Culture

Samuele Ripani: vita, set e confessioni di un fotografo di moda che detesta correre

Saper stare dentro i meccanismi dell’alta moda senza perdere la propria autenticità è un privilegio raro. Samuele Ripani, 25enne di Martinsicuro (TE) con una vita da fotografo divisa tra Roma, Milano e New York (per ora!), si è fatto strada in alto, ma con l’attitudine di chi ama decostruire. Con lui, ormai lo sapere, niente domande formali. Ormai, d’altronde, ho perso il numero di volte che l’abbiamo intervistato. E siamo stati i primi a farlo (QUI, poi QUI, QUI e QUI).

«Da grandi poteri, grandi responsabilità. Mamma mia! Ci provo, ci proviamo: non sono mai stato bravo con le parole, forse è per quello che continuo a scattare foto».

L’ultima volta che ci eravamo incrociati era la fase “pre-Dubai”.

«Dubai la uso come punto di riferimento per capire effettivamente quand’è che ho cominciato a muovermi con le mie gambe una volta tornato in Italia. Tutto quello che c’è stato prima è stato un prepararmi a fare il fotografo di moda, ma non ero ancora pronto a camminare da solo. Il viaggio mi ha fatto capire che ci sono tanti linguaggi per fare moda e che, come l’arte, la moda è ovunque. È una cosa strana che all’inizio non credevo: fa un po’ scena de “Il diavolo veste Prada”, quando Andy entra e dice: “Ah, questa roba”, pensando di non avere niente a che fare con tutto questo. Viaggiando ho capito che la moda è come la società si racconta attraverso i vestiti, gli accessori, i colori. È ovunque, anche se sembra che a nessuno interessi».

Oggi, rispetto alla nostra ultima conversazione, è tutto cambiato.

«Negli ultimi due anni mi sono focalizzato solo ed esclusivamente sul lavoro. Ero arrivato a spendere più parole per raccontare le foto che per scattarle. Quelle interviste ormai non mi appartengono neanche più: parlava un fotografo completamente diverso. Volendo aprire una parentesi sulle famose “foto blu”, ne riconosco la paternità: le guardo e dico “sì, le ho fatte io”, ma le sento lontane da ciò che sono oggi. Da quando faccio moda ho accantonato quello storytelling. Eppure, in questi mesi in cui mi sono detto che ho ancora 25 anni e voglio vivermeli, continuavano ad arrivarmi richieste per mostre ed esposizioni su quelle vecchie immagini di quattro o sei anni fa. Nella mia testa esistevano finché ne parlavo io; pensavo fossero lettera morta. Vedere che invece sono rimaste alle persone mi ha fatto davvero piacere».

Si è trattato di una vera sfida identitaria.

«Non riuscirò mai a separare il mio gusto estetico da quello che oggi è il mio lavoro. La moda è commerciale, è vendita di prodotto, ma dietro la macchina ci sono sempre io. Ho mescolato il fare foto belle al fare foto utili, continuando a raccontarmi attraverso i colori, il bianco e nero, l’analogico e un taglio più editoriale. Nel 70/80% dei lavori tradizionali due più due fa sempre quattro, a prescindere da come ti sei svegliato un’ora prima. Per noi creativi — fotografi, makeup artist, stylist, illustratori — non funziona così. Puoi trovare un compromesso, ma due più due solo qualche volta fa quattro. Più diventi bravo e più fai tornare i conti spesso, ma non c’è una certezza matematica».

Ma il problema arriva soprattutto all’inizio.

«Se qualcuno ti dice che non hai fatto un buon lavoro, non pensi solo di aver sbagliato un singolo scatto: metti in discussione tutta la persona che sei. È rischiosissimo agli inizi se non impari a fare muro. Dubai mi ha fatto scuola perché ho vissuto feedback agli estremi: per alcuni ero un genio assoluto solo per il fatto di essere italiano, perché portavo foto mosse, sgranate e un po’ blu rispetto al loro gusto iper-commerciale; per altri facevo totalmente schifo e dovevo cambiare mestiere. Lì ho capito che quando scegli le parole devi calcolare come arrivano dall’altra parte. Non c’è solo giusto o sbagliato, si tratta di trovare un equilibrio».

Dubai, una città senz’anima.

«Non mi è piaciuta per niente, anche se la mia ormai è una testimonianza storica di due anni fa. Dopo tre mesi dal mio rientro mi mandavano foto della piazza dove ci eravamo incontrati con già quattro grattacieli nuovi: viaggia a una velocità spaventosa. Ma alla base rimane un enorme blocco bianco in mezzo alla sabbia, con quaranta gradi a mezzanotte, che di notte si illumina di vetri. Non c’è l’ombra di un’esposizione, di una mostra, di un artista o di una scultura fuori dal business».

Alla ricerca della propria strada professionale.

«Tornato da Dubai mi hanno fatto offerte e contratti a belle cifre. Ho rifiutato tutto. Significava chiudermi dentro un altro blocco bianco, che è lo studio fotografico, e rimanerci incatenato senza più stimoli. Il tempo per me è fondamentale: voglio fare il più possibile nel minor tempo possibile, ma voglio viaggiare e conoscere. Se ti chiudi in studio senza farti contaminare da ciò che la moda chiede, non hai risolto nulla».

Una questione tecnica?

«Non mi sento più avanti di tanti ragazzi che iniziano oggi e che tecnicamente, nell’uso di luci e flash, sono mostruosi. Faccio una confessione: se mi dai più di due flash in studio comincio ad avere i tic nervosi per quanta roba c’è da controllare! Di solito con un solo punto luce — che sia un unico flash o una finestra — porto a casa il servizio. Se avessi sacrificato i viaggi per imparare a gestire tre o quattro punti luce, sarei diventato bravissimo tecnicamente ma a parlare del nulla. Contaminarsi significa alzare le antennine: la moda sta in come la gente cammina, in cosa beve, cosa legge, nei film che guarda, nelle paure e nei desideri della società. Se fai muro convinto di avere ragione solo tu, in questo settore duri pochissimo».

Una mappa professionale in continua evoluzione.

«Milano continua a non piacermi: è fredda, metallica, concentrata solo sul fatturare. Lì mi sono ritrovato a fare una cosa che per me è inconcepibile: correre. Il mio è uno statement: io non corro, preferisco camminare e arrivare dieci minuti dopo. A Milano se non sei iper-performante non vali; è grande come un quartiere di Roma ma ti trasmette un’ansia perenne. Roma d’altro canto ha il problema opposto: c’è sempre tempo per ridere, mollare tutto e andare a bere un bicchiere, a volte con troppa leggerezza. Muovermi tra le due realtà mi permette di bilanciare: quattro ore di treno spaccandomi la schiena col computer sulle ginocchia, ma con la serenità di lavorare felice».

Parigi resta il sogno nel cassetto: «Sto morendo dalla voglia di andare: sono sicuro che girare due ore per strada a farmi ispirare mi farà esplodere la testa», ma ora c’è l’America.

«Il primo viaggio a New York a settembre scorso è stato fuori di testa. Appena sceso dal taxi a Manhattan sono rimasto dieci minuti fermo in silenzio a fissare i grattacieli e il pezzetto di cielo sopra di me. È tutto gigantesco, stimolante al massimo, luci, suoni, odori. Ha tolto le catene a quella parte di me che, da europeo, è abituata a trattenersi troppo. Gli americani non hanno il freno del pudore: si vestono come gli pare, senza l’ansia del giudizio. A volte sfociano in quello che per i nostri standard è cattivo gusto, ma è una libertà espressiva incredibile».

Oggi Samuele lavora stabilmente inserito in una rete di colleghi che realizza shooting commerciali interni per i giganti dell’alta moda: da Fendi a Roma, a Calvin Klein a New York, fino a Etro e The Attico a Milano. Ma senza alcuna illusione patinata.

«Nel nostro ambiente c’è un bivio chiarissimo: scegliere se fare il “fotografo personaggio” o il professionista che lavora sodo nell’ombra. Via dei Condotti è piena di nomi celebri finiti sulle copertine più per il loro brand personale che per la qualità pura dello scatto. Se vuoi fare il personaggio rischi di essere fragile e precario: magari hai la campagna mondiale e l’anno dopo non lavori più. Io ho scelto di costruire basi commerciali solide: so che probabilmente le mie foto non saranno affisse giganti in centro a Roma o nelle capitali, ma lavoro con continuità ad altissimi livelli e sto bene così».

Senza smettere di vivere.

«A 23 anni mi sono fermato a riflettere. Avevo fatto cose che colleghi con il doppio dei miei anni non hanno fatto, ma mi stavo perdendo i miei 23. Mi sono detto: mi prendo una settimana di pausa per riallacciare relazioni umane. Quella settimana è durata sei mesi. Ho capito che se ti fermi un attimo non esci dal giro, il mondo non crolla e non devi vivere in perenne burn-out. La fotografia mi ha dato tutto — il lavoro, le mie migliori amiche, le relazioni —, ma proprio per questo sentivo di non restituirle mai abbastanza. Mi hanno detto: “Gli stai dando la tua vita, cos’altro vuoi darle?”. Ora cerco un’insoddisfazione sana: quella che ti spinge a fare meglio, non quella che ti fa pensare che tutto faccia schifo».

Ma il suo stile?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere! Ho smesso di descrivere quello che faccio: lascio che siano gli altri a farlo. Se ti chiudi nell’etichetta del “fotografo di moda da agenzia”, ti costruisci una bolla da cui non esci più. Faccio moda perché scatto modelle con abiti firmati per grandi stilisti, se tre indizi fanno una prova… ma non mi sento limitato a quello».

La dimostrazione è una piccola fotocamera digitale.

«Sui set commerciali tutto è iper-controllato e costruito, come lo erano a suo tempo le foto blu. Avevo bisogno di spontaneità. Ho tirato fuori questa compattina e me ne sono innamorato: tu inquadri, scegli solo se attivare o meno il flash, e per il resto la macchina ti dice “affari tuoi” e scatta. Non hai il controllo. Da gennaio ho messo insieme oltre trecento foto scelte tra Roma, Milano e New York: scorci, dettagli, momenti intimi, amici, frammenti di vita reale. È un diario di bordo in bianco e nero che tengo rigorosamente per me. Non lo pubblico sui social per non farlo contaminare dal giudizio altrui: la gente decide già del mio lavoro commerciale, almeno questo spazio intimo resta mio».

Allora, il suo stile lavorativo? Giocare di squadra.

«Il gruppo con cui lavoro a livello internazionale è incredibilmente umano. Ci passiamo commesse, ci copriamo a vicenda se uno è impegnato, senza invidie. E con gli assistenti mi sono fatto una promessa: non tratterò mai nessuno come sono stato trattato io agli inizi. Niente schiavismo. Voglio che si facciano le ossa, ma citando Zerocalcare: “Questo mondo non mi renderà cattivo”. Alcuni dei miei ex assistenti oggi sono fotografi autonomi con un flusso di lavoro mutuato dal mio e vederli crescere mi riempie il cuore».

Un’etica rigorosa.

«Sul set esiste una gerarchia rigida, quasi feudale. I fotografi stanno in cima e spesso ne approfittano per trattare male le persone o sfogare le proprie frustrazioni. Io parto da una premessa diversa: stiamo facendo foto, non stiamo salvando vite umane! Più una persona sta in basso nella scala gerarchica, più sento il dovere di tutelarla. La modella va rispettata, deve mangiare, bere, riposare e respirare: il suo lavoro è massacrante. Se l’ambiente è teso e qualcuno è a disagio, il servizio non viene bene neanche se hai il miglior talento al mondo».

Il segreto, alla fine, è il coraggio dei propri limiti.

«Quando ho un dubbio su un’inquadratura, sullo styling o sulla luce, non mi nascondo dietro la frase di rito “il fotografo sono io”. Fermo tutto, ci mettiamo a tavolino con la truccatrice, la modella, lo stylist e dico: “Ragazzi, non so come uscirne, troviamo una soluzione insieme”. La modella capisce se una posa la valorizza, la makeup artist vede se la luce esalta il trucco. Le foto migliori della mia carriera sono nate così: un’inquadratura suggerita dallo stylist, una posa inventata dalla modella, un dettaglio visto dalla truccatrice. È una sinergia totale. Chiudersi nell’ego significa fare un lavoro a metà; aprirsi agli altri è l’unico modo per portare a casa qualcosa che lasci davvero il segno».

Mentre ci allontaniamo, Samuele si ferma di scatto (ovviamente) e fotografa delle suore di spalle chine sui banconi del mercato. Non può mancare una foto a me, per fortuna resterà privata.

Giorgio Tabani

Racconto storie.

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