Filomena Gagliardi ci regala un contributo sulla cultura classica

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Ospitiamo un intervento scritto per noi di Ithaca dalla docente, laureata in Lettere classiche e dottore di ricerca in Filologia classica. Tra passione per lo studio, insegnamento scolastico e collaborazioni con riviste culturali, da sempre ama scrivere anche poesie che ha pubblicato in antologie e raccolte. Ha avuto riconoscimenti in premi letterari.

Itaca è il simbolo metaforico dell’approdo, un approdo destinato, forse, a ridiventare mèta o a scomparire come destinazione determinata.

Del resto già il poeta Konstantinos Kavafis (1863–1933) nella omonima lirica si augurava che il viaggio fosse lungo.

Anche per questo la redazione della rivista Ithaca Magazine mi è parsa particolarmente adatta per parlarvi della mia ultima raccolta di poesie.

Andiamo per ordine.

Navigando sul web, ho trovato il sito ithacaeditoriale.it/ a cui corrisponde il nome Ithaca-L’approdo dei naviganti.

Ho viaggiato un po’ incuriosita, come Ulisse, su questa regione (chora) informativa: accattivante la grafica, gradevole il font, belli gli articoli e, udite udite, tutto molto vicino a me. Sì perché scopro, poco dopo, che la redazione di questo portale ha sede ad Ascoli Piceno, nella persona del prof. Giorgio Tabani.

Leggendo il manifesto di questo progetto editoriale, sono stata colpita dalla linearità dei contenuti: obiettivo del quotidiano online è presentare un  orizzonte di notizie mediante il ricorso alle moderne tecnologie e mediante la collaborazione fra redattori e  lettori. Un’utopia? No, non credo: i nuovi mezzi informativi, se usati bene, non solo non oscurano i canali tradizionali di acquisizione delle notizie,  bensì li completano rendendo la partecipazione più autenticamente democratica e aperta.

Inoltre, anche parlando con il direttore, ho apprezzato la sua attenzione al nostro territorio, ubicato al confine tra le Marche e l’Abruzzo: due regioni sorelle, due territori affini, una realtà duale. Confine è cum finis: “con la fine di qualcosa”, nella fattispecie di un territorio, ne inizia un altro che si trova “alla fine” anch’esso di un altro territorio. Fines in latino (al plurale) indica proprio il territorio dentro la delimitazione esterna; ma può indicare anche i territori inclusi in una cornice che li mette insieme al di là della geografia stricto sensu.

Per questo ringrazio il direttore per ospitare il  mio contributo.

Da diversi anni desideravo trovare una collocazione poetica ai personaggi del mondo classico, che fosse una paradigmatica presentazione di alcuni concetti quali la poesia epica, la poesia lirica, la storiografia, la filosofia, l’oratoria.

E così sono arrivata all’inizio del 2020 ad una raccolta di brevi componimenti dedicati ora a Omero, ora ad Alceo, ora a Platone, ora a Erodoto, Demostene e via dicendo.

Avevo trovato anche un editore, Nulla die.

Con l’arrivo della pandemia ho dovuto procrastinare la pubblicazione che ha avuto luogo alla fine del 2020 e anche le varie presentazioni con il pubblico. Un grande aiuto mi è venuto dal mondo dei social, delle radio e delle tv locali dove ho potuto parlare del mio piccolo libro. E ringrazio di cuore tali mezzi.

In queste poesie ho raccontato sinteticamente alcune tappe essenziali della nostra civiltà che è nata nel mondo antico e che può proseguire il cammino solo se mai rinnegherà le proprie radici: Omero, ad esempio, rappresenta il primo poeta per eccellenza per quanto di lui non abbiamo notizie affatto certe: “Nome alato,/senza corpo umano/storico/reale”. Esiodo, invece rappresenta il “primo poeta reale”, Alceo il poeta della libertà: “… hai cantato/contro i tiranni/ti sei ubriacato/per festeggiare/la loro morte”. Socrate rappresenta “il Paradosso/lo scandalo/della Filosofia”, Platone il discepolo che al contempo “non tradì e tradì/il suo Maestro”.

A chi sostiene che latino e greco siano due lingue morte, io rispondo dicendo che ancora oggi, in ogni nostra parola è inclusa una radice proveniente da una più antica parola greca e/o latina, fino a risalire ulteriormente verso una fonte ancora più inclusiva, quella indoeuropea.

Nello stesso titolo che ho dato alla mia raccolta,  De viris illustribus (Sugli uomini famosi),  ho voluto porre l’attenzione sull’ aggettivo illustris, “che dà luce”, “che illumina”.

Il mondo antico, dalla radura buia e lontana, desidera trovare spazi di luce per illuminarci: se la nostra nostalgia sarà almeno pari a quella di Ulisse, potremo andargli incontro come Telemaco, o aspettarlo con l’astuta (e non passiva!) pazienza di Penelope.

Con la speranza di darvi presto conto anche delle donne antiche che ancora oggi danno lustro alla nostra storia, vi saluto e vi auguro buona lettura.

Filomena Gagliardi, De viris illustribus, Nulla Die, Piazza Armerina (En) 2020

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