“Ma perché parla così tanto del padre?” si chiedono a voce bassa un paio di signore defilate, sedute al Circolo Nautico. Con leggerezza e calma, Rosa Matteucci racconta invece l’inizio di tutto: la morte del padre. Una morte terribile, eppure narrata con la precisione emotiva di chi ha imparato a sopravvivere trasformando il dolore in linguaggio. Artista poliedrica, definita da Carlo Fruttero la più grande scrittrice italiana vivente, era a San Benedetto del Tronto per la rassegna estiva realizzata per il 44esimo anno dal geniale Mimmo Minuto.
“Era domenica sera… gli avevano già fatto la lastra all’addome ma non al torace”, racconta. Suo padre, ricoverato di notte dopo un incidente, era incontenibile -nell’indifferenza generale del personale sanitario- disturbava i degenti e poi voleva buttarsi giù dal letto. Un infermiere le consigliò di “buttarcisi sopra”. Lei lo fece, ma non bastò. Arrivò un medico all’alba, una guardia medica che gli fece un’endovena di valium. “Mi chiese del cane, della mamma. Fece come un grugnito e morì”. Lo dice con la stessa precisione asciutta con cui in “Cartagloria” -il suo ultimo libro- descrive il padre, immaginato come un maresciallo napoleonico, con la fascia di seta rossa e il petto ampio come l’altopiano del Tibet. Un uomo che indossa decorazioni immaginarie e speranze irreali, che gioca, scommette, ipoteca la vita di tutti per i propri sogni di fortuna.

Quel giorno in ospedale, per Rosa Matteucci, fu come assistere a un’esecuzione capitale. “Mi sembrò un’iniezione letale americana”, dice. Uscendo vide un’immagine della Madonna di Lourdes. Andò a casa, disse a sua madre che il padre era morto, ma lei non ci credeva. Tornarono all’ospedale: la salma era sequestrata, autopsia obbligatoria. “Dopo il funerale sono andata in pellegrinaggio. E tornando ho scritto ‘Lourdes’. Volevo a tutti i costi una spiegazione e l’avevo trovata. E così mi sono ritrovata scrittrice. Ho scritto perché non volevo che fosse morto. Con questo libro, le esequie sono finite. Ho passato venticinque anni a celebrare il suo funerale. Questo libro chiude il cerchio sul trascendente”.
Cartagloria, edito da Adelphi, è un romanzo breve – 150 pagine – ma densissimo. Nella prosa ricchissima e anomala di Matteucci, fatta di lampi mistici e ironie feroci, si mescolano fede, colpa, infanzia, desiderio di normalità e vocazione mistica. La protagonista – alter ego evidente dell’autrice – attraversa la vita senza mai sentirsi adatta a viverla.

La domanda che la guida è brutale: “Se c’è la morte, dov’è Dio?”. La risposta, che arriva nelle ultime pagine del libro, è altrettanto estrema: “L’unica libertà che abbiamo in vita è accettare la croce che ci è data. È un pensiero sconvolgente”. Cartagloria è questo: una lunga preghiera. “Un salmo”, dice Matteucci. E il titolo stesso lo suggerisce. Le cartaglorie erano le tre cornici con le formule fisse della messa in latino, disposte sull’altare: uno strumento rituale del rito tridentino. “Le vidi durante una di quelle messe, e chiesi al prete come si chiamassero. Così è nato il titolo”.
Ma Cartagloria non è solo un oggetto liturgico: è un simbolo. La cornice in cui fissare – con ossessiva cura – la memoria, la perdita, la colpa. Un oggetto sacro, inattuale, inattualissimo. Come il romanzo stesso, che osa essere metafisico in un tempo che ha paura del sacro. “Quando scrivevo il libro ero molto preoccupata. Mi chiedevo: sarò all’altezza? Non ci ho messo molto a scriverlo, ma ho dovuto aspettare anni per farlo. Avevo bisogno della conferma dei lettori”.

Nelle sue parole, la memoria si intreccia continuamente con l’infanzia, il mito familiare, la violenza e l’incanto. Racconta di quando, bambina, chiese a suo padre e a sua nonna perché la famiglia aveva perso tutto. E di suo nonno che, dopo il tracollo economico, uccise tutti i cani di casa perché non sapeva dove portarli.
Come in ogni sua opera, la tragedia familiare assume forme farsesche, come per il paio di guanti di capretto regalato dalla ricchissima prozia adottata da un principe russo, che il padre giocatore d’azzardo tentava di ritrovare per incassare una ricca eredità grazie a frati approfittatori e poi dimesse sedute spiritiche.
Poi la prima comunione: “Ho sputato l’ostia consacrata. L’ho detto a un prete durante una messa in latino e lui mi disse: ‘Come la beata….’, certo se me l’avessero detto quarant’anni fa!”. Il cattolicesimo, dice, è soprattutto senso di colpa.

Nelle sue peregrinazioni, Rosa Matteucci cerca Dio ovunque: nei drammoni indiani di Bollywood lunghi sei ore e mezza, visti a Londra; nei bagni rituali del Kumbh Mela, dove sviene tra la calca dei pellegrini; nella medicina ayurvedica, nelle piscine di Lourdes, negli esorcismi cattolici. Ma Dio, sembra dire, resta sempre altrove. Eppure, mai cede al disincanto. Si definisce “una mistica, ma anche piuttosto razionale”. Dio è una presenza lontana, ma necessaria. Una figura muta a cui la scrittura tenta disperatamente di estorcere un segno. Racconta dell’esorcista, interpellato per uno stranissimo problema alla bocca: “Oggi i preti non studiano più l’esorcismo”, commenta poi. Racconta di un frate che durante la confessione le fece domande che finivano sempre alla sessualità, e di come lo abbandonò nel confessionale. “Capisco gli italiani che si allontanano dalla religione”.
Parla a lungo con trasporto della messa in latino, vietata dopo il Concilio Vaticano II, e di come Papa Benedetto XVI avesse concesso ai parroci la facoltà di celebrarla di nuovo. Fino a quando Papa Francesco l’ha limitata. “Hai dato voce a una minoranza che nessuno ascolta”, ha sottolineato le sia stato detto da tanti. “Quel rito è di una bellezza che ti nutre l’anima. Temevo di sembrare bacchettona, ma il libro ha avuto e sta avendo un tale successo di pubblico e critica”.

