A San Benedetto, “Nero indelebile”: il libro sulle radici profonde della destra meloniana

Il libro di Mirella Serri ricostruisce l’eredità culturale e ideologica che ha portato Giorgia Meloni al governo. Non folklore, ma un pensiero strutturato che affonda nei movimenti europei di destra-destra del secolo scorso. Un monito per chi continua a sottovalutare

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Attenzione, questa destra non è fatta di scappati di casa, come spesso si dice. Ha radici profonde, culturali, ideologiche. Radici che molti nemmeno immaginano“. Mirella Serri lo ripete con fermezza. Davanti a un pubblico raccolto ma attento al Circolo nautico di San Benedetto del Tronto. Il merito dell’organizzazione della rassegna di cui fa parte l’evento è, come sempre, di Mimmo Minuto, un baluardo di pensiero critico in una provincia spesso dimenticata. La storica e saggista ha presentato “Nero indelebile. Le radici oscure della nuova destra italiana” (Longanesi), un libro che vuole essere un atto d’accusa, ma anche un tentativo di spiegazione, forse di allarme.

Meloni e l’eredità nascosta – La tesi di Serri è chiara: la destra meloniana non è moderata, se non in apparenza. È “una destra di destra”, radicata in un sistema valoriale e teorico ben definito, anche se abilmente tenuto sullo sfondo. Le sue radici affondano nei movimenti extraparlamentari francesi e tedeschi degli anni Sessanta, filtrati in Italia da Pino Rauti, l’ex volontario della Guardia nazionale repubblicana di Salò e ideologo missino, descritto da Serri come “burattinaio del pensiero della destra più radicale”.
Rauti, tre volte incriminato per strage e tre volte assolto, costruì un pensiero politico antidemocratico e antiegualitario, fondato su una visione eroica e spirituale della vita. Negli anni Settanta, organizzava a Colle Oppio incontri di formazione politica in cui si leggevano testi di Julius Evola e Alain de Benoist, si studiava Nietzsche e si ascoltavano canzoni della tradizione celtica o marce militari. Un’educazione sentimentale e guerriera che, come dice Serri, “plasmava un’identità totale”. Fu lui, quindi, a diffondere la cultura della Nouvelle Droite francese in Italia, rielaborandola per formare generazioni di militanti convinti che “la politica fosse una religione”, con i suoi simboli e rituali.
De Benoist, oggi ottantenne, è considerato l’intellettuale che ha insegnato alla destra europea a parlare di “differenze culturali” invece che di razza, trasformando vecchie idee suprematiste in un linguaggio apparentemente accettabile. Un pensiero che Meloni, spiega Serri, “ha assorbito nella sua formazione giovanile e rielaborato nella narrazione sovranista di Fratelli d’Italia”.
Infatti, “Giorgia Meloni – spiega Serri – crede profondamente nella cultura come strumento di militanza”. A differenza di Berlusconi, che preferiva Mike Bongiorno a Pasolini, Meloni si forma leggendo testi radicali, partecipa ai Campi Hobbit – luoghi di addestramento ideologico e paramilitare – e costruisce così la sua visione del mondo.

L’arrivo al potere – Questa destra, sottolinea Serri, non è un’accozzaglia improvvisata, ma un movimento attraversato da un pensiero forte, disciplinato, coeso. “Giorgia Meloni ha una concezione religiosa della politica. Per lei è militanza, è disciplina, è coesione della comunità. Non si tratta solo di un partito, ma di un’educazione al combattimento, di una visione del mondo”.
Ciò che un tempo era sparuta minoranza oggi siede al governo, partecipa ai G7, si affaccia a Bruxelles. “È la stessa cultura che negli anni Settanta era marginale, oggi è diventata maggioritaria nella destra italiana”, afferma. Chi la sottovaluta rischia di ripetere l’errore degli antifascisti dopo la Marcia su Roma: liquidare come folklore un movimento che, invece, coltivava un pensiero strutturato, un orizzonte mitico, una grammatica del potere.
L’euroscetticismo, oggi, è il collante che unisce Fratelli d’Italia. Per Meloni, l’Unione Europea è un “politburo di sapore sovietico”, responsabile dell’impoverimento dell’Italia. L’Europa non è mai stata un progetto politico comune, ma un vincolo da spezzare, attingendo a un immaginario di riscatto nazionale che ha radici negli anni Settanta.
Accanto a questo nemico esterno, c’è la teoria della sostituzione etnica: gli immigrati come parte di un disegno di occupazione orchestrato da élite globali per distruggere l’identità nazionale. Una visione che si appoggia su testi come “Addio, Europa” di Gerd Honsik, negazionista austriaco che parla di “genocidio dei popoli europei” .

Serri spiega che la strategia meloniana non è solo opposizione ma costruzione culturale: libri, riviste, fondazioni, formazione politica. Una “metapolitica” che riprende l’obiettivo della Nouvelle Droite: vincere nella società prima ancora che nelle urne.

Ma parlare delle radici fasciste di questo governo serve davvero a qualcosa, in termini di consenso? La risposta di Serri è pragmatica e insieme preoccupata: “Se continuiamo a dire che sono solo scappati di casa o nostalgici in camicia nera, non comprenderemo mai la forza di questo pensiero. Che è forte proprio perché ha radici, radici che non vogliamo vedere“.
Ed è qui che la storica lancia il suo appello – a una sinistra che definisce, con un velo di amarezza, afona, incapace di proporre una visione alternativa. “Attenzione. Non sottovalutate questa destra. Perché oggi come allora la storia la scriverà chi saprà costruire un pensiero e radicarlo nel cuore delle persone“.

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