Reddito di Cittadinanza, è davvero l’origine di tutti i mali come molti dicono?

12 minuti di lettura

Questo Reddito di Cittadinanza ci ha rovinato”. San Benedetto del Tronto, ore 14,55 di un giorno feriale qualunque di un agosto africano. Una donna sui sessant’anni si sbraccia al telefono mentre si posiziona davanti all’uscita del treno regionale partito da Ascoli. “Non puoi capire, adesso queste badanti hanno alzato la testa. Chiedono il CONTRATTO! Non puoi capire… Vogliono essere trattate bene, giorni di riposo e tutto. Non ne riesco a trovare una, alle condizioni di una volta. Hai saputo di X, a cui una di queste ha fatto causa perché non era in regola e ha dovuto cacciare 4mila euro?”.

A prescindere dal giudizio sul caso singolo, tiene ormai molto spesso banco nelle discussioni estive la questione delle conseguenze del Reddito di Cittadinanza (RdC) sul mercato del lavoro nel nostro Paese. Spiace dire che le critiche al RdC provengono perlopiù da persone che non hanno idea di come funzioni o cosa faccia. La misura fu approvata a metà gennaio 2019 dal Consiglio dei ministri del Governo Conte I (quello formato da Movimento 5 Stelle e Lega) tramite decreto-legge che istitutiva un sussidio di disoccupazione e inoccupazione pensato per aiutare persone e famiglie che si trovano momentaneamente in difficoltà economica.

Il RdC ha due componenti: un’integrazione al reddito familiare e un sostegno per pagare l’affitto (o il mutuo, in misura minore). La somma complessiva è poi calcolata in base al numero di persone che fanno parte del nucleo familiare del richiedente. In ogni caso, non si può ricevere meno di 480 e più di 19.656 euro all’anno, compreso l’eventuale aiuto per l’affitto. Un disoccupato che vive da solo in affitto può aspettarsi di ricevere 780 euro al mese: 500 euro sono “l’integrazione al reddito” e 280 euro sono l’aiuto per pagare l’affitto. Una famiglia di quattro persone con due figli minorenni, che vive in affitto può arrivare a ricevere 1.180 euro al mese, 900 euro di reddito e 280 euro per l’affitto. Una famiglia di quattro persone con un figlio maggiorenne, che vive in affitto può invece aspettarsi di ricevere fino a 1.280 euro al mese, 1.000 euro di reddito e 280 euro per l’affitto (qui, per ulteriori dettagli).

Scrive Domenico De Masi: “Nel 2020 vi erano in Italia 26 milioni di nuclei familiari di cui il 91,4% non pativa povertà (dati Istat e Inps). Il resto versava in uno stato di povertà assoluta (2 milioni, il 7,7%) o povertà relativa (5,5 milioni). L’importo medio è stato di 584 euro. Basta per uscire dalla povertà assoluta? Secondo il Rapporto [della Caritas che ne ha approfondito i risultati, lo trovate qui, ndr], ‘malgrado un tasso di copertura non molto elevato, il Rdc ha avuto un effetto significativo sulla povertà e sulla diseguaglianza’. La percentuale delle famiglie in povertà assoluta è diminuita di 1,7 punti e quella delle famiglie in povertà relativa di 1,3 punti, mentre l’Indice di Gini [che misura la disuguaglianza di un Paese, ndr] è migliorato dallo 0.334 allo 0.326. Il 57% di quanti hanno ricevuto il Rdc è uscito dalla povertà”. Insomma un successo, perché criticare allora?

Il sito del ministero del Lavoro lo definisce: “Una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale che i cittadini possono richiedere a partire dal 6 marzo 2019. Si tratta di un sostegno economico ad integrazione dei redditi familiari associato ad un percorso di reinserimento lavorativo e di inclusione sociale, di cui i beneficiari sono protagonisti sottoscrivendo un Patto per il lavoro ed un Patto per l’inclusione sociale”.

SINDROME DA DIVANO – Il beneficio, contrariamente a quanto molti pensano, è vincolato all’accettazione di offerte di lavoro e infatti a ottobre 2020, nonostante la pandemia, oltre 350mila percettori avevano firmato almeno un contratto di lavoro, quasi sempre precario: si tratta di quasi il 32% degli 1,1 milioni che hanno firmato un Patto per il lavoro. Gli altri, per vari motivi, semplicemente non possono o sono in grado di lavorare. Percepire quel che basta per sfuggire al disagio più nero significa sopravvivere, non certo godersi la vita. E peraltro le ragioni per cui una persona cerca un’occupazione non sono solo di natura economica. L’unica cosa che permette una misura di questo tipo è di rifiutare offerte di lavoro con condizioni di chiaro sfruttamento. Un aspetto che evidentemente infastidisce, forse, qualcuno…

Un esempio classico sono i lavori stagionali. Precari, con stipendi troppo bassi, non sempre regolari e con turni lunghi e sfiancanti. Molto frequenti i casi in cui al contratto regolare di venti ore settimanali si aggiungono molte altre ore in nero, con orari e salari decisi unilateralmente dal titolare. Peraltro la narrazione sulla loro penuria viene ancor più sfumata dai recenti dati Inps che evidenziano come siano stati attivati a maggio 142.272 rapporti stagionali. Contro i 78mila dello stesso mese del 2017 e i 90.500 del 2018 (c’è ovviamente da considera il recupero di tanti contratti interrotti causa Covid).

C’è anche uno studio, ne parla il New York Times, che dimostra come tagliare i sussidi a chi è senza lavoro non fa aumentare l’occupazione ma deprime l’economia (che cosa spendono i poveri infatti?)

Interessante in questo caso il confronto con l’estero, negli Stati Uniti. A luglio negli Usa i posti vacanti hanno toccato la quota record di dieci milioni e per ogni disoccupato sono ora disponibili quasi due offerte di lavoro. Negli Stati in cui i governatori repubblicani, però, hanno drasticamente ridotto i sussidi per chi è rimasto disoccupato causa Covid, in nome della lotta ai nullafacenti, le imprese continuano a non trovare manodopera. Sul New York Times ne ha scritto il premio Nobel Paul Krugman. La pandemia avrebbe “consentito a molti americani di rendersi conto di cosa era importante per loro. Alcuni hanno realizzato che i soldi che ricevevano per lavori poco piacevoli semplicemente non erano sufficienti. E ora non vogliono tornare alla vecchia condizione se non a fronte di un aumento di stipendi sostanziale e/o condizioni di lavoro migliori”. Poi, ovviamente, ci sono pure altre cause. Ma il nocciolo del problema è uno solo: chi lavora va pagato meglio
Come indica il titolo del libro di Marta e Simone Fana, “Basta salari da fame!

Qualcuno bara nel Paese del nero? Certamente. Ma i controlli paiono funzionare, visto come vengono sparati in prima pagina sui giornali. Secondo questo criterio però dovremmo cancellare ogni prestazione garantita dallo Stato sulla base del reddito (dalle borse di studio agli alloggi sociali). E in ogni caso a fronte di alcuni criminali, chi parla di quelle milioni di famiglie che ora hanno qualcosa da mettere in tavola?

La sociologa Giustina Orientale Caputo rivolgendosi polemicamente su “Domani” a chi vorrebbe eliminare il Rdc ha scritto: “Le critiche al Rdc nascono soprattutto da un atteggiamento moralistico e colpevolizzante nei confronti dei poveri e dei disoccupati che è duro a morire in un Paese che non hai mai avuto fino a pochi anni fa né un sostegno all’una né all’altra (se si esclude la cassa integrazione). Erogare sostegni ai poveri e ai disoccupati è da sempre ritenuto disdicevole perché il lavoro deve essere sudore e lacrime.
Le loro affermazioni tradiscono l’ignoranza sulle condizioni reali a cui la maggior parte dei lavoratori dipendenti (ma anche autonomi, parasubordinati e finte partite Iva) lavora oggi. E che i lavori brutti, sporchi e cattivi prevalgono su quelli belli e fighi e i giovani li accettano, ma quando li svolgono – al nero, al grigio, a tempo – soffrono eccome, per quel che fanno, ma anche per l’affanno della ricerca di quello successivo, e rischiano equilibrio mentale, quando non ancora la vita come le statistiche impietosamente certificano
“.

In definitiva i critici, viene ricordato nel libro di Stefano Feltri dedicato al RdC, dimenticano che “il welfare è stato ideato dai ricchi per ammansire i poveri a vantaggio dei ricchi. Otto von Bismarck, il Cancelliere di Ferro che per primo, nel 1883, rese obbligatorie le assicurazioni dei lavoratori dando avvio al welfare moderno, non lo fece per imitazione di Cristo, come una Madre Teresa di Calcutta avant la lettre, ma per dare una risposta riformista alle sfide della società industriale, alle rivendicazioni sindacali, alle istanze religiose, alla lotta di classe, alle spinte rivoluzionarie”.

Insomma il RdC è stato un grande passo in avanti, ma non mancano certo i problemi. L’importo medio è troppo basso ad esempio. I criteri sono in molti casi troppo stringenti. Le famiglie numerose sono eccessivamente sfavorite, così come chi abita al Nord (dove il costo della vita è maggiore mediamente). Infine la parte di avviamento al lavoro va migliorata, facendo funzionare i Centri per l’impiego (magari tornando anche indietro ed eliminando le agenzie private che intermediano il lavoro).

Bassi salari, alto stress da burocrazia e nei rapporti con colleghi e superiori... però fin da piccolo il mio sogno era insegnare. Ora ci provo, malgrado la politica faccia di tutto per rendermelo impossibile. Intanto scrivo d'attualità e cultura e mi occupo di social.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Elettronica, indie, rock, metal, rap, hip hop: le note cupe ed emozionali dei Melancholia a San Benedetto

Next Story

Monsampolo del Tronto on fire per Margherita Vicario e il suo nuovo album “Bingo”

Ultime da

Le notti bianche Detto così si potrebbe pensare al racconto di Dostoevski, ma trattandosi di un