Oltre le mitologie: la Fortezza Pia e la memoria stratificata di Ascoli

65 visualizzazioni
11 minuti di lettura

Ascoli Piceno è una città che si racconta, da sempre, attraverso immagini riconoscibili: il travertino bianco che riflette la luce delle piazze, la selva di torri medievali, l’eleganza severa del Rinascimento. Un immaginario consolidato, che restituisce la bellezza di un centro storico tra i più suggestivi, ma rischia di lasciare in ombra un’altra dimensione della sua storia: le architetture militari. Non semplicemente monumenti, ma il risultato di secoli di trasformazioni in cui le mura hanno rappresentato una macchina da guerra, uno strumento di controllo politico e anche fiscale, oltre che un dispositivo di profilassi sanitaria.

È proprio a questa storia meno conosciuta, eppure decisiva per comprendere la storia di Ascoli, che è dedicato il volume La Fortezza Pia di Ascoli Piceno. Storia e progetto, firmato da Andrea Bruschi, professore associato di Progettazione architettonica alla Sapienza Università di Roma, e Pier Filippo Melchiorre, architetto e ricercatore. Pubblicato da Sapienza Università Editrice nella collana Studi e Ricerche – Architettura, il libro è stato presentato all’Archivio di Stato di Ascoli Piceno alla presenza del direttore Giuseppe Dell’Anno.

L’incontro ha offerto più di una presentazione editoriale. Nel dialogo tra i due autori, il monumento è diventato il punto di partenza per una riflessione più ampia sul rapporto tra storia, architettura e territorio. Il racconto ha intrecciato la prospettiva del progettista, l’indagine documentaria e l’osservazione diretta delle strutture, restituendo alla Fortezza Pia una complessità che va ben oltre quella di una semplice fortificazione. Ne è emersa una lezione di metodo, capace di mettere in discussione interpretazioni consolidate e di smontare, attraverso documenti e tracce materiali, alcune delle retoriche sedimentate nella memoria cittadina.

Riscrivere le origini

Per comprendere davvero la Fortezza Pia bisogna anzitutto liberarsi dall’idea che si tratti di un edificio isolato, costruito ex novo sulla sommità del colle dell’Annunziata. Come ha spiegato Andrea Bruschi nell’aprire la riflessione, la fortezza rappresenta piuttosto l’esito di una trasformazione secolare dell’intero fronte occidentale della città. Un settore particolarmente delicato, perché costituisce l’unico versante naturalmente vulnerabile di un impianto urbano che, per il resto, poteva contare sulla protezione delle profonde forre fluviali.

È qui che l’intervento di Pier Filippo Melchiorre ha condotto il pubblico dentro una revisione delle fonti archeologiche e documentarie, ripercorrendo la storia delle difese a partire da Porta Romana e dalla cortina muraria che risale verso la cresta del colle. Un’indagine che non si limita a ricostruire le vicende della fortezza, ma riapre interrogativi sulle origini stesse del sistema difensivo ascolano.

Le letture novecentesche, a partire dagli studi fondamentali di Luisa Pasquinucci basati sui taccuini degli scavi ottocenteschi di Giulio Gabrielli e sui successivi interventi di Leporini negli anni Trenta, avevano collocato alcune delle strutture difensive in una fase relativamente tarda. Le indagini archeologiche più recenti, tuttavia, hanno restituito un quadro diverso. Gli scavi condotti nei primi anni Duemila da Militello, in occasione degli interventi successivi al sisma, hanno individuato un ulteriore livello stratigrafico, capace di retrodatare significativamente l’impianto.

La presenza di possenti blocchi squadrati di arenaria locale, estratti direttamente dal colle e fatti rotolare lungo il pendio, suggerisce infatti una cronologia che non si arresta al II-III secolo a.C., all’indomani delle guerre picene del 269 a.C., ma risale fino al IV-V secolo a.C. Una scoperta che restituisce all’Ascoli italica una capacità organizzativa, amministrativa ed economica ben più articolata di quanto si potesse immaginare.

La geografia, del resto, aveva già indicato la direzione della strategia difensiva. In epoca preromana, ha spiegato Melchiorre, la penetrazione verso la città non avveniva necessariamente lungo il fondovalle della futura Salaria, un tracciato insidioso e soggetto a imboscate, ma attraverso il crinale che da Monte Rosara conduce verso i Monti della Laga. La presenza di un antico propugnacolo e di avamposti lungo la cresta documenta il controllo strategico di questo passaggio montano ben prima dell’arrivo di Roma.

Un altro elemento emerso durante la presentazione riguarda la necessità di ridimensionare alcune narrazioni tradizionali, soprattutto quelle legate alla distruzione della città. La cronachistica ha spesso insistito sull’immagine di Ascoli rasa al suolo dai suoi conquistatori, ma, secondo Melchiorre, questa rappresentazione non trova un riscontro convincente nella realtà materiale delle strutture. Né Pompeo Strabone, nell’89 a.C., durante la Guerra Sociale, né Federico II nel Duecento avrebbero distrutto le mura o la città dalle fondamenta.

La logica del potere, del resto, non coincideva necessariamente con quella della devastazione. Le strutture ancora utili venivano conservate e riadattate; si colpivano le fazioni ostili, si imponevano capitolazioni politiche e si modificavano gli equilibri di governo. La città, insomma, poteva essere sottomessa senza essere cancellata.

Le mura, in questo quadro, non avevano soltanto una funzione militare. Rappresentavano anche uno strumento di controllo sanitario e commerciale. Durante le pestilenze, i varchi potevano essere murati per impedire l’ingresso degli appestati; in altri momenti, le fortificazioni servivano a contrastare il contrabbando e a regolare il passaggio delle merci. La cinta muraria segnava così una separazione concreta tra il contado produttivo e il cuore civico e religioso della città, tra il mondo esterno e lo spazio protetto intra moenia.

Roma, il cantiere e la città ribelle: la Fortezza Pia nell’età moderna

Il cuore della ricerca e della presentazione è rappresentato dal passaggio tra Medioevo ed Età Moderna, quando l’introduzione della polvere da sparo e il progressivo sviluppo dell’artiglieria pesante costrinsero gli architetti militari a ripensare radicalmente il modo di costruire le fortificazioni.

La differenza tra una fortezza medievale e una fortificazione alla moderna non è soltanto una questione di forme. Cambia il principio stesso della difesa. Le strutture medievali si affidavano a cortine sottili ed elevate, spesso non più spesse di un metro e mezzo, sulle quali il difensore poteva combattere dall’alto, sfruttando il tiro piombante e le frecce. Con l’avvento dei cannoni, però, l’altezza diventava un limite: le murature verticali erano vulnerabili all’impatto delle palle d’artiglieria.

La nuova fortificazione si sviluppa allora attraverso terrapieni massicci, capaci di assorbire i colpi senza collassare. Il difensore non combatte più soltanto sopra una cortina, ma all’interno di una struttura in cui la terra diventa parte integrante dell’architettura militare.

Ad Ascoli, tuttavia, questo cambiamento non si traduce nella costruzione di una fortezza geometrica ideale, concepita su un terreno libero da preesistenze, come avvenne in città quali Palmanova o nelle cittadelle fiamminghe. La Fortezza Pia è il risultato di un intervento molto più complesso: un’operazione di chirurgia architettonica su un sistema difensivo già esistente, nel quale le esigenze della nuova ingegneria militare si scontrano con la necessità di mantenere operative le difese della città.

Demolire completamente la cortina medievale occidentale e ricostruirla secondo i nuovi criteri avrebbe significato lasciare scoperto proprio il fianco più vulnerabile di Ascoli. I costruttori scelsero quindi una soluzione diversa: scavarono le murature preesistenti fin quasi alle fondazioni, realizzarono a ridosso un muro di controscarpa e colmarono l’invaso con oltre otto metri di terra di riporto. Un sistema che consentiva di rinforzare la struttura senza interrompere la continuità delle difese.

All’esterno venne realizzata un’opera a corno bastionata lunga oltre duecento metri. La sua funzione era quella di spingere in avanti la linea di tiro delle artiglierie, permettendo di neutralizzare le batterie nemiche prima che potessero colpire direttamente la fortezza. Una trasformazione che ridisegnava il rapporto tra città e territorio, portando la difesa oltre il perimetro delle mura medievali.

A ricostruire le fasi di questo cantiere sono stati soprattutto i documenti conservati negli archivi. Il libro segue l’evoluzione dei lavori attraverso il registro delle spese, noto come subsidii roccae viae, l’incarico municipale affidato al prefetto Fabio Carmignani dopo la guerra del Tronto del 1557 e il successivo intervento diretto di papa Pio IV nel 1559.

Le carte restituiscono anche un conflitto meno visibile, ma fondamentale per comprendere la storia della Fortezza Pia: quello tra le maestranze locali e gli ingegneri inviati da Roma. La costruzione della fortificazione non fu soltanto un problema tecnico. Era anche una questione di potere, di autonomia municipale e di controllo politico su una comunità considerata poco affidabile.

La gestione civica dei lavori suscitava infatti diffidenza nella capitale pontificia. Roma intervenne progressivamente, inviando dapprima Gabriele Serpelloni, già attivo a Castel Sant’Angelo, e poi, nel 1562, Francesco Laparelli, accompagnato dal disegnatore Bartolomeo De Rocchi. Quest’ultimo aveva già visitato Ascoli nel 1532, al seguito di Antonio da Sangallo il Giovane.

Nelle relazioni di Laparelli emerge con chiarezza la distanza tra gli ingegneri pontifici e la popolazione locale. Il linguaggio utilizzato rivela un atteggiamento di disprezzo e una forte diffidenza verso la capacità degli ascolani di gestire autonomamente il cantiere. In una delle sue osservazioni, Laparelli scrive: «considerata parimente la bestialità di questi popoli… dico che non si arriva se non bene a pensar di fare una fortezza reale».

Dietro la questione architettonica si intravede così una dinamica politica più ampia: la necessità, da parte del potere pontificio, di controllare una città ritenuta instabile e riottosa, attraverso una presenza militare permanente e una fortificazione adeguata alle nuove tecnologie belliche.

La ricerca di Bruschi e Melchiorre si sofferma anche sulle ambizioni progettuali che accompagnarono questa fase. Un foglio conservato al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi documenta l’ipotesi di una monumentale fortezza regolare a cinque bastioni, elaborata da De Rocchi e Laparelli. Un progetto che avrebbe trasformato radicalmente il volto della città.

Ma anche in questo caso, la lettura delle fonti invita alla cautela. Gli autori hanno infatti ridimensionato l’interpretazione tradizionale del disegno, mostrando come il tracciato pentagonale visibile su una pianta delle mura non rappresenti necessariamente un progetto alternativo, sovradimensionato rispetto alla fortezza poi realizzata. Si tratta piuttosto di una sovrapposizione visibile in trasparenza dal verso del foglio, riutilizzato per risparmiare carta.

È un dettaglio apparentemente marginale, ma significativo: dimostra quanto la storia dell’architettura possa essere condizionata da interpretazioni errate di documenti che, a uno sguardo superficiale, sembrano parlare da soli.

Dalle ambizioni teoriche si arrivò infine a una soluzione di compromesso, nella quale la Fortezza Pia conserva le tracce delle diverse fasi progettuali. Il fronte medievale venne mantenuto e rinforzato; a sud fu innestato un baluardo quadrangolare anomalo, definito nei trattati di architettura militare come «mezzo baluardo», una soluzione rapida ed economica da realizzare. Particolare attenzione venne riservata al fronte est, caratterizzata da un orientamento geometrico tutt’altro che casuale.

È proprio questo uno degli aspetti più curiosi emersi durante la presentazione. La facciata d’ingresso alla fortezza presenta una forte rotazione rispetto agli altri elementi del complesso. Tracciando la perpendicolare a questo fronte, infatti, la linea non si dirige verso l’esterno, come ci si aspetterebbe da un’opera difensiva concepita per contrastare un attacco nemico. Converge invece esattamente verso il centro urbano, in corrispondenza dell’incrocio tra cardo e decumano.

La geometria della Fortezza Pia racconta così una storia diversa da quella suggerita dalla sua funzione militare più immediata. Le cannoniere non erano orientate soltanto verso un eventuale invasore straniero, ma puntavano anche sulla città stessa.

La fortezza non nasceva quindi come un rifugio per la popolazione in caso di assedio, bensì come uno strumento di soggezione e deterrenza politica. Il potere pontificio costruiva un presidio capace di controllare una comunità storicamente inquieta, attraversata da banditismo montano, faide intestine e ricorrenti manifestazioni di insofferenza fiscale.

La Fortezza Pia diventa così il simbolo concreto di un rapporto ambivalente tra Ascoli e Roma: da un lato, la necessità di difendere il territorio; dall’altro, la volontà di mantenere sotto controllo una città che conservava una forte identità municipale e una tradizione di autonomia.

La vita all’interno della Fortezza

Accanto alla grande storia dell’architettura militare, il volume restituisce anche una dimensione più minuta e quotidiana, quella della vita che si svolgeva all’interno della fortezza. Una storia fatta non soltanto di battaglie, progetti e decisioni politiche, ma di uomini, alloggiamenti, turni di guardia e manutenzione degli spazi.

Attraverso i verbali delle visite pastorali alla cappella di Santa Barbara, luogo di culto degli artificieri, e la perizia redatta nel 1767 dal notaio Forini per la Reverenda Camera Apostolica, gli autori ricostruiscono il funzionamento concreto della piazzaforte.

Le carte permettono di entrare negli ambienti della guarnigione, di conoscere gli alloggiamenti e il corpo di guardia con il suo soppalco, di osservare le condizioni delle finestre e degli spazi di servizio. Emergono anche dettagli sulle dotazioni militari: i cannoni di bronzo, i falconetti provenienti dalle fonderie di Castel Sant’Angelo e la cisterna sotterranea, indispensabile per garantire l’approvvigionamento idrico.

Sono frammenti che restituiscono alla fortezza una dimensione umana, sottraendola alla rappresentazione di un monumento immobile. Dietro le mura si svolgeva una vita organizzata, regolata da gerarchie, esigenze materiali e pratiche quotidiane che la documentazione archivistica permette di ricostruire con una precisione sorprendente.

Le fonti raccontano anche l’evoluzione socioculturale della guarnigione. Nei momenti di maggiore tensione politica, Roma inviava castellani e milizie straniere, talvolta di origine corsa, incaricati di garantire un controllo più diretto sulla città. Nel corso del Settecento, tuttavia, si assiste a un progressivo radicamento del presidio, con soldati e ufficiali provenienti sempre più spesso dalle stesse famiglie ascolane.

Anche questo passaggio è significativo: una struttura nata per controllare una comunità finisce gradualmente per integrarsi nel tessuto sociale che avrebbe dovuto sorvegliare.

L’ultimo capitolo della storia operativa della Fortezza Pia si consuma nell’Ottocento. Le insurrezioni del periodo napoleonico e gli avvenimenti di metà Ottocento, quando le truppe di massa del brigante Giovanni Piccioni attraversarono il territorio, rappresentano alcune delle ultime occasioni in cui la fortificazione torna a essere protagonista delle vicende militari e politiche locali.

Nel frattempo, l’evoluzione delle artiglierie rigate e il mutamento degli equilibri geopolitici avevano progressivamente reso obsoleta la struttura. La fortezza, concepita per rispondere alle esigenze della guerra moderna del Cinquecento, non era più in grado di svolgere efficacemente la propria funzione. Il suo abbandono segnò la fine di una lunga stagione in cui la difesa militare aveva inciso profondamente sulla forma e sulla vita della città.

Una lezione per il futuro

La presentazione all’Archivio di Stato ha riportato al centro una questione che riguarda non soltanto la Fortezza Pia, ma il destino di molti beni monumentali: come intervenire su strutture storiche complesse senza ridurle a semplici oggetti da restaurare o a contenitori da valorizzare attraverso una narrazione superficiale?

Nelle parole introduttive di Giuseppe Dell’Anno e nelle riflessioni degli stessi autori, il lavoro di Bruschi e Melchiorre è apparso come un esempio di quanto la ricerca storica e archivistica possa contribuire concretamente alla tutela del patrimonio. Non un preambolo erudito da esaurire prima di passare al progetto, ma l’ossatura stessa di ogni intervento di restauro, conservazione e rigenerazione urbana.

Conoscere la storia di un edificio significa comprendere le ragioni delle sue trasformazioni, le tecniche utilizzate, le funzioni che ha svolto e i rapporti di potere che ne hanno determinato la forma. Significa anche evitare che il restauro cancelli proprio quelle tracce che rendono un monumento interessante e significativo.

La Fortezza Pia, da questo punto di vista, è un caso emblematico. Le sue murature raccontano secoli di adattamenti, di conflitti e di compromessi. Non esiste un’unica forma originaria da recuperare, né un momento della sua storia che possa essere isolato come quello autentico. La sua identità è il risultato di una stratificazione, di una continua negoziazione tra esigenze militari, trasformazioni politiche e condizioni materiali.

Guardarla attraverso lo sguardo combinato dell’architetto e dello storico significa sottrarla al recinto della curiosità locale e restituirle il posto che merita nella storia europea dell’architettura fortificata. Ma significa anche riconoscere che il patrimonio monumentale non è costituito da blocchi di travertino immutabili, sospesi fuori dal tempo.

È fatto di lavoro, conflitti, necessità quotidiane e decisioni politiche. È il prodotto di comunità che hanno costruito, modificato, abitato e talvolta subito quelle stesse strutture.

«Sono commosso per una partecipazione così nutrita» chiude, fra gli applausi della Sala Lodolini, Pier Filippo Melchiorre.

Scheda del volume

  • Titolo: La Fortezza Pia di Ascoli Piceno. Storia e progetto
  • Autori: Andrea Bruschi, Pier Filippo Melchiorre
  • Editore: Sapienza Università Editrice
  • Collana: Studi e Ricerche – Architettura
  • Anno di pubblicazione: 2026
  • Consultazione Open Access (IRIS Sapienza): Leggi il volume

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Una cultura viva, per molti e non per pochi: nasce Archivio del Presente APS

Ultime da