“Coraggioso” e “potente”: sono gli aggettivi che affiorano spontaneamente applicandosi nella lettura dell’ultimo romanzo di Alcide Pierantozzi, “Lo sbilico”, pubblicato recentemente da Einaudi.
E termini perfettamente coincidenti qualificano l’operazione di scrittura svolta dall’autore, che ha voluto rendere pubblico un diario intimo esattamente riproducente il suo vissuto, autorappresentazione di un esibito ecce homo, come dichiara esplicitamente l’io narrante Alcide Pierantozzi (“In questa storia in cui nulla è inventato, anche a costo di fare schifo”, pag. 208), addirittura rivendicando la scrupolosa puntualità utilizzata nella descrizione delle sue tranches de vie (“Ma voglio essere preciso nel raccontare questa storia, devo solo attenermi al proposito di non inventare niente”, pag. 16).
Che si tratti di un racconto feroce e totalizzante è reso ben evidente dalla ricorrenza nel testo dei resoconti delle patologie psichiatriche che vengono diagnosticate di tempo in tempo allo scrittore-protagonista (depressione infantile, depressione maggiore con disturbo ossessivo-compulsivo invalidante e psicosi, sindrome di Asperger con depressione ciclotimica, bipolarismo di tipo uno con tendenze ossessive), dei disturbi che esse producono (episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, minacce e tentativi di suicidio), delle caratteristiche dei farmaci assunti e degli effetti conseguenti.
Nessuna ritrosia anche nella descrizione dei rapporti con i famigliari: la madre, che lo accudisce, lo conforta, lo calma (significativo l’incipit del romanzo: “A quarant’anni dormo ancora con mia madre”); il padre, definito “il Negazionista”, perché da sempre rifiuta di accettare la malattia del figlio; il fratello minore, che comunque lo supporta; un altro fratello deceduto alla nascita, con deformità che inducono il padre a chiedere l’autopsia, vicenda all’origine di una chiara nevrosi collettiva famigliare.
Alcide Pierantozzi vive il rimpianto di essere stato costretto a lasciare Milano, dove ha senz’altro vissuto la fase più brillante della sua vita (“Milano si è frantumata in me, si è diroccata come una città fantasma insieme alle rovine della mia psiche”, pag. 74), perché la gravità delle sue condizioni di salute ha imposto un suo rientro in famiglia, a Colonnella, ove avverte un’asfittica atmosfera di provincialità, fatta di piccinerie e di meschinità, sotto l’insegna del presagio formulato ai genitori da uno psichiatra (“A Colonnella vostro figlio morirà. Prima s’impoverirà culturalmente ed emotivamente, poi morirà”, pag. 74).
Nell’orizzonte geografico del protagonista compare anche San Benedetto, per necessità logistiche e terapeutiche.
Sorprendente è la capacità di controllo e di vigilanza mostrate da Pierantozzi nel farsi osservatore “da fuori” delle sue particolari condizioni fisiche, senza concedere spazi a tentennamenti, a cedimenti verso l’autoindulgenza, addirittura giungendo a concertare il suo stile con tratti talvolta ironici.
Per profonda adesione alla funzione salvifica della parola, sperimentata fin dalla adolescenza, dimostra una cura da collezionista, quasi da feticista, nel disseminare la trama di termini desueti ma preziosi.
Con “Lo sbilico”, l’autore sambenedettese è riuscito a combinare mirabilmente un impasto letterario in cui il contenuto dei fatti, narrati con adesione alla realtà fino alla spudoratezza, si combina con la liricità della lingua utilizzata, tanto che la scrittrice Teresa Ciabatti su “La Lettura” del 25 maggio 2025 non ha remore nel definire il manoscritto un “capolavoro”.
Alcide Pierantozzi, nasce nel 1985 a San Benedetto, dove frequenta il locale Liceo Classico e trascorre l’adolescenza e la prima giovinezza, per poi trasferirsi, al fine di frequentare gli studi universitari di Filosofia, a Milano, ove vivrà per più anni.
Esordisce nel 2006 con “Uno in diviso” (Hacca; Bompiani, 2022), opera verso la quale la critica dimostra una particolare attenzione benevola, proiettandolo verso la notorietà letteraria; segue, nel 2008, la sua seconda pubblicazione “L’uomo e il suo amore” (Rizzoli) e la stampa si interessa sempre di più alla sua opera, annoverandolo nella nouvelle vague di narratori destinati ad affermarsi nel mondo letterario nazionale. Da allora sono seguiti ulteriori volumi pubblicati da Bompiani, Rizzoli, Laterza.
Francesco Zani, nella recensione comparsa su “Tuttolibri”, inserto culturale del quotidiano “La Stampa”, del 21 giugno scorso, scrive a proposito de “Lo sbilico”: “Il suo autore e protagonista assomiglia a un personaggio di Andrea Pazienza che pensa che settembre è una disgrazia, che il suo angelo custode è matto, che vive a Colonnella e un po’ la odia e un po’ la ama, che ogni tanto ha bisogno di dormire ancora nel lettone con la mamma”.
