Il caso Moro oltre il dramma: Stefania Limiti e Marco Foschi per smontare le verità di comodo

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30 marzo 1978 – 9 maggio 1978. Cinquantacinque giorni che hanno spaccato in due la storia italiana repubblicana. Eppure, a distanza di quasi mezzo secolo, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro continuano a galleggiare in una sorta di limbo storiografico, fra l’emozione della memoria collettiva che l’ha visto accadere e una verità ufficiale che non convince più. Molto denso l’incontro al Festival Sommersi di Grottammare, a cui hanno partecipato la saggista e giornalista Stefania Limiti e l’attore Marco Foschi.

Il quadro geopolitico

Per comprendere l’impatto del delitto Moro non si può prescindere dal quadro geopolitico in cui maturò. Quello stesso 16 marzo, mentre in via Fani veniva sterminata la scorta, il presidente del Consiglio incaricato, Giulio Andreotti, si recava alle Camere per ottenere la fiducia a un esecutivo che avrebbe visto, per la prima volta, il voto favorevole del Partito Comunista Italiano. Un esito fortemente voluto dal presidente democristiano.

«L’Italia avrebbe potuto seguire un certo orizzonte», spiega con nettezza Stefania Limiti. «Aldo Moro aveva capito che la Democrazia Cristiana da sola non era più in grado di affrontare le necessità del Paese. Aveva incontrato Enrico Berlinguer, ma aveva incontrato soprattutto già il togliattismo: Moro, dai tempi della Costituente, aveva conosciuto molto bene Togliatti. Per lui il dialogo con Berlinguer era naturale, anche perché aveva già provato negli anni ’60 il grande tentativo del centrosinistra che, egli stesso dice nel memoriale (gli scritti dalla prigione delle BR), fu sostanzialmente sabotato dal “tintinnar di sciabole”. Fu sabotato da quel pezzo di Paese che non vuole rinunciare a nulla, a nessun privilegio. Anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica fu un dramma per alcuni settori che invece pensavano di lucrarci».

Eccolo il reale pericolo: i poteri occulti, cuore della costituzione materiale della Repubblica Italiana, ovvero forze reali e storicamente documentate che hanno agito nell’ombra per condizionare la democrazia legittima (filo conduttore della sua interessante produzione saggistica). Lei ricorda il discorso di Moro al congresso scudocrociato del 1962:

«Spiegando il tentativo del centrosinistra, Moro cosa dice? “Guardate che noi qui abbiamo un problema in questo paese che sono, è la forza dei settori reazionari, è la forza della reazione, sono i residui del neofascismo”. E diceva: “Guardate che questa cosa non si misura solamente in termini di seggi, cioè non riguarda solamente la presenza dei missini in Parlamento. Questa questione ci riguarda perché noi la reazione ce l’abbiamo anche dentro casa nostra”. Il tentativo consapevole di Moro da allora è quello di creare una condizione per le riforme del Paese, sostanzialmente per attuare la Costituzione e per impedire, lui dice, che le masse siano fuori dall’area del governo, perché quando le masse sono fuori, poi le masse si affidano ad un duce».

Con Berlinguer, non è in gioco un accordo per un “compromesso storico” inteso in senso formale, bensì il tentativo strategico di portare il PCI e le masse dei lavoratori nell’area di governo per dare una nuova prospettiva al Paese. Ma quel disegno poggiava quasi interamente sulle spalle di un solo uomo.

«Il fatto che Moro fosse il principale artefice di questa politica, che questa politica fosse stata decisa in una stanza con troppe poche persone, fa sì che, morto Moro, sostanzialmente non ci sia un suo erede», osserva Limiti. «Tenterà qualche anno dopo Piersanti Mattarella e farà la fine che farà. Ma in quel momento, quando Moro viene ucciso, il compromesso storico, il tentativo di alleanza e di riforme del Paese è destinato a morire, è destinato a entrare in una crisi profonda.

In quel momento l’orizzonte repubblicano e antifascista comincia a morire, perché quell’antifascismo che Moro aveva praticato, e che i grandi movimenti degli anni ’60 e ’70 avevano portato all’applicazione della Costituzione — inizialmente esiliata, come dice un bel titolo di un libro di Giuseppe Filippetta — trova invece una sua attuazione proprio in seguito a un grande ciclo di lotte sociali e di classe. Avremo delle riforme importantissime che ancora adesso riguardano l’architettura del nostro paese. Ecco, con la fine di quell’orizzonte comincia a morire un value sostanziale dell’antifascismo, inteso come attuazione delle politiche che si riconoscono nei principi della Costituzione. Muore l’orizzonte repubblicano di cui Moro, padre costituente, era stato uno dei più consapevoli interpreti. La crisi attuale del nostro Paese, la rinascita successiva della destra, affondano secondo me le radici in quel momento lì, in quel maggio del 1978. Affrontare questo ragionamento è fondamentale per avere una maggiore consapevolezza dei tempi di oggi».

Mario Moretti e le BR

Marco Foschi, che ha prestato il volto al leader brigatista Mario Moretti in una celebre ricostruzione televisiva diretta da Gianluca Tavarelli al fianco di Michele Placido, racconta le difficoltà di approcciare un ruolo tanto oscuro. Foschi rivela di aver tentato un contatto con Moretti, oggi in regime di semilibertà a Milano:

«Volevo tentare di raccontare qualche cosa che non avesse il suo plauso, ma tentavo di avere anche una chiave di lettura della questione, di non prendere necessariamente una posizione facile nell’interpretare un cosiddetto “cattivo”. Sono riuscito a far sì che la mia domanda arrivasse a lui, ma ha declinato in maniera abbastanza signorile».

Rimanendo solo con la responsabilità dell’interpretazione, l’attore si è rifatto alla letteratura sul caso, in particolare al celebre libro-intervista di Rossana Rossanda (“Una storia italiana”), leggendone un passaggio illuminante sul legame che si creò nella prigione:

“Non è semplice da spiegare. In situazioni come questa si creano rapporti né univoci né lineari. Fra noi era dominante la politica, ma eravamo anche due persone che stavano assieme per molte ore e allora si opera una sorta di scissione… una schizofrenia fra il ruolo, lui presidente della DC e io il dirigente delle Brigate Rosse, e gli uomini che siamo… Lui ha uno spasmodico attaccamento per la famiglia… e io lo capisco per forza, da qualche parte anch’io ho Marcello [il figlio]… Oltre al ruolo ho davanti un uomo che mi fa pietà, nel senso virgiliano della parola, e qualche volta anche un po’ rabbia… Così diversi e nemici riusciamo a provare simpatia l’uno per l’altro.”

Tuttavia, proprio questa testimonianza solleva i dubbi degli storici. È la stessa Stefania Limiti a intervenire sul punto:

«Quel passaggio è stato uno dei passaggi che mi hanno indotta a scrivere “Quel che resta del caso Moro”. Quando ho letto esattamente quelle parole sono balzata dalla sedia, perché ho detto: ma scusa, Mario Moretti è l’uomo che è stato di fronte ad Aldo Moro, lui e l’altro, l’altro e lui da soli. Lui ha guardato negli occhi l’uomo che poi avrebbe ucciso, ha creato il delitto politico più importante del ‘900. E cosa ci viene a raccontare di Aldo Moro, anche nell’ottica di una propria epica rivoluzionaria? Che era preoccupato per il nipote. Ma questo lo sappiamo, perché ce lo diceva Moro nelle sue lettere! Mi ha fatto venire il sospetto che lui non ci fosse proprio lì davanti, perché altrimenti una cosa in più ce la poteva raccontare. Lui racconta di Moro tutto quello che Moro racconta di sé nelle lettere, non dice una parola in più su uno sguardo, un’abitudine. E sono stati 55 giorni, sono tanti!»

Il “Dossier Morucci”

Il cuore della critica di Stefania Limiti arriva a colpire la narrazione ufficiale degli eventi, quella che definisce una «rappresentazione letteraria perfino troppo perfetta», inaugurata già nell’ottobre del 1978 da Leonardo Sciascia nel suo L’affaire Moro. C’è il gruppo rivoluzionario agguerrito, l’ostaggio eccellente, lo Stato che si barrica dietro l’inflessibilità. Una rappresentazione che ruota attorno a tre cardini spaziali precisi: via Fani, via Montalcini (la presunta prigione del popolo) e via Caetani.

«Il caso Moro va assolutamente sottratto a questa rappresentazione letteraria», incalza Limiti, «perché altrimenti diventa una vicenda fuori dalla storia, che ha una sua circolarità ma che non riesce a fare i conti con la Storia. E questo è il nostro problema oggi: non riusciamo a storicizzarla perché sappiamo troppo poco, perché ci hanno detto molto poco e perché quello che è emerso alla fine è venuto fuori che ve lo dovete dimenticare, perché è tutto finto.

Il Memoriale Morucci — che è quello che racconta la sparatoria di via Fani, la corsa verso via Montalcini e che descrive tutta la dinamica che tutti noi abbiamo in testa — beh, io vi dico che questa rappresentazione è in realtà un dossier vero e proprio fatto a tavolino dai servizi segreti con la collaborazione di Valerio Morucci. Questa idea dei tre punti è molto scenografica, è già un film quel memoriale. Ma oggi noi, dopo la Commissione Moro 2 guidata da Giuseppe Fioroni, abbiamo la certezza della falsità per una serie di evidenze. Se andate a verificare cosa dicono i brigatisti della fuga e del raggiungimento di via Montalcini, mettete insieme tutto quello che dicono nei loro libri e nelle interviste: ognuno dice delle cose diverse. Non si capisce chi da via Fani porta Moro a via Montalcini. Non solo: io dubito fortemente che là ci possa essere stata una prigione del popolo. Via Montalcini è uno dei posti più esposti di quella via, al primo piano, e lì vicino abitava persino il fratello del generale Dalla Chiesa. Questa rappresentazione è buona solo per la sfera emotiva. Come nei grandi delitti politici, come il caso Kennedy, a noi è stata data l’emozione della ricostruzione e della drammaturgia del caso. A noi l’emozione, e loro si tengono la verità. E a me non sta bene questa divisione».

Le regie internazionali

Per comprendere le anomalie del sequestro è necessario analizzare il cortocircuito in cui caddero le stesse Brigate Rosse. Il loro intento originario rientrava in una strategia di guerriglia basilare: colpire un singolo obiettivo politico per innalzare il livello di conflittualità, estorcere “verità” all’ostaggio tramite l’interrogatorio e renderle pubbliche per scuotere le masse popolari contro lo “Stato imperialista delle multinazionali”.

«Aveva ragione Rossana Rossanda, le BR con questo programma erano dentro la Terza Internazionale», spiega Limiti. «Dopodiché fanno tutto il contrario. Nel momento in cui colpiscono il presidente della Democrazia Cristiana, l’uomo che sta realizzando una politica di grande rottura all’interno della geografia dei blocchi e della Guerra fredda, in quel momento non è più un affare tra le BR e la DC. Diventa uno dei grandi casi internazionali. E como tutti i grandi delitti politici internazionali, matura e si realizza dentro un contesto in cui entrano le interferenze di altre forze che hanno interesse a pilotare e a dare un senso a quel sequestro, magari diverso da quello che gli vogliono dare le BR».

Il paradosso finale è che il processo alla Democrazia Cristiana non lo fanno i brigatisti, ma lo fa Moro stesso dall’interno della sua prigione. Quando il presidente sperimenta il cinismo del suo partito, che nega persino l’autenticità delle sue lettere pur di non trattare, in lui si compie una rivoluzione interiore drammatica. Moro distrugge politicamente la DC nelle sue missive, definendo i suoi colleghi «buoni solamente a fare la festa dell’Amicizia» e profetizzando: «Il mio sangue ricadrà su di voi».

Il sabotaggio delle trattative

Mentre l’ostaggio consuma la sua rottura, dietro le quinte istituzionali si muove una fitta rete di trattative segrete, sistematicamente sabotate da una cabina di regia occulta.

«La verità si potrà ricostruire nel tempo», afferma Limiti. «Ci sono dei fondi privati, penso a quello di Cossiga, penso a quello di Rumor. Nel mio libro racconto un episodio che mi fu riferito dall’ex ministro Calogero Mannino. Mi raccontò che la mattina del 9 maggio, alle 8, incontrò Francesco Cossiga alla buvette: presero un caffè insieme e Cossiga gli disse: “Oggi è un grande giorno, perché sta per essere liberato Aldo Moro”. Le trattative erano andate avanti.

Già agli inizi di aprile c’era stata una riunione in cui Andreotti chiedeva ai segretari della maggioranza, compreso Berlinguer, l’ok per una trattativa che il Vaticano avrebbe portato avanti. Erano tutti d’accordo. Tutto veniva spostato fuori dall’ambito del governo e del parlamento; avveniva lungo binari informali. Noi abbiamo la certainty ormai che Paolo VI aveva messo insieme 10 miliardi di lire: c’è la testimonianza di chi vede questi soldi in una stanza della residenza pontificia a Castel Gandolfo. La mattina del 9 maggio, padre Curioni (il cappellano delle carceri) aspettava la telefonata per l’ok definitivo. La telefonata arrivò, ma saltò tutto. Non sappiamo chi ci fosse all’altro capo del telefono».

A governare questo gigantesco inganno, secondo la ricostruzione di Stefania Limiti, ci sono le quattordici pagine di resoconto lasciate dal criminologo americano Steve Pieczenik, l’esperto inviato dagli Stati Uniti per affiancare Cossiga al Viminale:

«In quei resoconti ci sono gli ordini impartiti per la gestione del caso. Primo: bisogna far passare Moro come affetto da una specie di sindrome di Stendhal, come un prigioniero le cui parole sono del tutto inaffidabili, creando un distacco netto con l’opinione pubblica. Viene preparata la grande messa in scena della sua morte con la vicenda del falso comunicato del Lago della Duchessa, gestita da ambienti dell’intelligence (le BR ci misero più di un giorno a capire e a smentire, rimanendo spiazzate pure loro). Un’altra indicazione dell’esperto americano era quella di neutralizzare e allontanare la famiglia Moro, proprio mentre la moglie Noretta si dava disperatamente da fare per aprire canali.

Infine, la direttiva più cinica: far credere continuamente alle BR che ci fosse una volontà di trattare, per poi chiudere tempestivamente ogni canale. Questo è esattamente ciò che avviene nei documenti. E le BR di fronte a questo sono smarrite. Avviano un commercio assurdo delle carte di Moro — che ci verranno consegnate mutilate e in parte passate proprio dalle stesse BR in contesti oscuri — anziché renderle subito pubbliche per far deflagrare la DC. La morte di Moro era, in realtà, la morte delle BR stesse. Restituendo l’ostaggio vivo al nemico (che non lo rivoleva), avrebbero creato un caos totale dentro la Democrazia Cristiana. Era questo il reale interesse della strategia brigatista. Solo che ci sono state interferenze che andavano al di là della DC: settori molto potenti e interni al potere, e mi riferisco alla loggia P2, che credo abbia avuto un ruolo estremamente importante nella gestione delle relazioni che hanno instradato la vicenda Moro verso la sua tragica fine».

La voce di Moro: gli ultimi atti d’accusa

Dalla lettera d’addio alla moglie Eleonora emerge il definitivo atto d’accusa verso il proprio partito:

«Mia dolcissima Noretta… Siamo ormai, credo, al momento conclusivo… Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della DC con il suo assurdo ed incredibile comportamento. È sua, va detto con fermezza, così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E poi è vero che moltissimi amici, o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. 100 sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare.»

E poi il ritratto psicologico e politico che Moro fa di Giulio Andreotti, in cui si consuma la condanna più lucida e spietata:

«Un regista freddo, imperscrutabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. È questi l’onorevole Andreotti. Del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini… L’onorevole Andreotti aveva iniziato la sua ultima fatica ministeriale… proprio con un incontro con me per sentire il mio consiglio, propiziare la mia modesta benevolenza… Io in quel momento potevo scegliere e scegliere nel senso della mia innata, quarantennale, irriducibile diffidenza verso quest’uomo, sentimento che è un dato psicologico e che mi sono sempre rifiutato ed ancora oggi mi rifiuto di approfondire e di motivare».

Parole che, rilette oggi, confermano come la fine di Aldo Moro non fu l’esito lineare di una sfida tra lo Stato e un gruppo di brigatisti, ma un “golpe riuscito”, un delitto politico internazionale i cui nodi e le cui zone d’ombra continuano a pesare sul presente e sull’architettura democratica del Paese.

Come chiude Stefania Limiti con una battuta fulminante:

«Ditemi voi se all’interno di un ragionamento storico si può accettare una frase come quella detta in tribunale da Valerio Morucci, secondo cui chiamò il professor Tritto per far recuperare il cadavere solo alle 12:20 perché prima “nessuno gli rispondeva al telefono”. Non è accettabile!».

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