Marianna Di Biagio: “Vi racconto il mestiere dell’art director”

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Marianna Di Biagio, giovane stylist e art director originaria di Martinsicuro (TE), oggi si muove tra i set di Milano e Parigi, indiscusse capitali della moda. Ma cosa significa, concretamente, ricoprire questi ruoli? Se lo stylist è il curatore dell’immagine, quello che sceglie gli abiti e costruisce il look per comunicare un’identità, l’art director è la mente creativa che supervisiona l’intero progetto: dal concetto iniziale alla scelta della luce, fino alla composizione finale dello scatto.

Ho avuto il piacere di incontrarla e, grazie a una lunga chiacchierata, Marianna è riuscita a farmi aprire gli occhi su quanto il mondo della moda sia distante dalla superficialità che spesso gli si attribuisce. Dietro ogni singola fotografia non ci sono solo vestiti, ma un lungo lavoro di ricerca, studio e collaborazione che trasforma un’idea in un’icona.

Da cosa nasce la tua passione per la moda?

Diciamo che da sempre ho avuto questa tendenza per l’estetica in generale, non solo per la moda. Mia mamma mi ricorda sempre che già quando avevo cinque anni mi lamentavo, facevo i capricci perché magari le scarpe non si abbinavano alla gonna che mi avevano messo.
Ripensandoci poi è anche una cosa paradossale perché vengo da una famiglia, in particolare mia mamma, proprio menefreghista per queste cose. Quindi, ecco, se mai dovessi far risalire la mia passione a qualcuno direi più i miei nonni, entrambi impegnati in questo settore, in quanto mia nonna era sarta e mio nonno molto attento all’estetica
“.

E sei riuscita a coltivare questa tua passione fin dalla tua adolescenza?

In realtà, ho optato per il liceo linguistico a San Benedetto perché ho sempre avuto una passione per lo studio. Credo fermamente che le lingue siano un’abilità preziosa in ogni ambito. Inoltre, l’Ipsia indirizzo moda non mi aveva particolarmente convinto. Nonostante ciò, sono sempre stata consapevole che la mia strada mi avrebbe condotta nel mondo della moda“.

Dopo il linguistico qual è stato il tuo percorso per arrivare dove sei ora?

Subito dopo il liceo veramente si è presentato un momento di crisi, perché ero indecisa con giurisprudenza e ho cercato di informarmi per poter andare a studiare alla Luiss a Roma, ma nel frattempo ho visto anche diverse università di moda.
Ti parlo di Roma perché io ero anche fermamente convinta di andare a Roma a studiare allo IED, ma poi sono andata a visitare la Naba, sempre a Roma, la Nuova Accademia delle Belle Arti, e devo dire che mi ha colpito molto. Quindi ho deciso di fare il test d’ingresso per poter iniziare i corsi lì e poter vincere anche la borsa di studio.
Nel frattempo scopro anche l’istituto Marangoni a Milano e me ne innamoro completamente e quindi scelgo di fare anche il test per entrare a Milano.
A distanza di due settimane mi arriva la lettera di accettazione di entrambe le università a cui avevo fatto domanda
“.

Eri contenta di essere entrata a Milano?

Allora diciamo che da quando mi hanno accettato al Marangoni mi sono sentita subito proiettata in quella scuola, ma non a Milano perché a tutt’oggi non amo Milano come città e non sono nemmeno sicura di rimanerci a lungo“.

I tuoi erano contenti di saperti a Milano?

Allora ti devo dire la verità, i miei genitori sono sempre stati molto aperti. Io sono figlia unica, quindi sicuramente avrebbero voluto tenermi più vicina, però mi hanno sempre sostenuta e detto che avrei dovuto fare ciò che più mi piaceva. Chiaramente erano un po’ titubanti perché comunque è sempre un percorso creativo e questo non sempre porta ad avere una stabilità economica e poi le università di moda oggi sono tutte private e di conseguenza i costi impegnativi, specialmente quelli del Marangoni.
Essere stata accettata sia dalla Naba che dal Marangoni, però, per loro è stata un po’ una conferma e si sono convinti ancora di più a fare questo investimento per la mia vita
“.

Sei sempre su Milano?

Ora si, sono fissa a Milano ma sto iniziando anche a viaggiare e a lavorare a Parigi. Vorrei provare anche Londra come ambiente lavorativo però per ora devo dire che Parigi mi piace molto e secondo me ha tanto da offrire e, per quel poco che ho visto, mi ha incuriosito tantissimo“.

Sei soddisfatta della carriera che hai intrapreso?

Sono molto contenta e mi sento molto fortunata a non aver cambiato idea. Sai spesso negli anni dell’università, soprattutto nei primi anni, si è molto vulnerabili. Magari prendi una scelta e poi capisci che in realtà non è quella la tua strada. Anzi, a volte, si ha anche paura a prendere la decisione di tornare indietro e scegliere ciò che piace davvero anche se in realtà è proprio quello che bisognerebbe fare sempre. Molto meglio rendersene conto prima che si finisca di studiare che dopo, perché più si aspetta più è difficile prendere coraggio“.

Spiegaci un po’ come è strutturato il tuo lavoro. Qual è la giornata tipo di un art director?

Allora il mio lavoro si basa tutto sulla collaborazione, in realtà. A Milano -per fortuna o purtroppo- i contatti fanno tutto. Mi spiego meglio: quando vieni ingaggiato per un lavoro, questo cliente ti porterà ad altri clienti tramite il passaparola.
Tutti i miei primi lavori li ho fatti così, certamente il curriculum serve, il tuo portfolio lo devi sempre avere con te, ma se il cliente non ti conosce, non vede i tuoi lavori, non sente parlare di te, non ti prenderà mai.
Invece se mi chiedessi di descriverti una mia giornata tipo, non ti saprei rispondere. Ed è proprio per questo che amo il mio lavoro, perché sinceramente sono una persona che non riuscirebbe mai a fare le stesse cose tutto il giorno, tutti i giorni. Sicuramente ho le mie routine, ma pensare di dover stare, non so, seduta tutto il giorno a fare una cosa, proprio no.
Quindi sì, ci sono giornate in cui mi dedico solamente alla ricerca, o giornate a cui mi dedico ai progetti editoriali, perché collaboro con diverse riviste, o ci sono anche giornate in cui mi dedico ai contatti con tutte quelle persone con cui poi formo un team, quindi non so: hair stylist, make-up artist, fotografi ecc. perché ampliano la tua rete.

Faccio molta ricerca anche di brand, specialmente i più emergenti. Mi interesso sempre alle idee degli studenti, perché secondo me è molto importante dare spazio e voce a chi vuole entrare in questo mondo e sta studiando per farlo, perché a volte sanno essere anche meglio delle persone affermate.
Questo perché quando sei designer hai dei vincoli a cui stare, hai la tua collezione di lauree e il tuo stile che devi seguire, invece da studente non devi stare a pensare a cosa vende e a cosa no: c’è una creatività molto più sincera e molto più autentica
“.

Ora stai lavorando a qualche progetto?

Ad oggi sì, sto lavorando a un progetto, ma praticamente nel mio lavoro ogni settimana ce ne è uno nuovo, grazie anche al discorso del passaparola che ti dicevo. Mentre la ricerca invece è una costante di tutti i giorni, nel mio lavoro. Per ricerca non voglio dire che bisogna mettersi davanti al computer ogni giorno a studiare, però oggi basta scrollare Instagram e già quella è ricerca. Io ti farei vedere le cartelle dei miei salvati, sono tutte costituite da ispirazioni di qualsiasi cosa, dai capelli agli shooting.

Art director o styling?

Dipende, perché in alcuni progetti faccio solo l’art director, mentre in altri solo mi occupo dello styling.
L’art director, di base, si occupa di fare il briefing del progetto da consegnare a tutto il team, che spesso e volentieri crea lui stesso”.

Senti delle pressioni in questo ruolo?

Ti devo dire la verità, no. Anzi sento più pressioni quando non ho le redini del progetto e mi preoccupo solo dello styling. Perché in quel caso devi stare sotto le direttive di qualcuno e devi fare per forza bene. Invece da art director non significa avere carta bianca e comandare su tutto, significa piuttosto proporre delle idee e poi lavorarci su insieme alle persone di quell’ambito. Anche perché però io non sono un parrucchiere, o una make-up artist, quindi mi piace confrontarmi con i professionisti e farmi consigliare da loro“.

Nessuna presunzione, quindi

Esatto, hai usato la parola giusta: non dovrebbe mai esserci presunzione, nel senso che l’art director fa il brief a livello creativo, non significa però che è sempre tutto corretto o che si possa realizzare o semplicemente io che dia ordini. C’è molta dinamica tra i vari settori, io do un’idea generale poi ognuno ci mette il suo perché poi così nasce il lavoro in realtà“.

E come ti trovi con gli altri che lavorano nel tuo settore? Sono davvero un po’ come la Miranda Priestly de “Il diavolo veste Prada?

“Allora, personalmente, io mi ritengo molto fortunata. Ho trovato quasi sempre persone con cui lavorare bene. Chiaramente ho avuto le mie esperienze negative, ma d’altronde come in ogni lavoro. Però, per la maggior parte del tempo, ho avuto occasione di lavorare con persone brave e soprattutto di imparare molto da loro, ti parlo di persone veramente umane e non solo brave a livello lavorativo. Quel genere di persone che -anche se sei solo un assistente- non ti trattano come l’ultimo arrivato.
Penso anche che questo dipenda molto anche da come tu ti poni, dall’attitudine con cui vai nei nuovi progetti, però in generale sì, ho avuto esperienze perlopiù positive.
Se vogliamo parlare de “Il diavolo veste Prada”: sì, esiste eccome, però mi sento di dire che non è sempre così. È da sottolineare, però, che non siamo più in quegli anni: il mondo della moda si è evoluto e quindi non c’è nemmeno più il bisogno di essere così ‘stronzi’. Questo non significa che magari prima ce ne era bisogno, però c’era quella tendenza al sacrificio, all’essere ‘sottomessi’. Tra l’altro di questa cosa ne ho parlato in un talk qualche mese fa sulla psicologia nel mondo della moda, ora non ricordo bene il titolo, ma era stato super interessante.
Due giornalisti, tra l’altro, Antonio Mancinelli (giornalista professionista, critico ed esperto di moda) e Letizia Schätzinger (giornalista di moda, stylist), grandi nomi della moda italiana, hanno detto che prima accettare di lavorare in un ambiente del genere era normale, perché tra l’altro non si denunciava, non c’era tutta quell’attenzione che oggi c’è, tutte quelle normative che oggi si devono seguire
“.

Molto interessante, soprattutto per i giovani che stanno per intraprendere il loro percorso professionale in questo settore.

“Certo, un ambiente di lavoro sereno e collaborativo è altrettanto formativo. Anzi, la collaborazione è il primo passo per formare una persona in questo contesto”.

“Abbiamo discusso di cambiamenti nel mondo della moda. Come ha influenzato questo settore il digitale? E il tuo rapporto con i social media?

“I social oggi sono fondamentali, come già ti dicevo prima è proprio grazie ai social che si creano i contatti”.

E ti permettono anche una certa visibilità.

Certo, anzi io penso che la gran parte del lavoro si faccia attraverso i social in questo mondo“.

I tuoi li curi da sola?

Ti dico la verità, per ora li sto curando da sola, e infatti non sono per niente costante, mi piacerebbe avere qualcuno che mi aiutasse perché a volte mi dico: ‘Questo lo devo postare’ e poi magari passano due giorni prima di pubblicarlo,
Penso che i social siano fondamentali, alla fine oggi il profilo Instagram di una persona è come un biglietto da visita, mostrarti e dare un’idea di te più concreta. Poi, per farti capire, banalmente mi sono ritrovata a parlare con altri creator e ci chiedevamo se fosse meglio una pubblicazione digitale o cartacea. Sicuramente la cartacea porta più benefici perché, come dire, diventa anche uno status, una conferma reale. Poi finire sul cartaceo è molto più rilevante di avere una pubblicazione digitale, però non so… è come nel giornalismo, penso: il digitale oggi viene letto da tutti, non solo da un pubblico ristretto. È molto più facile che venga diffusa una pubblicazione digitale, che arrivi a più persone anche di diverse fasce d’età. Io ho fatto alcune pubblicazioni digitali e mi sono arrivate molte più richieste, ho avuto molta più visibilità rispetto magari a una pubblicazione cartacea
“.

E qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

Mah, tutti i giorni mi viene da dire. A parte gli scherzi, c’è stato un progetto a cui ho dovuto lavorare che mi ha segnata particolarmente perché non c’è stato un ambiente lavorativo molto favorevole, anzi fin dall’inizio si è rivelato una catastrofe. Questa esperienza mi ha toccato tanto perché poi, anche nei mesi successivi, mi sono ritrovata a mettermi in discussione e ogni volta che ripensavo a un progetto ero me stessa che rimettevo in discussione, pensavo a cosa e dove avevo sbagliato; ho messo in discussione la mia preparazione. Questo perché soprattutto quando lavori con persone più grandi…
Ora che ci penso, questa è la sfida più grande che affronto nel mio lavoro: cercare di far valere la mia opinione nonostante sia, molte volte, la più giovane nel team. Io per la maggior parte del mio tempo lavoro con persone che sono più grandi di me e anche di tanto e, quindi, quando mi trovo in queste situazioni mi sento sempre molto a disagio inizialmente. Questo perché il più delle volte non sai come quell’adulto sia predisposto nei tuoi confronti. Poi, per carità, fortunatamente ho trovato persone che non facessero caso alla mia età anche se era palese che io fossi molto più giovane di loro. Sicuramente l’esperienza è importante e bisogna tenerne conto però è anche giusto sentire i nuovi pareri
“.

D’altronde l’entusiasmo, la creatività, l’innovazione sono essenziali in ambito artistico.

Certo, è proprio questo il punto principale, secondo me. Purtroppo, però, non tutti sono disposti ad ascoltare qualcuno di ‘più giovane’. Credo che questo accada perché significherebbe mettere da parte il proprio ego, e non tutti sono pronti a farlo. Immagina di essere l’art director di un progetto e di avere un team composto da persone più grandi e con più esperienza di te. Ogni volta che inizio un nuovo progetto in questo ruolo, non posso fare a meno di sentirmi sopraffatta perché so che non si tratta solo di stile e la mia proposta necessita del contributo di tutte queste persone. Per questo motivo, come ti dicevo prima, io cerco di fornire una direzione generale, ma mi fido anche del parere di ognuno. È importante che l’esperienza abbia il suo peso, ma è altrettanto importante che io possa esprimere la mia visione, specialmente nel ruolo in cui mi ritrovo. La collaborazione tra vecchie e nuove generazioni è fondamentale. C’è però un limite da rispettare: l’uno non deve prendere il sopravvento sull’altro“.

I tuoi progetti ora?

Spero in un futuro prossimo di trasferirmi a Parigi, o comunque di lavorare tra Milano e Parigi, perché comunque Milano è la base, però vorrei anche provare altri ambienti“.

Tra l’altro inizia la Fashion Week, come la vivrai?

Allora avrò tanti eventi da fare, è una settimana bella impegnativa e sto già lavorando a dei casting. Durante la fashion week non esistono weekend o pause, anzi non esiste proprio orologio. Quindi sì, sono impegnata in diversi eventi e sono anche curiosa di vedere le novità che lanceranno”.

A proposito di futuro, come vedi evolversi il tuo settore?

Già ha iniziato a cambiare a causa dell’intelligenza artificiale. Io ti dico la mia, non sono totalmente contenta di questa cosa, per quanto riguarda la parte creativa, perché con l’AI si vanno a perdere tantissime idee, stimoli, tanta creatività. Io per dire la uso ma magari solo per curare una parte grafica o di contorno“.

Hai un consiglio per i nostri lettori che sono interessanti a iniziare a lavorare in questo settore?

“A chi è interessato a entrare in questo settore, consiglio vivamente di provarci, ma soprattutto di prendersi il tempo necessario per capire cosa gli piace veramente fare nella moda. Io ci ho messo un po’ a capirlo, non è stato immediato. Mi torna spesso in mente la testimonianza di Nima Benati, una fotografa incredibilmente talentuosa del mondo della moda. Racconta che da bambina si fermava davanti all’edicola, incantata da una copertina di Vogue. Nonostante l’ammirazione, non riusciva a capire cosa la colpisse davvero: se il fascino delle modelle, la creatività dei vestiti o l’arte della fotografia.  Questo aneddoto sottolinea come sia assolutamente normale non avere subito le idee chiare quando si è attratti da qualcosa di esteticamente bello.
Quindi, direi sicuramente di darsi tempo e non avere paura di cambiare strada, se è necessario, perché comunque tutto quello che facciamo ci insegna qualcosa. So che sembra una frase banalissima ma è così, anche gli errori possono portarci da qualche parte. Quindi è importante avere iniziativa ma è altrettanto importante anche farsi guidare dal flusso e vedere dove gli eventi ti portano. Io ho provato a fare tante cose però posso anche dire non essermi fermata mai né davanti alla prima vittoria né davanti agli ostacoli. Alle vittorie perché comunque non bisogna mai montarsi la testa, anche perché poi si perde la voglia, quella autentica di voler lavorare, né davanti agli ostacoli perché se sei bravo in una cosa prima o poi le vittorie arrivano“.

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