prende avvio dalle reciproche esperienze per poi allargare lo sguardo e fare un bilancio del femminismo, dei mutamenti sociali, delle aspettative sul futuro.
A unirle ci sono molte cose: sono colte, politicamente attive, protagoniste dal punto di vista culturale (l’una ha insegnato Letteratura inglese e Letterature Comparate all’università di Siena. Ha fondato con alcuni amici la casa editrice “nottetempo” che ha diretto per tredici anni, l’altra ha cofondato il quotidiano “Il Manifesto” ed è stata deputata del Parlamento italiano ed europeo). Ma altri aspetti le distanziano: Bompiani non è mai stata comunista e ha resistito in un collettivo femminista tre mesi (Rivolta femminile, con -tra le altre- Carla Lonzi); Castellina è stata dirigente del Partito comunista italiano (da cui fu radiata), fino al ruolo in Sinistra italiana, oltre ad avere avuto una posizione importante nell’Unione donne italiane. Luciana Castellina si è mossa sempre in una dimensione collettiva e Ginevra Bompiani in una individuale (“io credo si pensi prima individualmente e poi si discute con gli altri”). Diversità che arricchiscono il dialogo, rendendolo mai scontato. 
La scrittura è però un collante potente, è stata infatti Ginevra Bompiani a sollecitare Luciana Castellina che con ”La scoperta del mondo”, pubblicato da nottetempo nel 2011, arriva nella cinquina del premio Strega; e poi “Siberiana”, libro nato dai messaggi che lei le inviava dal treno, in viaggio, diretta verso la Fiera del libro a Mosca. Lottano entrambe contro il patriarcato (per Bompiani una battaglia precoce, con un padre che avrebbe voluto un maschio) e aderiscono al femminismo della differenza, distinto dal femminismo contemporaneo dell’uguaglianza (in un neutro tutto disegnato sul corpo e l’identità del maschio).

Oggi c’è grande uguaglianza, il femminismo è una rivoluzione riuscita. Però questo mondo dei patriarchi, questa società è un disastro, è una tragedia quando le donne fanno le stesse cose degli uomini” specifica Bompiani. Infatti, aggiunge Castellina, “se è così, quale specificità hanno? Diventare come loro vuol dire sacrificare qualcosa dell’essere donna. Pensiamo alle donne manager che non fanno figli, mentre gli uomini manager sì. Bisogna cambiare la società, affrontando la questione degli asili nido, del lavoro di cura, dei contratti di lavoro, degli stipendi che dovrebbero essere più alti perché le donne danno un contributo maggiore alla società, fino agli orari diversi dei negozi!”. Interviene di nuovo Bompiani: “Le donne inventino una loro identità per fare cose diverse. E anche gli uomini!”. Castellina: “Io vorrei fare un gruppo di autocoscienza qui, ora, insieme a voi. Come si facevano nei primi gruppi femministi. Perché non si fa più?”.
Riprende Bompiani: “Il patriarcato non è un destino, anzi una maledizione, è venuto con un popolo del nord, invasore…” e una domanda (femminile) dal pubblico chiede un approfondimento su questo punto. E si arriva così a parlare dell’archeologa Marija Gimbutas, che ha introdotto l’idea di “civiltà matrilineare (non matriarcato perché non c’è l’archè, il potere), in cui non vi sarebbe traccia del predominio di un sesso sull’altro, bensì una convivenza pacifica: i figli erano allevati dalla famiglia femminile e se poi se si stufano hanno come riferimento da cui andare lo zio materno. Il rapporto uomo-donna non sono duraturi se non c’è sentimento, così come i rapporti del padre coi figli, presenti solo se voluti. La famiglia femminile si basava sull’autorità, non sul potere, delle donne più anziane. Non c’erano città o mura”.

Si fa comprendere ma non convince” risponde ancora Ginevra Bompiani a un altro spettatore che ha parlato della questione donna-madre e temeva di non essere stato chiaro. “Una donna che fa dei figli, fa un di più cui la società dovrebbe esserle grata. Non è più donna, non è più completa, di una che non li fa. Una donna è una donna, la sua identità è sua”. A questo si collega il tema della gestazione per altri “in questa gara, l’uomo che cosa può rubare alla donna? Proprio il figliare: colonizza proprio il suo corpo e lo domina totalmente (attraverso la remunerazione, con i controlli sulla gravidanza ecc.) e poi si prende il figlio. È un’ipocrisia dire che c’è chi lo fa per piacere, si tratta di casi per forza di cose limitatissimi: lo si fa per soldi ed è peggio della prostituzione, perché non c’è in gioco ‘solo’ il corpo ma anche i sentimenti”.
Si tocca poi il tema delle transizioni di genere in età infantile: “i bambini sperimentino tutto quello che desiderano fra le due polarità, lo sceglieranno poi. Consapevoli. Anzi, inventeranno loro. In ogni caso saranno uomini e donne ‘diversi’ proprio grazie a questa libera sperimentazione”. Conclude Castellina: “Gli uomini hanno rubato la libertà di essere chi siamo…e ci vuole una vita come ha insegnato Simone De Beauvoir per diventarlo”.

Applausi.

E io ne approfitto per sedermi accanto a loro per fare qualche domanda (con mezzi di fortuna)…

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