Io a Teramo: perché? Per OOO Fest. Cos’è? Un festival davvero interessante e, una volta tanto visti i territori che abitiamo, non gestito da over 70. Giovane, fresco anche nella comunicazione. Fra gli ospiti, Matteo Saudino, straordinario docente di filosofia e divulgatore. E così, in una serata gelida e tempestosa dell’inverno abruzzese ci siamo inerpicati fin lì. (Anche) questo fa la cultura.
La sala è piena. Segno che quando davvero si sa muoversi, le persone rispondono. Saudino sale sul palco, avvolto nella sua inconfondibile barba e in una verve polemica che è, prima di tutto, un atto d’amore per il pensiero critico. Esordisce ringraziando proprio chi ha sfidato il freddo:
“Vi ringrazio per essere qui, dopo esserci lasciati alle spalle giornate calde della fine dell’autunno. Ringrazio gli organizzatori per questa opportunità di tornare a Teramo. E lo dico senza retorica: questi festival diffusi sul territorio, spesso non nelle grandi città, sono veramente una ricchezza di questo Paese. Negli ultimi anni ho avuto l’opportunità di girare tanto e devo dire che questi festival sono – la dico grossa – quasi un presidio di democrazia. Perché per me la democrazia è quando sul territorio si fa un uso pubblico della ragione, usando Kant, usando Habermas, e si portano le varie discipline – la storia, la filosofia, le scienze, il teatro, i grandi temi di attualità – alla portata della cittadinanza. Questa è poi la democrazia: è una cosa viva, qualcosa verso cui noi dobbiamo sempre tendere, e non sempre nella storia i popoli tendono alla democrazia“.
L’era della fragilità
Si parla di uno dei suoi ultimi libri, Anime fragili. Ma la fragilità di cui parla non è una patologia passeggera dell’era social; è una condizione strutturale, che oggi si scontra con l’accelerazione schizofrenica della modernità.
“Nel libro ho messo molto l’accento sulla precarietà dell’esistenza, non perché sia una novità. L’essere umano è ontologicamente precario, partendo dai maestri dell’esistenzialismo novecentesco o anche andando indietro ai nonni dell’esistenzialismo, cioè Pascal e Kierkegaard. Noi ci ritroviamo di fatto a vivere, non abbiamo scelto di venire al mondo, ci ritroviamo a dover vivere sapendo che alla fine moriremo. Tra un atto di nascita e un atto di morte che non dipendono da noi, c’è quella cosa in mezzo che si chiama vita a cui noi dobbiamo provare a dare un senso. La bellezza del vivere sta nel cercare di dare un senso, ma dare un senso alla vita implica paure, responsabilità, disorientamento; dare senso è un potere che però può anche dare le vertigini, ci sentiamo inadeguati.
Per questo nella storia dell’umanità la cultura prodotta dall’essere umano è un tipo di soccorso. Dunque miti, religioni, ideologie, grandi narrazioni che hanno aiutato gli esseri umani a trovare un senso alla vita o che hanno imposto loro il senso della vita, perché siamo fragili e allora abbiamo bisogno del grande racconto. Ma il grande racconto è entrato in crisi. Nietzsche l’aveva capito prima degli altri a fine Ottocento, ha decostruito le grandi narrazioni occidentali e ci ha dato una sorta di avviso. Quello che verrà dopo sarà probabilmente un tentativo di edificare nuovi idoli. Abbiamo bisogno degli idoli per vivere. E lui tra gli idoli ci ha messo dentro la democrazia che non si realizzerà mai – un’illusione – e ha messo in mezzo anche tutta la cultura di massa, dicendo che alla fine trovare un senso in maniera autonoma alla vita sarà il destino solo degli oltreuomini.
Heidegger ci aggiunge un carico da novanta: ci dice che noi siamo l’esserci nel mondo. Nel progetto di vita risiede la forza dell’essere umano, ma noi progettiamo la vita soltanto se capiamo la finitudine, se abbiamo un confronto costante con la morte. Dove nasce la crisi di oggi? Nasce dal fatto che i mondi cambiano in maniera ultra rapida, ultra veloce. E l’essere umano ha bisogno comunque di mettere delle radici, anche se sappiamo che non esistono le radici assolute o metafisiche. Solo che oggi ogni terreno in cui noi proviamo a mettere radici crolla immediatamente: smottamenti, fragilità. La stessa democrazia che scaldava il cuore per tutto il XX secolo non scalda più i cuori. Le grandi ideologie politiche sono abbandonate, le chiese sono vuote, i sindacati e i partiti sono svuotati. E questa dimensione molto precaria ha travolto tutto, compresa la scuola”.
La scuola in crisi
Da qui, l’analisi si sposta inevitabilmente sul terreno che Saudino calca ogni settimana: l’aula scolastica. Una scuola che ha smarrito la sua missione di ascensore sociale ed emancipazione culturale per trasformarsi in un incubatore di burocrazia e conformismo.
“La scuola che esce dal XX secolo è la scuola in cui andranno i figli dei contadini, degli operai, in cui andranno le donne. Io, che sono figlio di un operaio e di un’impiegata, sono ancora figlio di una scuola che ha emancipato. Quando a 18 anni dissi ‘voglio fare filosofia’, mio papà e mia mamma mi dissero: ‘È una cosa bellissima, se è quello che vuoi, fallo’. Ma oggi le storie di persone che con un solo stipendio vanno all’università banalmente sono storie rarissime.
Oggi viviamo un’epoca di grandi disillusioni, di cinismo, di individualismo sfrenato. Quando un ragazzo passa alle superiori, si comincia ad andare a scuola e ci si chiede: ‘Perché? Per fare che cosa?’. Quello che c’è sui social mi piace di più, è più veloce. L’insegnante è una figura malpagata in Italia. Ogni riforma della scuola viene calata dall’alto. Ogni ministro soffre della sindrome di Napoleone: vorrebbe passare alla storia facendo una riforma senza aver ancora fatto sì che quella precedente mettesse radici. Dunque, una maionese impazzita: lo zainetto delle competenze, il portfolio, le tre ‘I’ (inglese, internet, impresa), l’alternanza scuola-lavoro, la maturità con tutti i membri interni, poi esterni, i voti da uno a dieci, la tesina che poi la scopiazzano, la terza prova…
Quindi è il docente, in questo momento, il più fragile. Il docente italiano rappresenta la seconda professione per burn-out in Italia, dopo gli infermieri. Se io avessi il potere di progettare una riforma della scuola, da lì devo partire: dal fatto che una società così liquida ha trasformato l’insegnamento stesso in un mestiere liquido, senza quasi identità. E l’elemento salario svalorizza proprio questa figura. Gli insegnanti non sono mai coinvolti negli Stati Generali della scuola. Manca l’anima alla scuola. Quest’anima si è di fatto spenta, manca il fuoco, manca la passione. Abbiamo una letteratura sterminata che dice che l’insegnante accende i fuochi, non deve distribuire soltanto delle conoscenze. Ma come fai ad accenderlo se ti contesta il genitore, ti contesta il ministro con la retorica dei tre mesi di vacanza? Molti docenti entrano in classe e si sono trasformati in burocrati. Se l’insegnante diventa questo, l’insegnante muore. Muore di burocrazia.
E io so che quando dico ‘l’insegnante è un educatore’ c’è chi mi dice, anche tra i colleghi: ‘Noi siamo dei professionisti dell’inglese, della matematica’. Sì, ma davanti a dei ragazzi di 13 o 15 anni che sono in una fase cangiante, con tutti i loro problemi e il loro malessere. Tu non insegni alla classe che vorresti avere davanti, ma insegni alla classe che hai. Quelli che vi raccontano che un tempo la scuola funzionava meglio o non la conoscono, o cedono a questo conservatorismo reazionario per cui il passato è meglio del presente. Se la scuola di prima sembrava andare meglio, era semplicemente perché ai licei andava tipo il 20% della popolazione. Tu oggi hai una scuola di massa, arriva l’intelligenza artificiale, e tu dovresti tornare a dirti: cosa facciamo a scuola? A scuola formo una testa. Insegno a pensare, gli offro degli strumenti di libertà, una ‘testa ben fatta’. Ma avviene questo? No, perché i ministri non vogliono il pensiero critico, vogliono degli alunni che siano degli esecutori e degli insegnanti che siano dei somministratori. Un vuoto che cerchiamo di riempire con un registro elettronico che alle 8:10 manda il messaggino al genitore se il figlio è a scuola. Questa è la società di rimbambiti in cui i ragazzi, crescendo, non si assumono neanche più la responsabilità di fare filone perché vogliono andare a vedere l’alba o perché non sono preparati, assumendosene le conseguenze il giorno dopo”.
Contro la trappola della “resilienza”, il conflitto
Il j’accuse di Saudino si fa ancora più serrato quando tocca le parole d’ordine del neoliberismo contemporaneo.
“Dobbiamo resistere. Nel mio vocabolario, essere resilienti non basta. La resilienza è il termine usato da tutti coloro che occupano i ruoli apicali in questo mondo ancora bello gerarchico e piramidale. Ci invitano alla resilienza, ma la resilienza è diventata di fatto una forma di accettazione: ‘Io non voglio solo essere resiliente e accettare, io voglio resistere’. Anzi, voglio rilanciare, voglio trasformare le cose. I giovani hanno dei salari di merda in questo Paese. La resilienza vuol dire che sei sempre lì ad accettare un salario di merda perché un giorno, forse, ce l’avrai più alto. No, il lavoro va retribuito, lo studio va retribuito. In un mondo in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono più poveri, coloro che hanno i soldi li accumulano e non li ridistribuiscono. Ci sono persone che lavorano 12 ore al giorno combinando due o tre lavori per avere 1400 euro al mese. Questo si chiama sfruttamento, lo si può chiamare con il proprio nome oppure ‘resilienza’.
Noi a scuola insegniamo la dignità umana, che è il cuore della nostra Costituzione. Ma se la scuola tu la svuoti e la trasformi in un luogo di allenamento al lavoro, di compilazione di test, di progetti che arrivano da mille imprese esterne che entrano lì e ti usano come una cavia… cosa stai costruendo? Io non accetto l’equazione ‘società di massa uguale mediocrità’. Perché se le cose diventano di massa devono per forza essere di bassa qualità? Perché non ci deve essere un investimento sulla letteratura, sulla musica, sul cinema in un istituto professionale? Spesso l’immaginario che proiettiamo sul ragazzo del professionale è che al massimo vada in palestra o a vedere Fast & Furious. Con l’effetto Pigmalione, a forza di dire “tanto loro non leggono, tanto non scrivono”, realizzi quella proiezione che poi si autoverifica. Che processo educativo ci può essere se colui che sta dall’altra parte della cattedra pensa che l’allievo che ha di fronte si vesta come un cretino e ascolti musica di merda? Per i ragazzi di oggi, Ghali può valere un Guccini, perché racconterà la loro realtà com’è, così come Guccini raccontava le storie e le lotte di ieri.
Quello che però è cambiato è che l’unica cosa che valga oggi per gli adulti è il denaro e il successo. Quelli che hanno fatto prima esperienze politiche, che hanno tentato di fare le rivoluzioni, quando sono diventati direttori dei giornali o capi delle imprese, hanno detto ai giovani che la politica non serve a niente, che le rivoluzioni e il mondo migliore non esistono. I loro fallimenti hanno ucciso le utopie che sono la spinta vitale. Gli adulti hanno cominciato a raccontare ai giovani che l’unica cosa che conta sono le tue vacanze, la tua Audi, le tue feste. Il mainstream pop è stato in gran parte consumo di bassa lega. Non c’era motivo che andasse diversamente“.
Dietro la facciata della scuola inclusiva e tecnologica, Saudino fotografa una realtà profondamente divisa per linee di classe, dove i grandi temi del presente (dalla pandemia alle guerre) vengono sistematicamente espulsi dalle aule in nome di una presunta e perversa “neutralità”.
“L’analisi deve essere il più onesta e critica possibile. Io su questo rimango profondamente marxiano: il mondo va cambiato. E vedo una scuola che è profondamente classista. Io insegno al liceo classico e linguistico a Torino: nella mia sezione del classico non ho figli praticamente neanche di impiegati, i genitori sono laureati da tutte le parti; nel linguistico questo non c’è. C’è una gerarchia rigida nella percezione comune. Questa cosa non mi piace e faccio di tutto per trasformarla. Io continuo a insegnare perché mi piace entrare in classe, vederli, sperimentare. Ma la scuola è diventata un luogo di conformismo. Se usiamo Foucault, sappiamo che la scuola, come tutte le istituzioni totali – la caserma, l’ospedale, la famiglia – sono dei luoghi in cui tu, per star bene, devi conformarti. Tu sei premiato se sei conforme. Se entri dentro le tabelle delle competenze sei da 9 o da 10, ma tendenzialmente diamo i voti alti a chi ripete le cose che abbiamo detto noi, a chi è come noi.
Io vorrei una scuola in cui si problematizzassero le discipline per dare ai ragazzi lo strumento di emancipazione umana. Invece, arriva il Covid e a scuola si fa così, non si discute. Qualcuno faceva notare: ‘Con la pandemia nei ministeri comprano pacchetti di aziende multinazionali, tutti dobbiamo avere un account Gmail, non è che ci stiamo conformando?’. Intanto Google Workspace entra nelle scuole senza che se ne discuta. Scoppia la guerra in Ucraina: ‘C’è la guerra, Putin cattivo’, va bene, ma non se ne parla. Arriva la questione palestinese: ‘No, fuori’. Ma di cosa parliamo a scuola? La scuola cos’è, un museo delle cere? Il manuale spero lo si usi per decodificare il presente. Togliere la discussione politica dalla scuola significa rendere la scuola un luogo vuoto. Quella della neutralità è la più perversa delle ideologie.
La nostra Costituzione è ricca di ideologie: il cristianesimo sociale e il socialismo. Perché al centro ci sono la persona e il lavoratore? Perché i cristiano-cattolici hanno la cultura del personalismo di Maritain (l’uomo e la donna come persona unica da mettere al centro della politica) e poi c’è il lavoro che non deve essere sfruttato, e c’è quella magica parola che oggi non va di moda, che è la solidarietà. Oggi se sei solidale ti dicono che sei scemo, che perdi tempo. Ma un mondo così è destinato a finire, perché è solo nello stare insieme che noi attraversiamo le crisi. L’intelligenza artificiale travolgerà tutto: o c’è un patto politico, sociale, intergenerazionale, o altrimenti, se pensiamo di salvarci ognuno con il proprio cellulare, siamo finiti. Nel nostro Paese ci sono dibattiti politici di un’arretratezza impressionante, in cui siamo qua a discutere se una medaglia alle Olimpiadi sia veramente italiana perché l’atleta ha la pelle nera. Nel 2026 questa cosa qua è reale. O il ministro Nordio che dice che la violenza di genere maschile è difficile da affrontare perché è nel patrimonio genetico dell’evoluzione darwiniana. Ma su quale base un ministro può dire una cosa del genere? O la ministra Roccella che dice che l’educazione sessuale e affettiva non riduce la violenza di genere. A me sembra il contrario: se cominciamo in classe a ragionare sul fatto che il corpo dell’altro non è una proprietà, sul tema dei desideri…”.
Con un’incursione tra la psicanalisi e la sociologia dei media, il professore analizza come i flussi digitali catturino i desideri più profondi della giovinezza, mercificandoli.
“La nuova frontiera dell’intelligenza artificiale si fonderà sul principio freudiano di Eros e Thanatos. Il capitalismo erotico ci dice: il piacere immediato vi orienta e vi disorienta. Cosa ha fatto il mondo del consumismo tecnologico? Ha reso l’Eros un brand e lo ha mercificato. Noi quando apriamo le app siamo alla ricerca dell’appagamento delle pulsioni erotiche e delle pulsioni di morte. Tutti noi apriamo un social e se vedi un tuo ex compagno di banco grasso e pelato, godi di invidia. Ci nutriamo di questo. C’è scritto ‘non cliccate su queste immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità’ e l’abbiamo già cliccato per vedere lo schianto finale. Spinoza ce l’ha raccontato col suo conatus, lo stesso Freud. Una società che è moralista su tutto, attraverso i social o l’intelligenza artificiale sdogana in noi queste pulsioni amorali.
Prendiamo la questione del cibo: a cosa diamo spazio in TV? Al mangiare. Siamo legati alla pulsione orale, vogliamo riprodurre il cibo come appagamento. E allora chef, quasi tutti maschi, a tutte le ore cucina, cucina, cucina; sui social tutti a mostrare piatti e noi ci siamo abituati. Da quando in qua facciamo le foto ai piatti? Perché ci hanno educato in questo modo. Mettendolo sui social vado ad attirare altre persone sul cibo. Lo stesso vale se il cibo fa schifo, guardiamo il lato della morte: ‘Adoro quel cibo spazzatura’, è terribile, ma ne siamo attratti. Un giorno mia figlia guardava su TikTok qualcuno che si schiacciava i brufoli. Io, uomo di oggi, vado a guardarlo – lo ammetto – e sono stato lì un’ora e un quarto a guardare cisti e punti neri. Perché? Per queste cose c’è la libido, il cavallo nero di Platone, che è fortissimo e tira verso il basso. L’altezza, la bellezza, la lettura, la musica, il dialogo, la compagnia… Platone le ha messe là, e noi dobbiamo avere un cavallo bianco, il coraggio che ci porta ad andare là. Ma il cavallo bianco va allenato. Invece il cavallo nero, anche se non lo alleni, si nutre semplicemente girando per la città. E ogni volta che siamo su TikTok o sui social, il cavallo nero viene alimentato.
Ai miei tempi l’ora di ginnastica, fino al 1993, era separata tra maschi e femmine, e cercavi di sbirciare nello spogliatoio. Oggi noi apriamo i social e vedi la tua vicina di casa in palestra che si fa la foto, vedi il tuo amico che mostra i bicipiti, tutte le tue compagne in bikini e viceversa. Questa roba qua ha prodotto un onanismo visivo che un tempo non c’era. Oggi il soft-porn ce l’hai tranquillamente visibile con dei corpi oggettivati, o meglio autoggettivati per dei like o per dei soldi. La scuola può tenere fuori tutto questo da un percorso formativo? No. Oggi i ragazzi vanno educati anche rispetto al porno, perché questo porno prestazionale, patriarcale e maschilista che i ragazzi guardano non va bene. Certo, possiamo far finta che i ragazzi non guardino il porno. Ma questo vuol dire provare a cambiare la scuola: renderla al passo con i tempi. Oggi devi mettere un’ora di educazione sessuale e affettiva a scuola. Questo mondo è cambiato in maniera profonda e i nostri ragazzi sono disorientati”.
Camminare in direzione ostinata e contraria: l’utopia
In conclusione, stimolato sul ruolo della speranza contro la disperazione dell’impotenza, Saudino traccia una linea netta tra il vacuo ottimismo di facciata e la speranza militante.
“Chi dovrebbe occuparsene? È una domanda difficilissima, ma dobbiamo cominciare a ritornare a dare un grande peso proprio alla politica. La politica è la dimensione dell’umano per eccellenza. Noi siamo autenticamente animali politici. Se noi vogliamo mettere al centro della discussione queste tematiche, dobbiamo autenticamente influenzare dal basso le classi dirigenti. Thomas More è un autore politico gigantesco perché ci ricorda che immaginare un’altra società può far sì che noi, nel tentativo di realizzarla, trasformiamo quella in cui viviamo. E invece oggi il messaggio che diamo ai ragazzi è che l’utopia crea dei disadattati. Il Black Friday è l’idolo di oggi, ma è un idolo che smontiamo tranquillamente: in 24 ore abbiamo un oggetto a casa, desiderio e immediatamente la sua realizzazione, il pendolo di Schopenhauer, e poi subito la noia. La tecnologia la dobbiamo mettere a scuola, ma come? In maniera critica. Non è l’aula di realtà virtuale aumentata la soluzione, dove i ragazzi guardano Napoleone e alla terza volta si sono già rotti i coglioni perché ce l’hanno più grande il pomeriggio a casa sul divano. La soluzione è decostruire la realtà farlocca in cui noi non siamo felici. Possiamo decostruirla e farne un altro mondo? Sì, come comunità, come polis, la città giusta di cui parla Platone. Un mondo governato in maniera ingiusta è un mondo in cui tu non puoi essere felice. Tu come fai a essere felice quando a Gaza accade quello? Io personalmente sto bene, ma vivo in un mondo in cui sto molto male, perché per me quelle immagini sono ormai umanamente ed eticamente insostenibili. E c’è una classe dirigente mondiale che mi dice che così va il mondo. Il mondo non va così, perché Grozio delle regole ce le ha date, perché Kant ha provato a immaginare qualcosa. Tu devi dire ancora che quella roba è sbagliata e che noi faremo di tutto per cambiarla.
La solitudine è una di quelle passioni tristi, secondo Spinoza, che porta alla non modificabilità della realtà. Le passioni tristi permettono a chi governa di poter dormire sonni tranquilli, perché finisci nell’inazione. Per rompere questa solitudine serve la speranza. La speranza ti porta ad immaginare un domani ed è collegata alla gioia di un mondo migliore. Ma la speranza non è ingenua come l’ottimismo. Già gli illuministi avevano colto che le cose non erano facilmente trasformabili. Un autore come Étienne de La Boétie ci dice che i popoli preferiscono essere servi anziché essere liberi, perché la libertà porta con sé responsabilità. Se tu sei al servizio di qualcuno, speri che faccia cascare delle briciole. Pensiamo al finale di Django Unchained, quando lo schiavo interpretato da Samuel L. Jackson sta dalla parte del padrone contro gli altri schiavi: ‘Non fate la rivoluzione, che rischiate di finire ancora peggio’. Quando si spezzano le catene? Quando c’è speranza. La speranza è una forma d’amore: verso la tua città, verso il cambiamento della scuola, verso un’idea diversa di vita insieme. Altrimenti appassiamo. C’è una forza rivoluzionaria lì. Pensiamo a Guerre Stellari: A New Hope, una nuova speranza. Cos’è che nutre la resistenza nel momento più buio? Una speranza, anche se flebile, che poi porterà a distruggere la Morte Nera.
Io andrò anche quest’anno ad Auschwitz, nonostante alcuni YouTuber mi abbiano accusato di antisemitismo. Oggi è quasi un complimento ricevere l’accusa di antisemitismo da alcune persone, perché sono talmente disoneste intellettualmente che si commentano da sole. In un capitolo di Anime fragili racconto di quando sono andato ad Auschwitz con la mia classe: la guida racconta di quella lettera “B” di Arbeit macht frei scritta capovolta da un prigioniero polacco a cui avevano commissionato il lavoro. Come dissenso individuale disperato, lui rovescia la “B”, i nazisti non se ne accorgono e rimane lì per sempre. Probabilmente ha avuto una piccola speranza nel momento più terribile. Primo Levi lo racconta sempre: quando veniva meno la speranza, le persone morivano.
Il momento di quel viaggio è finito con i ragazzi che si sono incontrati con altre scuole. Ognuno fa il suo pezzo di scuola. Non siamo delle divinità, non siamo la Meloni, Xi Jinping, Trump, Putin o Bezos; non abbiamo grandi poteri, ma noi possiamo unire i nostri piccoli poteri e cambiare dal basso la società. Non dobbiamo dire ‘tutto è inutile’. In quel viaggio, dopo aver visto Birkenau, in una grande assemblea una ragazza racconta le sue emozioni e dice che in quelle camerette aveva conosciuto meglio la sua compagna di classe con cui aveva parlato pochissimo in cinque anni. Si commuove, comincia a piangere, e altri studenti si abbracciano. Abbiamo percepito veramente l’umanità, quel calore. Io so che se qua arrivasse un realista della politica come Dario Fabbri ci direbbe: ‘Saudino, bello quello che dici… ma alla fine vincono i cannoni, le armi atomiche, vince chi calpesta di più l’altro’. Purtroppo il mondo è in gran parte dominato da rapporti di forza, ed è dominato da bulli, però noi non vogliamo quel mondo lì. E poiché io altre possibilità non ne ho, provo a costruire piccoli mondi che, magari unendosi con altri mondi, diano un significato.
Quello che chiedono a noi insegnanti è l’ipocrisia assoluta: ci chiedono a scuola di essere inclusivi, ma molti dei ministri e dei politici quando parlano non lo sono mai. Quando i ragazzi escono, vanno sui social e vedono che gli adulti scrivono ‘troia, fai schifo’. Il ragazzo fa un’ora di inclusione a scuola e poi trova il papà che parla così. Il principe saudita è il mandante di un omicidio – il “Rinascimento” di cui ci ha parlato Renzi – eppure per noi è fatta giustizia perché oggi hanno arrestato il capo dei maranza? Il principe che governa l’Arabia Saudita fa uccidere un giornalista, e il presidente degli Stati Uniti dà della scrofa alla giornalista che fa la domanda… sono questi i modelli? Quando fai lezione non devi mai dimenticartelo. Quando a scuola spieghi che il gioco d’azzardo online è pericoloso, ma fuori la pubblicità la fanno Totti e Buffon ed è libero mercato, tu insegnante cosa sei? A volte sei un uomo o una donna che grida controvento. Mi piace Don Gallo, e noi continueremo a camminare in direzione ostinata e contraria. Questo abbiamo fatto”.
Ci incamminiamo verso l’uscita mentre sferza il vento. All’uscita c’è il firmacopie. C’è un mio ex studente, che si avvicina e prima di fare la foto con Saudino la fa con me: “Ci manca“. Poco prima avevo incontrato una ex collega: “Gli manchi“. Quando parlo con il mitico Barbasophia chiacchieriamo di scuola, gli faccio firmare quasi commosso il suo manuale di filosofia (che ho fatto adottare nel mio istituto). Noi docenti un po’ diversi dalla media.