Guido Saraceni ad Ascoli: abbattere “Il muro” per riscoprire la polis

Guido Saraceni presenta «Il muro. Istruzioni per abbattere la politica della paura», insieme al presidente di Archivio del presente APS. Si inaugura il ciclo di incontri dell'associazione

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Paura. È ciò che ci aiuta a riconoscere un pericolo, a rallentare quando la strada diventa impraticabile, a evitare ciò che potrebbe farci del male. Ma che cosa accade quando questa emozione, indispensabile alla nostra sopravvivenza, viene trasformata in uno strumento per governare? Quando la minaccia non serve più a proteggerci, ma a delimitare il nostro orizzonte, indicando chi temere, chi tenere a distanza e quali libertà siamo disposti a sacrificare in cambio di una promessa di sicurezza?

È da questa contraddizione che ha preso le mosse il dialogo, di fronte a una cinquantina di presenti, con Guido Saraceni, docente di Filosofia del diritto, psicologo e psicoterapeuta in formazione, ospite del primo appuntamento ufficiale di Archivio del presente APS negli spazi del PACS gestito da Frida Art Academy ad Ascoli Piceno. Al centro dell’incontro, a cui ha collaborato anche la libreria Rinascita, il suo ultimo libro: Il muro. Istruzioni per abbattere la politica della paura (Sonzogno), un saggio che intreccia filosofia, psicologia, diritto e attualità per interrogare i meccanismi attraverso cui questa emozione diventa uno strumento di consenso e di controllo politico.

Il libro nasce anche da una vicenda personale. Per anni Saraceni ha utilizzato i social network per parlare di filosofia, informatica giuridica, costume, cinema e musica. «Non volevo parlare di politica. Ero assolutamente convinto che avrei dovuto mantenere un profilo basso dal punto di vista politico e che non dovevo espormi», ha raccontato. Quando, nel 2014, la sua pagina ha iniziato a crescere, insegnando all’università, temeva che esporsi potesse causargli problemi sul lavoro, critiche e attacchi. Per anni, così, aveva scritto «un po’ di tutto».

La svolta è arrivata durante la stagione in cui Matteo Salvini, divenuto ministro dell’Interno, aumentava il proprio consenso attraverso una comunicazione sempre più aggressiva nei confronti degli immigrati. Erano gli anni delle felpe, degli slogan sulle «ruspe» contro i campi rom, delle campagne costruite sulla promessa di ristabilire l’ordine. Saraceni ha ricordato anche le pressioni ricevute dopo aver criticato pubblicamente il libro di Roberto Vannacci: un deputato leghista, ha raccontato, si era rivolto al rettore dell’Università di Teramo chiedendo che smettesse di scrivere quelle cose. «Devo dire che Teramo mi ha sempre protetto in questo», ha aggiunto, ricordando il sostegno delle massime cariche accademiche.

La sua esperienza si inserisce in una trasformazione più ampia della comunicazione politica. «Il tema è chi controlla le informazioni controlla il mondo», ha osservato. Da una parte la Lega, che aveva compreso prima di altri le potenzialità dei social network, come anche il Movimento 5 Stelle, nato e cresciuto intorno al blog di Beppe Grillo. Entrambi contribuivano, seppure con modalità differenti, a mettere in discussione il sistema dei media tradizionali e i suoi intermediari, promettendo un rapporto diretto con i cittadini. Ma quella comunicazione poteva anche essere manipolata e diventare il veicolo di semplificazioni, disinformazione e ostilità.

È soprattutto nella strumentalizzazione della cronaca nera che Saraceni individua uno dei meccanismi più insidiosi. Ha ricordato il caso di una ragazza che, dopo aver bevuto molto, si trovava in stato di semicoscienza su una spiaggia e venne avvicinata da uno straniero. Partì il tam tam di accuse, fino alle dichiarazioni del ministro dell’Interno e alle ronde organizzate sulle spiagge per cercare immigrati accusati di molestare le donne. Al termine del procedimento penale, ha raccontato Saraceni, l’uomo venne assolto: si era avvicinato alla ragazza per prestarle aiuto. «Questo modo di cavalcare la cronaca nera» è, per l’autore, uno dei tratti più gravi della politica della paura: un’accusa può diventare una verità collettiva prima ancora che i fatti siano chiariti, soprattutto quando offre l’occasione di individuare nello straniero il responsabile.

Una bussola che può diventare un recinto

La paura, tuttavia, non è di per sé il problema. «Non esistono emozioni negative», ha spiegato Saraceni. «Tutte le emozioni sono dei segnali che arrivano alla coscienza e che chiedono una risposta. Quindi, se io provo un’emozione, è perché c’è bisogno di un’azione. L’emozione chiama all’azione».

Per spiegare che cosa si intende, ha portato un esempio molto concreto, tratto proprio dal viaggio per raggiungere l’incontro: «Oggi sono venuto qui da Roma e ho trovato la peggiore alluvione che abbia mai visto sulla A24. Non era una bomba d’acqua, era un bombardamento: praticamente non si vedeva nulla». In quelle condizioni, come tanti altri automobilisti, aveva acceso le quattro frecce, rallentato e scalato la marcia per non finire fuori strada. La paura, in quel caso, era una reazione ragionevole: permetteva di riconoscere il rischio e di modificare il proprio comportamento.

Non a caso, ha ricordato, Thomas Hobbes definiva la paura una «passione ragionevole». È una bussola che ci orienta nel mondo, una forma di prudenza che ci aiuta ad affrontare situazioni concrete. Il problema comincia quando qualcuno impara a sfruttarla per i propri scopi. «Questa bussola non deve diventare un recinto», ha insistito Saraceni. «Il problema è che la politica strumentalizza le paure. La paura dello scippo, la paura della microcriminalità, la paura dell’immigrato che ti toglie il posto di lavoro: si inventano letteralmente delle paure, le si cavalca e le si fa diventare un recinto».

A rendere particolarmente efficace questa strategia contribuisce un meccanismo studiato dalla psicologia cognitiva: il negativity bias, la tendenza a prestare maggiore attenzione alle informazioni negative rispetto a quelle positive. «Se tu spaventi le persone e dici che accadrà qualcosa di brutto, molto probabilmente ti crederanno, perché le notizie negative hanno una presa maggiore sulla nostra coscienza». Dal punto di vista evolutivo, questa predisposizione ha avuto una funzione adattativa: riconoscere un pericolo poteva salvare la vita. «Se io ti dicessi: non andare a raccogliere i funghi in quel bosco perché ci sono dei funghi velenosi, con questa notizia negativa ti salverei la vita. Se invece ti dicessi di andarci perché da lì si vede uno splendido tramonto, se ci vai stai meglio, se non ci vai vivi lo stesso».

Una vulnerabilità utile alla sopravvivenza può, però, diventare il punto attraverso cui siamo manipolati. Se la comunicazione politica insiste sulla minaccia, ingigantisce episodi isolati e li presenta come manifestazioni di un pericolo generalizzato, può orientare le percezioni e restringere lo spazio delle decisioni. Il migrante, il criminale, il dissidente diventano figure sulle quali concentrare ansie che hanno origini molto più complesse.

La dinamica richiama anche il meccanismo del capro espiatorio, descritto da René Girard: le comunità, attraversate da tensioni e conflitti, possono tentare di ricomporsi individuando una vittima sulla quale scaricare le proprie contraddizioni. In politica, la costruzione di un nemico permette di dare una spiegazione semplice a problemi che richiederebbero risposte ben più impegnative. Il bersaglio cambia, ma la struttura del discorso rimane: una parte della società viene indicata come responsabile del disordine, mentre le cause materiali e le responsabilità politiche restano sullo sfondo.

A questo punto Saraceni individua un paradosso nella strategia delle destre securitarie: «È un dispositivo veramente perverso, perché da un lato hanno bisogno di creare paure, di alimentare paure; dall’altro, le paure che alimentano smascherano il loro fallimento». Se la promessa è ristabilire la sicurezza, il ripetersi delle emergenze rischia di dimostrare l’insufficienza delle soluzioni adottate. Eppure, proprio l’emergenza può diventare il presupposto per nuove misure restrittive e per un’ulteriore concentrazione dell’attenzione pubblica sul nemico individuato.

Di quale sicurezza abbiamo bisogno?

La discussione si sposta così dal terreno della comunicazione a quello delle politiche pubbliche. La domanda non è se la sicurezza sia un’esigenza legittima: lo è, soprattutto per chi vive in quartieri segnati dalla criminalità, dallo spaccio e dalla mancanza di spazi di aggregazione. La questione è che cosa intendiamo quando parliamo di sicurezza e quali risposte scegliamo di dare.

Saraceni distingue tra una sicurezza con la s minuscola, relativa a scippi, rapine e furti, e una Sicurezza con la S maiuscola, che comprende la tutela della salute, la sicurezza sul lavoro e la manutenzione del territorio. «La sicurezza con la s minuscola è una sacrosanta esigenza che va chiaramente combattuta», ha precisato. Servono forze dell’ordine preparate e pene effettive, ma non è detto che ogni problema si risolva modificando il codice penale o aumentando le sanzioni. Accanto a questo, propone una diversa distribuzione delle risorse: «Per ogni euro speso in questo senso, spendiamo un euro per la cultura, cioè creiamo degli spazi illuminati dove la gente possa vivere».

Non è soltanto una formula. Saraceni ha richiamato l’esperienza di chi lavora nelle periferie e propone di costruire palestre, piscine e luoghi di incontro, offrendo ai ragazzi alternative concrete. «Piuttosto che dire alziamo le pene, mettiamo tutti in galera e buttiamo via la chiave, che è la risposta più facile, proviamo a investire del denaro, sapendo che magari i risultati arriveranno tra dieci anni. Ma intanto noi piantiamo un seme e vediamo che cosa succede». È la strada più difficile, ha osservato, proprio perché i risultati non sono immediati e non si prestano alla comunicazione dell’emergenza.

La cultura, in questa prospettiva, non è un ornamento da aggiungere alle politiche di sicurezza, ma una loro componente. «Dare alle persone un luogo di aggregazione, di arte, di bellezza, è un modo per combattere la criminalità. È il modo per combattere la criminalità». Un luogo in cui incontrarsi può interrompere l’isolamento, creare relazioni e permettere alle persone di riconoscersi come parte di una comunità.

La sicurezza con la S maiuscola riguarda invece i rischi che il dibattito pubblico tende a lasciare ai margini. «Le persone vanno a lavorare e muoiono. Sono più di vent’anni che in Italia abbiamo tre morti ogni giorno sui posti di lavoro. Vogliamo dire che è un tema di sicurezza? Perché quando si parla della sicurezza non si parla di più di mille morti l’anno sui luoghi di lavoro?». È una domanda che ribalta la prospettiva: perché alcuni pericoli occupano continuamente le prime pagine, mentre altri, che espongono ogni giorno migliaia di persone a rischi evitabili, finiscono per essere percepiti come una fatalità?

La stessa distinzione attraversa il ragionamento sulla legittima difesa. Proteggersi da un’aggressione è un’esigenza legittima, ma la difesa non può diventare un principio assoluto che annulla ogni proporzione tra il bene da tutelare e la risposta. La sicurezza non coincide con la moltiplicazione delle armi, dei divieti e delle occasioni di scontro. Né può ridursi alla possibilità di chiudersi nel privato, dietro cancelli e telecamere, mentre si indeboliscono i legami che rendono abitabile uno spazio comune.

La violenza e il senso della protesta

Il tema della sicurezza conduce inevitabilmente a quello della guerra. Richiamando La politica della paura dello scrittore francese Serge Quadruppani, si è discusso del rapporto tra logiche securitarie e logiche belliche: la promessa di porre fine alla paura attraverso la forza può alimentare nuove minacce, innescando una spirale difficile da interrompere.

Saraceni si è dichiarato convinto sostenitore della nonviolenza. «La violenza non è mai, mai, mai la soluzione», ha affermato. «Lo so che qualcuno pensa: ecco l’anima bella, si fa presto a dire così». Eppure, per l’autore, la nonviolenza non è un’ingenuità né una rinuncia ad affrontare i conflitti. «Provare a combattere il fascismo con la violenza è come provare a combattere i topi con il formaggio: gli date quello che vogliono, loro conoscono solo quello. Bisogna trovare una strada alternativa».

A sostegno della sua posizione ha richiamato Gandhi e Mandela, ricordando il ruolo della lotta nonviolenta contro la dominazione coloniale e l’apartheid. La guerra, inoltre, non è soltanto il prodotto dell’odio o della paura: si intreccia con interessi economici e con un sistema che trae profitto dalla produzione e dalla vendita degli armamenti. Saraceni ritiene che la comunità internazionale disponga di strumenti diplomatici, giuridici ed economici che dovrebbero essere valorizzati prima di considerare la guerra una risposta inevitabile. Ha citato la Corte penale internazionale, gli organismi delle Nazioni Unite, i trattati e la possibilità di ricorrere a misure economiche. «Non credo che la guerra sia l’unica possibilità di garantire gli equilibri».

La discussione con il pubblico ha portato questi interrogativi dentro un conflitto più vicino, quello delle proteste giovanili e degli episodi di devastazione delle vetrine nel quadrilatero della moda a Milano. Un intervento ha proposto una lettura diversa da quella prevalente nel dibattito pubblico: e se la distruzione delle vetrine fosse interpretabile come una rivolta materiale contro il mondo delle merci? Una generazione continuamente sollecitata a desiderare oggetti che non può permettersi, in una società che misura il valore delle persone anche attraverso ciò che possiedono, potrebbe aver diretto la propria rabbia contro i simboli di quel sistema.

Saraceni ha riconosciuto il senso della provocazione: «A me farebbe piacere se fosse così, cioè sarei contento se ci fosse un’istanza giovanile anticapitalista dietro quello che è successo». La sua lettura, però, è diversa. A suo giudizio, le dichiarazioni di alcuni ragazzi coinvolti, che avrebbero parlato di voler «fare bordello» per attirare l’attenzione e di appropriarsi delle scarpe, non indicavano una critica consapevole al mercato. «Il problema era appropriarsi delle scarpe. Mi piacerebbe tanto avere queste scarpe che valgono duecento euro, ma non me le posso permettere».

Il punto non è negare la rabbia dei giovani o le contraddizioni di una società che alimenta desideri e frustrazioni, ma chiedersi quale significato politico assumano le forme attraverso cui quella rabbia si esprime. Saraceni teme che la violenza finisca per oscurare le ragioni del dissenso e rafforzare proprio chi intende contrastare. «Quando quello che hanno fatto non è stato, come dici tu, distruggere le merci, ma rubare le merci, non c’è l’istanza anticapitalista di chi dice: mi fa schifo il regno degli oggetti».

La sua obiezione riguarda soprattutto gli effetti politici di quelle azioni. «C’è tutto l’interesse a far passare le altre proteste in secondo piano, a gettare l’ombra su tutta la protesta, a delegittimare tutte le ragioni della protesta». Ha richiamato le mobilitazioni degli autotrasportatori contro il caro carburante, le proteste ambientaliste, le manifestazioni per Gaza e le difficoltà degli studenti fuorisede che non possono votare senza tornare nella propria città di residenza. «Di tutto questo non si parla, perché dobbiamo parlare di dodicenni incappucciati vestiti di nero, che danno fuoco alle macchine e distruggono le vetrine».

È una posizione chiara, che non cancella però la questione sollevata dal pubblico. Per Saraceni, comunque, la nonviolenza è la strada che consente di non consegnare il significato della protesta alla repressione e alla spettacolarizzazione. Ma il confronto mostra anche quanto sia urgente interrogarsi sulle condizioni che alimentano la rabbia, anziché limitarsi a condannarne le manifestazioni.

Il volto dell’altro, oltre gli schermi

Il discorso torna così alla politica e alla difficoltà di costruire un’alternativa. Nel confronto sulla tenuta elettorale della destra, Saraceni ha richiamato una frase attribuita a Mussolini: «Io non ho inventato il fascismo, l’ho tratto dalla coscienza degli italiani». Al di là della formula, il punto è la persistenza di una fascinazione per l’uomo forte, per la promessa di ordine e per una comunicazione politica che trasforma il conflitto in una contrapposizione permanente.

Questa fascinazione, ha osservato, si accompagna a una progressiva assuefazione. «Mi piacerebbe che le persone tornassero ad avere paura della destra, perché la destra fa paura, perché CasaPound fa paura, perché Forza Nuova fa paura». Non si tratta soltanto di una questione elettorale, ma della normalizzazione di simboli e discorsi che dovrebbero continuare a suscitare allarme. «Siamo anestetizzati? Non lo so», ha aggiunto, chiedendosi come mai il timore del ritorno del fascismo non riesca più a tradursi in una maggiore capacità di mobilitazione a sinistra.

La paura, infatti, non produce sempre gli stessi effetti. Può aggregare una comunità contro un nemico esterno, ma può anche paralizzarla o dividerla. Nel confronto con il pubblico è emersa la difficoltà delle forze progressiste a superare diffidenze e divisioni, anche quando condividono la preoccupazione per la tenuta democratica. Per Saraceni, un’alternativa è possibile, ma richiede che le forze politiche si ricompattino e tornino a coinvolgere chi si è allontanato dalle urne per sfiducia e disillusione. La democrazia non può essere difesa soltanto attraverso la denuncia delle sue minacce: ha bisogno di persone disposte a esercitarla, di luoghi in cui discutere e di strumenti per trasformare le preoccupazioni individuali in iniziativa collettiva.

La riflessione ha toccato anche la scuola e l’università, ambiti nei quali Saraceni riconosce una crisi che non può essere affrontata caricando gli insegnanti di responsabilità sempre maggiori senza fornire loro strumenti adeguati. «La scuola italiana è umiliata, massacrata da anni», ha detto. Aule fatiscenti, risorse insufficienti, precarietà e complessità crescenti del disagio giovanile rendono evidente la necessità di investimenti e sostegno. «Ma cosa vogliamo chiedere ai docenti, di fare lo psicoterapeuta? Oltre a fare il docente, oltre a lavorare in una situazione di grande difficoltà, con le aule fatiscenti che crollano senza avere gli strumenti, la carta igienica, i genitori che se la prendono con te se metti un voto che non va bene?».

La risposta non può consistere nell’affidare agli insegnanti il compito di risolvere da soli ogni frattura sociale. Saraceni ha richiamato il progetto Diritto a stare bene, che propone la presenza strutturale di psicologi nelle scuole e di uno psicologo di base accanto al medico di famiglia. Non soltanto uno sportello al quale rivolgersi quando il disagio è già diventato emergenza, ma una figura capace di osservare le dinamiche relazionali in classe, riconoscere le difficoltà e intervenire prima che si trasformino in isolamento o sofferenza più profonda. «Oggi la società vive un disagio molto forte, soprattutto giovanile. La psicologia in questo può fare tanto».

È un passaggio che riporta il discorso al significato più ampio della sicurezza: sentirsi protetti non significa soltanto non subire un’aggressione, ma anche non essere lasciati soli di fronte alle proprie difficoltà, avere accesso alla cura, alla formazione e a luoghi in cui costruire relazioni.

Infine, Saraceni è stato sollecitato sul valore etico dell’incontro con il volto dell’altro, a partire dal pensiero di Emmanuel Lévinas. In un tempo in cui siamo continuamente esposti alle immagini, l’altro rischia di ridursi a un profilo, a un’etichetta, a una figura astratta sulla quale proiettare timori e ostilità. Eppure, per Saraceni, la possibilità di una risposta alla politica del nemico passa proprio dalla ricostruzione di legami concreti. «I quartieri più sicuri, dove la gente si sente libera di lasciare la macchina aperta, la porta di casa senza chiudere, sono quelli in cui le persone si conoscono». Una comunità comprende anche chi è appena arrivato, chi vive una condizione di disagio, chi è percepito come diverso. «Quando le persone non si conoscono, vengono separate, vivono dietro il muro, allora nasce una disgregazione della società che è conflittuale e che porta alla morte della società. Il muro non crea le condizioni per la sicurezza, decreta la fine della comunità».

È anche il senso di un appuntamento come quello promosso da Archivio del presente APS: sottrarre per qualche ora il dibattito alla velocità delle interfacce e alla polarizzazione dei social, per restituire spazio alla parola, al dissenso e all’ascolto reciproco. «L’uomo è un animale politico perché ha il logos», ha ricordato Saraceni, precisando che per Aristotele il termine indica anzitutto la parola, il linguaggio. «Nello spazio di queste parole c’è, secondo me, la nostra possibilità di salvezza».

A chiudere l’incontro è stata la parabola del colibrì, raccontata anche nel libro. Mentre gli animali fuggono da una foresta in fiamme, il piccolo uccellino vola nella direzione opposta, portando nel becco una goccia d’acqua. Il leone, che ha supervisionato la fuga di tutti gli altri, fa notare l’inutilità del gesto: non si può spegnere un incendio così. Il colibrì risponde che sta semplicemente facendo la propria parte.

Non è una soluzione miracolosa, né la promessa che ogni gesto individuale possa da solo modificare la realtà. È piuttosto un invito a non confondere i limiti della propria azione con la sua inutilità. Se la paura può diventare uno strumento di isolamento, la responsabilità può essere il primo passo per ricostruire legami e possibilità comuni.

Abbattere il muro, in fondo, non significa smettere di avere paura. Significa impedire che qualcuno decida al posto nostro che cosa dobbiamo temere e chi dobbiamo considerare un nemico.

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