Ascoli, la scrittrice e la città: un testo di Dafne Perticarini

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Abbiamo incontrato la scrittrice Dafne Perticarini per una lunga intervista QUI e poi, recentemente, all’interno di questo evento a cui Ithaca ha partecipato QUI: oggi scrive per noi il contributo che leggete di seguito. Buona lettura!

È difficile scrivere un brano su una città, soprattutto se sei nuova e vuoi diventarne la scrittrice: “Di dove è lei, hai detto?” “È la scrittrice Tal de Tali, di Ascoli Piceno”.

Oggi si sta bene, è sceso un po’ di fresco, non so da dove, ma è la seconda volta che accade da quando è giunto il caldo: si alza un gran vento in città, sembra che voglia piovere, invece no, ma l’aria si rinfresca comunque. Tutti mi ripetono “Ascoli è in una conca, fredda in inverno e calda d’estate” ma venendo da un paese a pochi chilometri dalla costa adriatica so cosa è l’umidità, della nebbia perenne in inverno, con l’acqua nell’aria che raddoppia il freddo nelle ossa, cosa che qui non accade. 

Dicono anche “quando Ascoli era Ascoli, Roma era pascoli” sempre, continuamente, qualsiasi fascia d’età e credo politico. Le cose in città restano come sono, dalle amicizie fatte nei primi vent’anni di vita ai momenti collettivi, questo ho compreso e un po’ conferma l’idea che mi ero fatta anni fa, girando in lungo e largo la nostra regione, quando scrissi che secondo me le divisioni geografiche fatte in tempi moderni hanno potuto poco al modo in cui l’essere umano si è stanziato e ha prosperato: noi siamo quelli d’allora e così rimaniamo, nonostante i secoli e la tecnica. Così, proseguiva il mio ragionamento ipotetico, luoghi come il Montefeltro e il Piceno hanno un nome proprio perché sono territori definiti e come sono nati, sono restati. Vivere qui mi dà conferma di ciò, con le donne ascolane alte mentre le vicine abruzzesi sono più basse delle marchigiane medie, segno che la gente di questa terra ha mantenuto una sua fisionomia.

Ascoli è piccola e se vivi in centro, fuori le mura mi verrebbe da dire, ma in realtà oltre i ponti, tutto è vicino: quando la squadra gioca in casa senti i tifosi e sai quando sta vincendo, arriva l’estate e la musica dei tamburi e delle trombe della Quintana è portata in ogni angolo dal vento; muore un anziano su una panchina la mattina di un giorno lavorativo e tutti quelli che incontri, chi prima o chi dopo, sono passati di lì e completano il tuo resoconto. 

In Ascoli manca il verde dei parchi, i giochi per i bambini, i sentieri dove perdersi, tranne che nei giardini sopra viale Vittorio Emanuele, eppure di verde è circondata, delle montagne intorno e dei fiumi che le corrono sotto. Gli ascolani hanno una loro montagna, San Marco, dove fare le cose da montagna a pochi passi da casa, hanno le discese al fiume per rinfrescarsi in estate senza dover affrontare gli ingorghi della riviera, dove poche strade sono intasate dai tanti mezzi presenti negli orari di rientro.

Ascoli ha la vallata, come chiama il resto – una buona parte – della provincia, che sembra in qualche modo un’appendice della città, seppur chi vi abita guarda al mare e in città non viene mai, se non gli è necessario. Di rivali, tranne San Benedetto, non ve ne sono, mancando, a differenza di altre province, cittadine sviluppate tanto da essere completamente autonome per i servizi. Ascoli è il posto dove ho scoperto le grandi aziende internazionali, un po’ diverse dalla PMI, la piccola e media impresa, a cui il resto delle Marche ti abitua: Barilla, Pfizer, YKK e altri giganti che vedo e non conosco, credo il segno lasciato da una cassa del mezzogiorno che arrivava qui e non oltre.

Gli ascolani a cena si sfogano, sulla poca importanza che sentono di ricevere dal governo della regione, con un rancore incanalato nel simbolo che è il capoluogo, Ancona, da dove viene metà della mia famiglia, e li ascolto farsi domande che sarebbero facili da rispondere, se solo si pensasse fuori di qui: come può un pesarese venire ad Ascoli per farsi curare, così da dotare la città dell’ospedale regionale? Chiacchiere da bar, giochi tra amici, ma che mi lasciano in silenzio.

Ascoli si interroga su tante cose, come la gara persa come Capitale della cultura, e di nuovo ascolto tesi complottiste, mentre penso al programma culturale di chi ha vinto e a quanto investa nel settore con costanza da anni. 

Ascoli è una città delusa – questo mi sembra – contenta di essere come è ma in qualche modo sofferente della distanza che questo suo stare adagiata da millenni contro i monti, tra i fiumi, intatta, ha creato con il resto del mondo. Vuole partecipare, ma non vuole cambiare e tutto questo è di per sé una contraddizione incolmabile perché la morte arriva dallo stare fermi, eppure la città è viva, respira, la sento dal quarto piano dove le finestre con il vetro singolo mi danno a volte l’impressione di dormire in una tenda da campeggio. Cosa è che la fa vivere? Credo sia il magico che vi aleggia, quello che gli ascolani non raccontano, un po’ perché non vogliono essere giudicati così lo tengono per sé, un po’ perché ingenuamente lo danno per scontato: in città serpeggia un femminino sacro tenuto in vita da donne indipendenti, spesso sole come Vestali, votate alla città, intente a guardare ogni giorno i suoi abitanti passare, magari da dietro i vetri di un negozio del centro storico, per vegliarli. Donne magiche, ne vedo ovunque, quelle alte di cui sopra, anche se anziane, dritte, che conoscono ogni angolo della città, che coltivano vecchie tradizioni, che sanno e non dicono.  Ascoli è viva, lo è come lo è sempre stata e un metro di giudizio contemporaneo le va stretto. Il suo respiro dura millenni. Scoprirla è dato dal cambiare punto di vista. 

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