“Ogni volta che vengo a San Benedetto del Tronto, quasi fosse un rito sacro, vengo subito qui a onorare quest’opera d’arte ‘immensa’! Io aggiungo meglio qualsiasi rumore che lavorare! Una lezione che mi hanno ben insegnato!”. Scrive Alex Corlazzoli condividendo una foto del Monumento Nespolo: “Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”. L’occasione del suo arrivo è la presentazione del libro “Diario da un monastero. Parole di un ateo in cammino” organizzata come sempre da Mimmo Minuto. Di fronte al pubblico poco folto al Circolo Nautico Sambenedettese commenta: “Siamo in un momento in cui è difficile fare cultura e devo ringraziare Mimmo che la fa da 44 anni” (noi di Ithaca non a caso lo intervistammo QUI). E poi continua: “Oggi ho avuto modo, cosa che non faccio quasi mai, di andare al mare. Mi sono messo a osservare quanti leggessero un libro: c’era solo una persona. Domattina presto tornerò per vedere il mare, non essendoci riuscito”. E, puntuale sui social ritroviamo il giorno dopo una foto del mare: “Ore 6.30. Mi son svegliato presto per lodare il mare, la luce del sole, la fresca sabbia sotto i piedi, le conchiglie, il silenzio…”.

L’AUTORE – “Giornalista, maestro, scrittore, viaggiatore” recita il retro del libro, “tu cosa ti senti di più?” chiede la moderatrice Maristella Bianconi. “Un preside (e non ho mai un buon rapporto con loro) mi ha detto: ‘Tu non sei un maestro, sei un giornalista!’. E io effettivamente ho iniziato da giornalista, poi a trent’anni ho iniziato con l’insegnamento, perché volevo stare con le persone. Immergermi. E mi diverto nel farlo. Però, mi sento giornalista in primis, e poi maestro; e non potrei però l’uno senza l’altro. Parlo e scrivo di scuola perché innanzitutto la conosco”. C’è poi il viaggiare, “perché la maestra alle elementari mi aveva parlato così tanto del Mozambico, perché lì aveva un parente missionario. E da allora non mi sono più fermato: ne ho fatti 65, pur venendo da una famiglia proletaria. Ecco, il maestro, e questo genere di figure, possono davvero segnare la strada di una persona”. Da giornalista e insegnante, non posso che concordare.
SCUOLA E PENSIERO CRITICO – “È una vita più semplice, senza dubbi, quella in cui non pensi. È una vita più da supermercato, in cui trovi già tutto pronto e cucinato. Penso ci sia stato un imbarbarimento negli ultimi anni perché penso alla morte della scuola italiana [l’articolo che vi consiglio, scritto dall’autore, è QUI]. Quello che ci vendono, noi lo prendiamo.
Una delle cose che ha ammazzato il pensiero critico è che si è imparato a viaggiare da turisti cretini, una delle cose peggiori che sono accadute: Messner dice che tutti adesso vanno a 8mila metri, d’altronde ce li portano. Come gli alunni che mettono sul bus e li portano a teatro e li riprendono. E invece no, prendiamo il treno, poi la metro e facciamoli orientare. Siamo arrivati a una scuola in cui i bambini mi chiedono: ‘posso bere?’. E poi c’è ancora l’assurdità di chiedere di andare in bagno… Il nostro compito è quello di istigare ad avere dei dubbi.
Come? Ad esempio, leggendo i quotidiani. Con i bambini di 8/9/10 anni leggo quotidianamente il giornale. Hegel disse che ‘il giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno’. Leggendo, i miei alunni riescono ogni volta a fermarsi a riflettere e a farsi delle domande. Perché, alla fine, la ricerca è porsi delle domande e cercare insieme delle risposte. Io non ho paura di affrontare temi etici a scuola e anche la politica. Loro sanno che il maestro è ateo e nascono proprio da questo delle bellissime riflessioni.
Il problema non sono i bambini, ma i genitori. Me ne sono trovati che non volevano che parlassi di guerra: ‘Mio figlio non deve sapere che esiste’. Ovviamente, va fatto nel modo corretto e adatto a quella specifica età. È mio dovere di insegnante affrontare questi temi. Una volta, al primo giorno di scuola, ho invitato un amico che ha tentato il suicidio ed è rimasto tetraplegico (e che poi ha riscoperto la vita e oggi fa lo sportivo). Qualche genitore mi ha chiesto il motivo: volevo spiegare loro il tema dell’errore e di come possa essere l’occasione”.

IL MONASTERO – “Si tratta di uno dei luoghi che danno un’impronta. E ne ho frequentati e ne frequento. Da tantissimi anni conosco Enzo Bianchi, ad esempio. Perché? Fin da piccolo mi facevo delle domande, a partire da quelle preghiere che facevamo in classe alle elementari.
Peraltro, i monasteri sono l’unico luogo in cui nessuno mi ha chiesto in chi credevo, come, perché non facevo il segno della croce ecc. Il monastero accoglie e io mi sono sentito sempre a casa. E ho scelto di starci. Non per diventare una persone migliore, come pensavo all’inizio, ma per accogliere me stesso. Mi sono preso un’aspettativa da scuola, vivendo giorno e notte quel luogo. E l’ho fatto da ateo, inteso come qualcuno che si pone domande. Non mi interessa l’etichetta. ‘Adamo dove sei’ diceva Martin Buber. Dove sei essere umano, che sei in spiaggia -senza un libro- e a Gaza (come in tanti altri posti) accade quello che accade… Non che in monastero si trovino le risposte, ma vanno cercate”.

L’ESPERIENZA COI MONACI – “Doveva essere un mese, poi sono rimasto due e quest’anno ho intenzione di tornare e farne tre, per condividere ancora un pezzo di strada coi monaci. Mentre raggiungevo il monastero di Cellole, vicino a San Gimignano, ho pianto. ‘Ecco, non hai una famiglia, non hai dei figli, non hai una relazione stabili, forse non hai trovato nemmeno un luogo in cui stare’. All’arrivo ho trovato Emiliano, che poi è diventato la mia guida spirituale. La cena e poi alle 20,30 è già notte fonda e tu sei chiuso nella tua cella, con solo una grande finestra nel buio. Ho dovuto fare i conti col grande silenzio e con la solitudine, con i fantasmi che ci abitano. Lì ho pianto, ho lasciato che scorressero le lacrime. E dopo i due mesi ho pianto di nuovo, ma di gioia. Sono stati i mesi più belli della vita. Ho iniziato a scrivere quando sono tornato, quando ero triste. Era per gli amici soltanto, ma loro volevano saperne sempre di più.. e così è nato.
Un’esperienza dove cambia totalmente lo spazio-tempo. Il luogo era una bellissima pieve di 1000 anni fa, poi il monastero, con la tua cella, e l’orto. Noi, normalmente, abitiamo tanti luoghi. Lì c’era solo questo, ma ogni passo che facevo era di meditazione. Lì lo spazio acquisisce importanza. D’altronde insegno sempre ai miei alunni in viaggio d’istruzione a guardare. A farlo in alto e in basso. E poi cambia il tempo: lì quello che fuori ti sembra indispensabile ri accorgi che non lo è. Ad esempio il telefono. Prende allora tempo il dialogo. Il tempo in cui si asciugano insieme i piatti. Mi sono ritrovato a parlare di ortodossia, di cosa avevano detto dell’Apocalisse al vespro. Ho imparato a dare valore alle piccole cose. A capire la bellezza della cura. Anche la cura del guardarsi negli occhi. ‘Bisogna saper ascoltare anche un nocino’ ho scritto. Perché anche il loro nocino mi parla di lavoro, di sfida e del suo godimento. Orto e biblioteca sono gli spazi più grandi dei monasteri
Oggi ho deciso che a qualsiasi dialogo ‘di rumore’ non do più attenzione. Ogni volta che c’è un conflitto non sano, una polemica inutile, delle banalità… Lasciar andare è la capacità di vedere le cose per quello che sono”.
I MONACI – “C’è un libro di Enzo Bianchi, ‘Non siamo uomini migliori’. Non devo aggiungere altro sulla figura del monaco. Si tratta di coloro che, pur essendo come noi, hanno scelto di vivere la fraternità. Una delle nostalgie che ho qui fuori è proprio la fraternità: la vedo poco a scuola, poco in politica. La fraternità è la loro sfida. A viverci insieme, sembravano veramente una famiglia, con i suoi piccoli litigi. Nessuno di loro non è umano, nessuno di loro è perfetto. Ma dandosi un orizzonte di senso, sono consapevoli della loro importanza lì e che quel luogo vive grazie alla fraternità”.

CREDERE O NO? – “Sappiamo che il cristianesimo ha una potenza… così come il monachesimo. Io non credo in Dio, ma credo nella differenza che fa chi non è indifferente. Non credo in Dio perché una volta alla settimana vado dal clochard e duevolte in carcere: quello lo faccio come dovere da cittadino. Se lo facessimo tutti, il mondo andrebbe meglio. Ognuno deve fare la sua parte: ognuno nel suo piccolo ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa, diceva Paolo Borsellino.
In ciascuno di noi c’è un monastero, bisogna saperlo scoprire. Ognuno di noi si porta quella bellezza, ma dobbiamo ogni giorno tirarla fuori.
Sarebbe bello parlassimo di più di questi temi fra noi. Io faccio anche la comunione nel monastero. Perché sono in reale condivisione, in quel momento. Ci dovremmo fermare di più a pensare a questo. Questo libro ha venduto molto e la casa editrice ne vuole fare un altro, ma parliamo di minoranze che pensano alla spiritualità…”.
IL POST-EVENTO – Mai gli incontri degli “Incontri con l’autore” arrivano alle 23,30. E invece stavolta sì!
“Ieri sera, sul molo di san Benedetto del Tronto, la presentazione di ‘Diario da un monastero’ ha avuto il sapore di un cineforum. Era come se grazie alle parole avessimo visto un film e poi in tanti intervenissero. Ringrazio la signora che mi ha detto che sono a un passo dall’Assoluto e che andrò in Paradiso…chissà…” ha scritto poi il giorno successivo, sui suoi social, l’autore.

