“Ma io andrei avanti fino all’alba…”. Antonio Forcellino – restauratore di capolavori come il Mosè di Michelangelo e le Sibille di Raffaello, e storico dell’arte tra i più autorevoli in Europa – non poteva deludere le aspettative. Chiamato alla Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto dal padre della vita culturale della Riviera delle Palme, Mimmo Minuto, ha dato vita a una serata di grande arte e grandi racconti, in dialogo con Sabrina Annoni, direttrice editoriale di HarperCollins in Italia. Al centro il suo nuovo libro “Dipingere il sogno. Il miracolo dell’arte italiana da Cimabue a Caravaggio” (HarperCollins).
Con voce pacata e appassionata, l’autore ripercorre il senso del suo percorso di scrittura: “Prima la classica saggistica. Però mi sono reso conto che, nell’arte soprattutto ma non soltanto, bisognava fare un passo ulteriore. Utilizzando le stesse fonti della saggistica più paludata, restituire la carne e il sangue. Da Il secolo dei giganti in poi siamo a cinque libri (e dovevano essere solo tre, ma poi ci siamo accorti che era troppo poco). Il mio obiettivo è il grande pubblico e che questo pubblico si addormenti magari sognando le immagini che gli ho mostrato. Il mio scopo è dare parola all’immagine, per non limitarsi a subire il fascino di un capolavoro, ma capirne le ragioni”.

Una riflessione che si radica nella sua esperienza di restauratore: “Serve il contesto, servono i documenti, ma poi serve anche la tecnica – ciò che solo un restauratore conosce così. E poi serve raccontare, farne come dei romanzi”. Più scriveva, più scopriva un filo conduttore, “che normalmente viene lasciato cadere… una grande famiglia, quella dell’arte italiana, per alcune ragioni. Perché c’è una romanità diffusa, un’arte che permane ovunque nella penisola. Ogni artista non può fare a meno di confrontarsi con questa grande ‘casa’. E in più c’è la rete di relazioni commerciali importanti e la nascita di una nuova, la borghesia, che vuole essere rappresentata”.
Ma l’arte italiana, secondo Forcellino, ha una particolarità: “C’è questa ricerca, nella nostra arte, di una collocazione credibile dell’uomo nello spazio. È vero, lo fanno anche i fiamminghi, ma i nostri ricercano quello che io chiamo ‘sogno’, un di più… hanno la capacità di cogliere una corrente sentimentale che non ha niente a che vedere con il naturalismo”.

Ed ecco allora Caravaggio, con la sua potenza visionaria: “una capacità di immaginare situazioni che non esistono nella realtà, ad esempio il cesto di frutta che ho messo in copertina, che proietta l’ombra di un pesce, simbolo di Cristo. Michelangelo che sospende nella Cappella Sistina il tocco fra Dio Padre e Adamo, con quell’uso specifico di colori che produce quel movimento e poi blocca tutto”.
Caravaggio, dice Forcellino, dipinge gli ultimi, rovesciando le convenzioni iconografiche: “Pensiamo al famoso quadro dei Bari. Raffaello aveva innovato a Roma l’iconografia, l’uso di ragazze comuni per, ad esempio, rappresentare la Madonna. Poi Michelangelo, nella Cappella Paolina o con la Pietà, non fa emergere l’eroicità dei personaggi. Però Caravaggio, nel panorama controriformistico, dà nuova vita a questi precedenti mettendo al centro i soggetti marginali che non hanno più bisogno di rappresentare elementi elevati o gesta ma, appunto, i bari. Ci stava in pratica dicendo, con secoli di anticipo, che non esiste solo la Grande Storia degli eroi. Il teatro dell’emozione che riesce a cogliere ci lascia ancora ammirati e la sua poetica è ben compresa da subito dai cardinali e anche dal papa”.

Il racconto si sposta poi su Leonardo, con un ritratto anticonvenzionale: “mi infastidisce il monumento a lui dedicato in piazza della Scala, dove è rappresentato come un santone con la tunica lunga e quattro allievi intorno. No, lui era un narcisista, omosessuale, con un gusto per la provocazione anche sessuale, con un’eccentricità esibita ad esempio coi suoi vestiti. Lui era totalmente indifferente al conformismo. Michelangelo e Raffaello si arricchivano, Leonardo tutti lo volevano ma lui era evidentemente attirato da altro. Il suo procrastinare era ricerca di perfezione, che gli altri non capivano, ma che poneva tutti ai suoi piedi. La Vergine delle Rocce, ai frati committenti, poi non la consegna perché ritiene non possa essere capita dalla città. Quindici anni per la Gioconda, perché doveva cogliere qualcosa. Oggi milioni di persone si muovono solo per quel quadro. Insomma, vince su tutti e si è anche parecchio divertito. Lui dovrebbe proprio parlare ai giovani di oggi, perché è l’eroe che nega il mercato”.
Infine Raffaello, un altro grandissimo, ma molto diverso: “ha l’intelligenza dell’imprenditore misurato, consapevole, che sa unire. Lui esprime la sensibilità di un’intera società. Se sei depresso, non vai a vedere Leonardo ma Raffaello! Raffaello non usa i cartoni per… va lì e segna”.
Così si chiude la serata, come un lungo racconto orale che diventa romanzo collettivo. Perché, conclude Forcellino: “È un racconto di amore, bellezza e sogno. La pittura italiana è compagna di vita e motore delle mie giornate”.

