foto di Andrea Vagnoni
“Noi stiamo preparando i cartelloni tutti insieme” “Noi stiamo andando a prendere le bandiere” “In quale parte del mondo sei oggi tu?” “Io oggi faccio apertura in negozio, quindi sono costretto… ma poi arrivo, tu?“. Quando apro il mio telefono la mattina del 3 ottobre, tutti i gruppi WhatsApp, le chat Instagram, le storie… parlano una sola lingua: “Palestina libera“, che è poi lo slogan ripetuto ossessivamente in piazza, in italiano e in inglese.
La CGIL e l’Unione Sindacale di Base (USB) hanno infatti indetto uno sciopero generale per protestare contro l’abbordaggio israeliano delle barche della Global Sumud Flotilla (di cui abbiamo avuto QUI una testimonianza). La CGIL lo ha definito “un attentato diretto all’incolumità e alla sicurezza di lavoratrici e lavoratori, volontarie e volontari imbarcati“, mentre l’USB ha parlato di “un’aggressione che calpesta i valori democratici e la dignità umana“.


Nonostante tutto, non sono così sicuro di una partecipazione massiccia: viviamo pur sempre nella nostra filter bubble, ci hanno insegnato! E, invece, mentre mi avvicino a piedi a Piazza Matteotti alle ore 11 la trovo piena, piena di giovani. Certo, ci sono i volti “storici” delle manifestazioni progressiste in città, non mancano i sindacalisti ma quello che colpisce è la marea umana di ragazzi e ragazze, con le loro bandiere, con i loro cartelloni, con la loro kefiah, con la bandiera palestinese disegnata sulle guance. Interessante notare come ci siano, ed è una novità nella novità, molte seconde e terze generazioni: e non ai margini ma al centro a guidarlo!
Il corteo parte e mentre faccio qualche domanda a una studentessa liceale si avvicina un ragazzo con bandiera e kefiah, sulla trentina: “Ma voi – rivolgendosi alla ragazza – siete di un gruppo organizzato di studenti?” “No – le risponde – in realtà siamo mescolati. Ieri ne abbiamo parlato nelle chat e poi spontaneamente, a gruppetti, abbiamo deciso che fare e ci siamo ritrovati“. Certo, non mancano i gruppi organizzati della Rete degli studenti medi, del Fronte della gioventù comunista (e forse di altri ancora!), ma quella che prevale è una forte spinta dal basso autorganizzata.


“Come mai una bandiera dei pensionati CGIL in mano a un 18enne?” chiedo. Risposta: “Mah, non lo so. Me l’hanno data all’inizio, è bello sventolarla. Anche se ormai mi fa quasi male la mano… Della mia classe siamo in tanti, il bello è che non avevamo compiti o interrogazioni, eppure abbiamo deciso immediatamente: non possiamo mancare“.
Si aggiunge un altro: “Tanti sono comunque andati a scuola, però.. Quando c’è da saltare qualcosa sono magari i primi, ma qui c’è la nostra umanità che sta saltando: come si può restare indifferenti?“.
Mentre chiacchieriamo indico ai ragazzi e alle ragazze qualche politico che partecipa: “No, mi dispiace. Non so chi siano… Questa è la prima volta che partecipo a una manifestazione ‘vera’ al di là di quella per i termosifoni. Non sono abituato a sentire le questioni politiche così vicine, anche se so che sono importanti“. Un altro gruppetto: “Noi ora stiamo preparando una lista come rappresentanti d’istituto, non ci avevo mai pensato finora… ma adesso credo sia venuto il momento dell’impegno (o almeno di provarci!)“.


La prevalenza, fra i più giovani, è femminile. Si avvicina un ragazzo sui vent’anni: “Ma andate a lavorare!“. Immediatamente, ma gioiosamente, mandato a quel paese da una ragazza: “Ma poi lui che ci faceva in giro a quest’ora se non sciopera?“. Intanto la sua amica saltella cantando Free Palestine. Poco più in là un altro ragazzo, all’incirca 17enne, commenta ad alta voce con gli amici: “Sarebbe qua che si manifesta per Gaza” sghignazzando mentre si allontanano. “Io invece sono tornato da Chieti Scalo apposta!”.
Intanto la manifestazione arriva in piazza Simonetti, di fronte alla Prefettura. “Bellissimo vedere tanti giovani, mi commuove” esclama una docente, venuta qui con entrambi i figli; “peccato ci siano pochi colleghi, mi sembra.. Ma vedere loro è una bella consolazione“.
Mentre partono gli slogan contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, una diciottenne si ferma a riflettere: “Io non sono né di destra né di sinistra ancora. Devo capire meglio. Però non sono d’accordo: ci sono tanti qui, a prescindere da chi votano. Ma la pace, la vita delle persone indifese, la loro dignità viene prima di tutto“.


Si è fatta l’una e un ragazzo si guarda intorno: “Ma io ora questa bandiera a chi la lascio? Dovrei andare via…“.
Quando si dice che i giovani non partecipano, mi viene in mente un libro recente di intitolato “Schede bianche”: “Il primo partito italiano è quello dell’astensione. Ormai un cittadino italiano su due si è trovato a disertare le elezioni, a annullare una scheda o, semplicemente, a lasciarla bianca. Eppure, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, questo atteggiamento di generale sfiducia così pericoloso per la democrazia, è del tutto razionale e giustificato. L’astensionismo ha infatti radici profonde: dalla mancanza di mobilitazione dei partiti, alla marginalizzazione di certe sfere sociali, all’eccessiva leadership di alcuni politici, fino ad una complessiva mancanza di fiducia nelle istituzioni. Una tendenza destinata a crescere, a meno che non si inverta la rotta e non si inizi a organizzare un’offerta politica all’altezza delle nuove sfide che ci attendono“. Lo faranno?


