“Il libro del sangue”, un romanzo fra i misteri dell’araldica e dei nostri antenati

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Ho letto un romanzo di singolare originalità, in questi giorni, di cui avrei però qualche difficoltà a riassumere, come si dice, la trama. Ammesso che si possa farlo o che ne valga la pena, come se il meglio di un romanzo non stesse nel come piuttosto che nel cosa, nel tono, nelle digressioni e tra le righe piuttosto che nella suggestione del plot o delle note di copertina. L’autore, sambenedettese di nascita, si chiama Matteo Trevisani, è nato a San Benedetto del Tronto, vive a Roma, è redattore della rivista Nuovi Argomenti, editor delle Edizioni Tlon, negli ultimi anni ha pubblicato due romanzi prima di questo Libro del sangueLibro dei Fulmini e Libro del Sole.

Nel romanzo appena letto, per dare una traccia minimamente indicativa dei motivi che compongono lo sviluppo narrativo, si sovrappongono ma poi divergono in dettagli tutt’altro che trascurabili due diversi piani: quello della ricerca effettuata anni prima dal protagonista attorno all’albero genealogico della propria famiglia, e quello del misterioso ricevimento di una mail anonima nella quale qualcuno ha ricostruito lo stesso albero genealogico familiare in gran parte coincidente ma a un certo punto anche divergente, e con l’aggiunta di particolari, date, precisazioni su nascite e morti degli antenati nonché con l’indicazione inquietante di un’ultima data di nascita e morte, quella del protagonista stesso (qualche giorno dopo la data della mail, come in ogni thrilling psicologico che si rispetti). C’è anche la non meno misteriosa pubblicazione da parte di un giornale, con il quale Matteo collabora, di un articolo che però l’autore (presunto?) non ricorda di avere mai scritto.

Libro del sangue - Matteo Trevisani - copertina

Matteo non è nuovo a scelte che, assecondando esplorazioni interiori e/o filosofiche, immaginano intrecci metafisici, esoterici: nel leggere i due romanzi precedenti (ma a questo punto sarà necessario precisare che si tratta di un romanzo e di romanzi sui generis come gran parte delle scritture vitali contemporanee, più vicine alla saggistica o al memoir che al romanzo ottocentesco) più di una volta mi è parso di riallacciare sia pure alla lontana atmosfere che ricordavo ne Il segno del comando, sceneggiato televisivo di culto trasmesso dalla RAI nei primi anni Settanta, ma anche, per le atmosfere misteriose e sottilmente inquietanti per certe aporie del quotidiano più che per eventi sanguinosi, nel primo Dario Argento (L’uccello dalle piume di cristallo, per capirci). Al tempo stesso mi pare di cogliere nella sua scrittura un passo narrativo che mi ricorda quello di un giovane e notevole autore statunitense, Ben Lerner, anche lui in grado di intrecciare autoriflessione e descrizione con naturale continuità narrativa.

I motivi della genealogia e del destino sono, come si evince dal mio rapido ed ermetico riassunto, al centro del libro, che è innanzi tutto un libro di formazione. Genealogia, ed è ciò che rende interessante il percorso, come ricerca di trascendenza. Trascendenza e impersonalità, non nel senso di anonimato quanto, piuttosto, di sottrazione di centralità all’ego e allargamento della consapevolezza attraverso le vite degli altri ritrovate o scoperte e in qualche misura sentite. Vite di pescatori che partono:

Dai primi marinai con le lancette, grosse e pesanti barche di legno che dovevano essere tirate in secca con enorme fatica, alle grandi avventure nella pesca d’oltreoceano. In un pannello defilato c’è la lista dei naufraghi e dei naufragi, le tragedie che segnarono la città: il naufragio del Rodi, del Malfizia, del Madonna di San Giovanni, del Pinguino, delle Anime di Purgatorio e così via“.

Proverò a chiedere domenica prossima a Matteo, nel corso della presentazione che avrà luogo in Palazzina azzurra alle 18 e 30 a cura de La Nave Cervo, quanto sia stato forte questo desiderio di giocare (iocari serio?) il proprio percorso di crescita nel confronto con un albero genealogico, con una tradizione, ma credo di poter dire sia stato determinante, se:

Sgombrare una soffitta carica di impegni e di foto, e di depositi alluvionali di lacrime e sangue e acqua di mare, perché qualcuno un giorno possa abitarla di nuovo. Abitare un passato che non è più doloroso, perché i morti sono stati pianti a sufficienza. Una cosa semplice come allevare un bambino, come avere una discendenza nel sangue”.

Ancora sulla tradizione, sul tradere ossia sul trasportare nel tempo, leggiamo alcune tra le pagine più ispirate, nel segno della trasmissione e di una continuità costantemente mantenuta e trasformata al tempo stesso:

So che un giorno mio figlio si siederà al mio posto, e io lentamente cercherò il mio in quella massa scura, e tutti loro saranno dietro di me, a toccarmi le spalle, a farmi sentire il peso e l’orgoglio della loro presenza. Quando mi volterò verso di lui mi unirò al loro canto e nei nostri occhi si incroceranno i segreti genetici, quello che di vero c’è nel sangue”.

Come ogni percorso di formazione che si rispetti, tanto più se con ridimensionamento dell’ego, l’amore recita un ruolo da protagonista. A tale proposito consiglierei al lettore di questo Libro del sangue di soffermarsi su una paginetta o poco più (la 91 e la 92) in cui Matteo descrive la notte d’amore con Giorgia con grazia e sensibilità (sapete che esiste un premio o meglio un contropremio, Bad sex, che ogni anno attribuisce un riconoscimento a un libro che contenga descrizioni di atti d’amore particolarmente improbabili, e che qualche anno fa se lo è aggiudicato Erri De Luca?) scrivendo, tra l’altro:

Rimanevamo così per un po’, e io sentivo che ci amavamo in un modo in cui non avevo ancora amato, perché non era interessante prenderla, ma farsi prendere da qualcos’altro”.

Dimenticavo: la ragione ultima (la prima?) per apprezzare il libro di Matteo è secondo me la non comune qualità della scrittura: curata, nitida, precisa.

San Benedetto, "Libro del Sangue" di Matteo Trevisani: la presentazione
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