Maura Gancitano a Grottammare: l’esercizio del pensiero e la fioritura di sé

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«La percezione della filosofia è cambiata nel corso degli anni», osserva Maura Gancitano (l’avevamo conosciuta QUI). «C’era fortissimo, e c’è ancora in parte, il senso che la filosofia come quella cosa con la quale o senza la quale si rimane tale e quale: un discorso astratto, slegato dalla realtà». Questa visione, tuttavia, ha mostrato i suoi limiti quando l’attualità ha iniziato a porci di fronte a trasformazioni epocali e traumi sistemici. «La filosofia viene sempre interrogata quando le cose vanno male. La realtà viene interrogata per spiegarci cosa sta succedendo, come facciamo a capire quello che ci sta succedendo».

Dalla riflessione sulle intelligenze artificiali fino alla medicina e all’architettura, la filosofia mostra la sua natura originaria di riflessione critica di ogni attività umana. «C’è una filosofia alla base delle cose, di qualunque disciplina, e c’è bisogno di domande filosofiche, soprattutto in tempi come questi, in cui tantissime cose si stanno rivoluzionando e stanno modificando e trasformando l’umano».

Le due anime del pensiero: politica e fioritura personale

«Giorgio Colli diceva che la filosofia ha sempre avuto questi due grandi filoni: quello politico e quello mistico», spiega Gancitano. «C’è una parte che ha a che fare col capire cosa succede a livello collettivo e una parte che invece ha a che fare con la vita filosofica, quindi con le pratiche, perché la filosofia nasce con gli esercizi. Tanti di questi sono ancora potentissimi, sono quelli che Michel Foucault chiamava tecnologie del sé che trasformano un essere umano».

Il recupero di questa dimensione pratica permette di abbattere il senso di soggezione che molte persone provano nei confronti dei testi classici o del pensiero accademico. L’incontro diretto con gli autori del passato svela una sorprendente consonanza di interrogativi: «Tante persone avrebbero probabilmente trovato più risposte in Platone che in certi libri self-help. Però Platone non lo vai a leggere perché pensi di non poterlo capire, che sia troppo complicato. Poi magari quando leggi certi dialoghi ti sembra di stare lì in quella cosa che accade e ti sembra che quelle persone venticinque secoli fa avessero le tue stesse domande».

Accostarsi a Seneca o a Marco Aurelio senza il timore dell’inadeguatezza restituisce al pensiero la sua funzione di cura e trasformazione: «La soggezione che tante persone provano verso la cultura, tanto la filosofia quanto la letteratura, diventa un limite fortissimo: il fatto che poi non fai esperienza di qualcosa perché non senti di essere abbastanza per quella cosa lì. Dedicarsi a qualcosa che implica uno sforzo, ma molto più piacere nel momento in cui quello sforzo lo fai, può essere veramente un enorme antidoto al senso di scoramento e disorientamento che proviamo oggi».

Il canone filosofico e le donne

«Per me è importante citare i testi nei libri, sia per non intestarmi le cose che ho letto da altri, sia per un senso di gratitudine», sottolinea Gancitano. «Oggi è importante sentirsi parte di una genealogia, sentire che noi non possiamo formulare dei pensieri oggi al di là di quello che altri hanno pensato prima di noi».

Tuttavia, un’analisi critica della storia delle idee rivela come la costruzione dei canoni ufficiali sia stata viziata da una profonda e sistematica cancellazione del contributo femminile. Dalla pittura alla letteratura, fino alla storiografia filosofica, molte figure centrali sono state destinate all’oblio con l’avvento della modernità.

«La storia della filosofia è essenzialmente una storia maschile», nota Gancitano, evidenziando come anche nelle arti figurative si sia verificato un fenomeno analogo. «I nostri musei sono pieni nei magazzini di opere di artiste del Rinascimento e di tantissime epoche che erano anche famose al tempo, ma a un certo punto sono state dimenticate. E sono state dimenticate soprattutto nella modernità, cioè quando abbiamo iniziato a scrivere i manuali in cui non sono entrate».

Questa dinamica di marginalizzazione ha colpito trasversalmente le maggiori figure della letteratura e della filosofia, riservando loro un trattamento critico disuguale rispetto ai colleghi uomini: «Pensiamo a Grazia Deledda, Nobel nel 1926, molto più letta e considerata in altri paesi rispetto al nostro, o a casi come Elena Ferrante, svilita da tanti intellettuali italiani in quanto donna che raccontava storie con protagoniste femminili. In Italia abbiamo avuto tantissime grandi filosofe del Novecento, ma sono sempre state considerate di serie B rispetto ai filosofi che si occupavano di altre questioni ritenute ‘davvero importanti’».

Basta con la «brava bambina»

La ricostruzione di una genealogia femminile risponde all’esigenza di liberarsi da modelli e aspettative sociali che comprimono l’espressione individuale. La ricerca sociologica ha mostrato come le pressioni verso la conformità e la compiacenza abbiano generato, nel corso del tempo, forme diffuse ma silenziose di sofferenza.

Analizzando gli studi condotti da Betty Friedan negli anni Sessanta sulla condizione delle donne nell’America del boom economico, emerge quella definizione fulcro che descrive la paralisi da aspettativa sociale: «Betty Friedan scopre che c’è un tasso di suicidi molto più alto e si domanda quale sia il problema. Lei lo chiama ‘il problema senza nome’. Quelle donne non potevano dire che quella vita non le rendeva felici, che non volevano fare la casalinga americana degli anni Cinquanta, ed era un problema che non potevano dire perché se l’avessero raccontato avrebbero risposto loro: ‘Ma di che ti lamenti? Hai tutto quello che puoi desiderare’

L’analisi del mito classico e dei ruoli sociali rivela quanto: «Siamo state educate anche in una maniera non esplicita a rispettare certi binari, a non dire certe cose, a cercare di fare il compito e di farlo bene. E questa cosa è molto limitante».

Contrariamente a quanto si tende a credere, non sono retaggi antichi: «Tanti degli stereotipi che oggi stiamo cercando di scrollarci di dosso sono più moderni di quanto pensiamo. L’idea di essere così tanto indirizzati in quello che dobbiamo e non dobbiamo fare ha molto più a che fare con l’età moderna che con l’antichità. Quando la donna inizia a occupare degli spazi che non aveva mai occupato, iniziano a esserci discorsi misogini con un enorme potere, molto più cattivi nei confronti di come devi essere, dove devi stare, come ti devi sedere».

La trappola dello sguardo

Un’altra dimensione chiave del controllo sociale si esercita attraverso la normatività estetica. A partire dall’Ottocento, il condizionamento legato alla bellezza si è strutturato come un vero e proprio imperativo commerciale e di posizionamento sociale.

«L’industria della bellezza ha capito che facendo leva sulla sofferenza e sui complessi delle persone poteva vendere tantissimo», evidenzia Gancitano. Questa dinamica si fonda su una struttura concettuale precisa: «C’è una triade che ha a che fare con il peccato, la redenzione e la salvezza. Il peccato è aver mangiato troppo, non aver fatto abbastanza; la redenzione è il prodotto; la salvezza è la promessa che finalmente funzionerà. Questo senso di colpa diventa qualcosa su cui si può far leva tantissimo».

Le conseguenze di questa pervasiva attenzione all’estetica vanno ben oltre l’aspetto economico, impattando direttamente sulle facoltà cognitive e sul benessere psicofisico attraverso quella che viene definita visione allocentrica del corpo.

«Essere così ossessionati dall’aspetto fisico porta a non sentirsi più, a sentire meno il battito cardiaco, il senso di fame e di sete, il sonno: è come se ti staccassi dal tuo corpo», spiega Gancitano. Questo fenomeno di continua autosorveglianza si traduce in una costante interferenza: «È come se fosse un rumore di fondo costante che ti distrae. E quello che sta succedendo negli ultimi anni è che questo sguardo giudicante si è esteso anche ai ragazzi: un senso di vergogna e di disprezzo che viene fortemente alimentato dai social network».

Per un’educazione sentimentale

Di fronte alle criticità nelle relazioni umane e alla frequenza dei casi di violenza di genere, si invoca spesso la necessità di un’educazione sentimentale.

«Educazione sentimentale non è l’educazione sessuo-affettiva, che ne è solo una parte», puntualizza Gancitano. «L’educazione sentimentale è la relazione che noi coltiviamo con noi stessi, con le altre persone e con il mondo. Non si esaurisce con la maggiore età, non è automatica e non è una trasmissione di competenze. Passare esclusivamente informazioni non cambia il comportamento».

L’approccio educativo autentico non consiste nel censurare ciò che si prova, ma nello sviluppare la capacità di stare nel dialogo interiore e di gestire le frustrazioni dell’esistenza, a partire dall’accettazione dell’alterità dell’altro.

«Educazione sentimentale non ha a che fare con il galateo del come comportarsi, ma con l’avere un dialogo con se stessi», afferma Gancitano. «Non è il territorio della morale — questo è giusto e questo è sbagliato — ma dell’etica: domandarsi ‘È giusto quello che sto facendo? Qual è l’azione giusta che io posso compiere di fronte a quello che ho davanti?’».

In questa prospettiva, la chiave della maturità relazionale risiede nella rinuncia alle pretese di dominio e nella capacità di attraversare i limiti dell’esperienza umana senza trasformarli in prevaricazione: «Il problema è fare i conti con la frustrazione: accettare la libertà delle altre persone significa non poterle controllare. Educazione sentimentale parte dal rapporto con sé perché ha a che fare con la consapevolezza: capire qual è il percorso da fare per sentire quello che si prova e capire quale azione si può compiere. Con la consapevolezza che non c’è il comportamento perfetto, ma un tentativo costante di imparare ad avere un dialogo con se stessi».

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