Mario Tozzi e l’illusione dei Sapiens: la natura non perdona l’arroganza umana

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In un’epoca in cui la specie umana continua a definirsi Sapiens con una dose non trascurabile di presunzione, osservare il pianeta attraverso le lenti della geologia e dell’ecologia offre un bagno di realtà salutare quanto necessario. Durante la presentazione del suo ultimo libro a Librarte (Folignano, AP), Mario Tozzi — geologo, primo ricercatore CNR e noto divulgatore scientifico — ha tracciato un ritratto nitido e privo di retorica del nostro rapporto con la natura, demolendo miti consolidati e mettendoci di fronte alle nostre responsabilità. Il filo conduttore è stato uno solo: l’incapacità dell’essere umano contemporaneo di riconoscere di essere soltanto una parte — e neanche la più indispensabile — di un ecosistema complesso.

La favola del lupo cattivo

Per comprendere la frattura tra l’uomo e il resto del vivente, occorre partire dai nostri pregiudizi storici. L’esempio del lupo è emblematico: per secoli trasformato nel “demonio” del nostro immaginario collettivo, in contrapposizione all’innocente “agnello”.

«La proiezione delle nostre paure… Tant’è vero che chi è il lupo? Il demonio. E chi è l’agnello di Dio? Gesù. Le favole a Cappuccetto Rosso… Ma si è mai sentita una baggianata più grossa? Eppure non si ricorda, a memoria d’uomo, un Sapiens morto a causa dei lupi. Il lupo è un animale elusivo, con una struttura gerarchica e sociale pazzesca.»

Tozzi evidenzia come la sociologia animale metta in discussione costrutti che riteniamo squisitamente umani. I lupi mantengono strutture monogame e coese, laddove altre specie — come gli scimpanzé — mostrano modelli nettamente patriarcali. La cultura umana ha ricamato su queste differenze concetti giuridici e sociali complessi, ma sul piano biologico le dinamiche di riproduzione, attrazione e persino di vestizione rispondono a esigenze ancestrali di coesistenza e riduzione del disagio sociale.

«Noi ci chiediamo se siamo così diversi dagli altri viventi. In natura esistono individui, non semplici ‘esemplari’. Ogni animale porta con sé lo stesso carico di emozioni, identità e sentimenti che noi facciamo fatica a riconoscergli.»

Dinosauri, cooperazione e la menzogna del “più forte”

L’immaginario collettivo tende a interpretare l’evoluzione come una lotta brutale in cui prevale il più aggressivo. La storia dei dinosauri — dominatori del pianeta per oltre 150 milioni di anni e spazzati via solo da un evento catastrofico cosmico — dimostra l’esatto contrario.

«In natura non vince il più forte: vince il più adatto, quello che coopera meglio. Un atteggiamento prevaricatore, in etologia, non paga. In un gruppo di scimpanzé, se il maschio alfa non aiuta i più deboli, non condivide il cibo e non provvede alla comunità, gli altri maschi si coalizzano e lo massacrano. La narrazione del darwinismo sociale, dove vince chi schiaccia gli altri, è un’invenzione distorta.»

La straordinaria biodiversità della Terra, sviluppatasi in centinaia di milioni di anni, si trova oggi minacciata dall’azione di un’unica specie. E le giustificazioni basate sull’utilitarismo immediato mostrano tutti i limiti del nostro pensiero.

«Ci sono oltre 800 specie di zanzare, e solo un’ottantina sono pericolose per l’uomo. È l’animale che causa più vittime al mondo, certo. Ma senza le zanzare non avremmo neanche la cioccolata a Natale, perché sono loro a impollinare la pianta del cacao. L’obiettivo non può essere sterminare ciò che ci dà fastidio: la complessità della rete biologica non funziona a nostro uso e consumo.»

Non esistono “catastrofi naturali”

Uno dei punti più forti ha riguardato la classificazione dei disastri che colpiscono regolarmente il nostro territorio, con un riferimento specifico alle regioni dell’Italia centrale provate da sismi e alluvioni.

«Le catastrofi naturali non esistono. Esiste un solo evento puramente naturale in questo senso: l’impatto con un asteroide. Tutto il resto sono eventi naturali che diventano catastrofici solo per colpa nostra. Terremoti, inondazioni, frane: diventano tragedie a causa di come gestiamo il suolo e di come costruiamo.»

L’errore metodologico risiede nella pretesa di domare la natura con interventi strutturali invasivi e controproducenti, anziché adattarsi alle sue dinamiche intrinseche.

«Dopo un’alluvione si taglia la vegetazione riparia lungo i fiumi. Ma come viene in mente? Quella vegetazione è lì esattamente per frenare l’energia dell’acqua. Si fa per far vedere che ‘si sta facendo qualcosa’, ma si sta facendo la cosa sbagliata. Il terremoto, di per sé, non uccide mai nessuno: sono le case costruite male a crollare. Con interventi minimi e intelligenti si possono mettere in sicurezza persino gli edifici medievali, ma spesso preferiamo ignorare la prevenzione finché non arriva il disastro.»

La crisi climatica

Spostando lo sguardo sulla crisi climatica globale, Tozzi smantella le retoriche negazioniste che liquidano il riscaldamento globale come un semplice “ciclo naturale”. Sebbene il clima sia sempre cambiato nella storia della Terra, le dinamiche attuali registrano una velocità inedita, direttamente correlata all’immissione massiccia di gas serra da parte dell’uomo.

«La Terra non si scalda dall’alto, si scalda dal basso. L’anidride carbonica è l’unica variabile in grado di modificare il clima in tempi brevissimi, su scala di anni o decenni. Continuare a negare questo dato serve solo a proteggere un sistema economico basato sullo spreco e sul consumo illimitato.»

Il nodo cruciale rimane l’incompatibilità tra un modello economico capitalistico basato sulla crescita perpetua e i limiti fisici di un pianeta finito.

«La transizione ecologica non è una scelta facoltativa tra le tante: è una necessità obbligata se vogliamo preservare il nostro benessere. Qualsiasi tentativo di rinviare le decisioni ci porta dritti verso un punto di non ritorno. È come la parabola del servo di Baghdad che scappa a Samarcanda per sfuggire alla Morte, senza sapere che l’appuntamento con il suo destino era fissato proprio lì.»

Ritrovare la misura: la lezione delle culture indigene

In realtà, la vera differenza strutturale tra Homo sapiens e le altre specie animali non risiede nella capacità d’intelletto, nella creatività o nella sfera emotiva — tratti diffusi in forme diverse in tutto il regno animale —, bensì nella tendenza squisitamente umana all’accumulo indefinito.

Per illustrare questo passaggio, Tozzi richiama un’esperienza personale vissuta in Amazzonia a contatto con un indigeno di nome Mupi.

«Mi ha guardato e, vedendo la mole di oggetti e strumenti che mi portavo dietro, mi ha detto: ‘Io lo so che voi avete un sacco di cose. Ma lo sai che, con così tante cose, alla fine non siete poi così ricchi?’»

Un richiamo essenziale a ridimensionare la nostra presenza sul pianeta. La sfida del futuro non sarà quella di dominare ulteriormente la natura, ma di reimparare l’arte del limite, comprendendo che la sopravvivenza della nostra specie dipende dalla capacità di riconnetterci alle regole di un mondo fragile e interdipendente.

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