Supremazia e deriva di una razza inutile

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Ruben Östlund, Tadeusz Kantor, Giacomo Leopardi.

Cosa hanno a che fare questi tre individui fra loro?

Perché parlarne ora? E soprattutto.. chi sono?

Nella settimana appena trascorsa mi sono confrontato casualmente con tre opere di questi autori.

Ero a lavoro sullo studio de La classe morta di Tadeusz Kantor, quando sono stato invitato a vedere una rivisitazione delle Operette morali di Leopardi ed avevo già in progetto di vedere Triangle of sadness appunto di Ruben Östlund, film vincitore della Palma d’oro a Cannes, di cui avevo avuto ottime recensioni, indicandolo come il nuovo Tarantino.

Il motivo quindi di questa analisi è una casualità temporale di tre eventi riemersi nello stesso luogo e nello stesso tempo.

Una lezione per l’Accademia, uno spettacolo al teatro Palafolli ed un film al cinema, tutto in questa settimana…. ma non è la prima volta che piu eventi si sovrappongono nello stesso posto ed allo stesso momento, ed allora cosa? Cosa mi aveva colpito? Cosa li teneva dentro di me insieme in un’aura di percepito comune?

Tre opere storicamente distanti, intellettualmente scollegate, linguaggi e contesti immensamente difformi. Leopardi nella metà dell’800, Kantor in piena rivolta esistenzialista sul finire degli anni ’70 ed Östlund oggi, fortemente oggi, infinitamente oggi.

Tre opere di estrazione diversa per forma, profondità e linguaggio.

Una sola cosa restava immutata nel tempo ed era la cosa che li teneva insieme, questa cosa era ed è l’uomo, o per lo meno la profonda vacuità di esso, l’analisi forsennata dell’Io e della sua perdizione.

Insomma la rappresentazione della tragedia di un horror vacui che lo marcisce da dentro. 

La pièce leopardiana portata in scena dalla compagnia teatrale bolognese Seiallazero su regia di Antonella Cofone (ascolana doc) e Lorenza Fantoni ci ha regalato uno spaccato della prosa matura del sommo poeta.

Le Operette morali sono un viaggio nella situazione statica e degenerata del presente, del Suo presente.

 Un confronto serrato fra i valori solidi di un passato e la deriva etica e morale di una contemporaneità allo sbando. Una visione filosofica che scandaglia la potenza delle illusioni, il continuo affannarsi nella rincorsa alla gloria (Ercole ed Atlante), l’esistenza deflagrante e mal compresa della noia, l’inutilità dell’uomo nei confronti dell’eterna natura (La Natura e l’Islandese). Un’indagine profonda sul viaggio dell’uomo, sulle sue scelte, sul suo modo di porsi sempre piu effimero e leggero, sul suo poco impegno, sulla sua poca etica e sulla sua assoluta mancanza di comprensione profonda.

Un Leopardi maturo che decide che la ragione non è più un ostacolo alla felicità, ma l’unico strumento umano per sfuggire alla disperazione.

Una grande trasposizione sottile della tragedia umana in una prosa ironica e ghignante.

Kantor dal canto suo ci racconta la pochezza umana con il suo linguaggio di radicale svalutazione e di svilimento della realtà, dove la morte, l’annullamento dell’Io diventano l’unica strada di indagine, l’unica griglia possibile. In La classe morta Kantor rivive un Sé iconico, con al centro dello spettacolo i meccanismi della memoria, popolati da incubi che permangono ossessivamente. Gli attori non sono piu attori, e l’Io non è piu l’Io, nella rappresentazione teatrale la nostra immagine viene affidata a dei fantocci e gli attori sono solo dei supporti grotteschi.

Un’opera immensa che affida l’uomo alle sembianze impassibili di maschere di cera.

L’autore stesso la definisce una seduta drammatica, che passa attraverso una comicità livida e familiare allo stesso tempo, straziata dal nichilismo.

L’analisi di Tadeusz Kantor continua negli anni. Nello spettacolo del 1985, Crepino gli artisti, viene sondato il rapporto fra memoria, oblio e identità: nella rappresentazione, Kantor incontra l’immagine di se stesso a sei anni, da adulto e da vecchio morente. In Qui non ci torno più, del 1988, mette in scena se stesso e incontra i personaggi cui ha dato vita con la sua opera. L’ultimo spettacolo è Oggi è il mio compleanno: Kantor muore all’alba del giorno della prova generale. 

E l’uomo arriva così ai giorni nostri, indagato sempre da questa matrice grottesca ed ironica.

Östlund ci racconta l’essere moderno, contemporaneo, ridicolo, affogato nella stessa materia effimera e vomitevole prodotta dalla sua “evoluzione”.

Una vita vuota di valori, piena di personaggi potenti ed inutili, fatti di una bellezza ignobile…

Ma stavolta succede una cosa:

Östlund non è affatto Tarantino e la sua ironia che ricorda gli inarrivabili Monty Python è ben distante dall’essere profonda. Triangle of sadness ci porta solo un’istantanea dell’Io contemporaneo, che francamente sapevamo già.

Una fotografia degli ultimi in quanto primi in una società vuota, un’immagine scontata e poco analitica, ricca di estetica e compiacimento dell’eccesso, ma il regista sembra non conoscerne l’effettivo peso.

Insomma Östlund non affonda la mano come i suoi predecessori, si contenta del sorrisino isterico di un bambino a cui dici “cacca”.

“Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere.”

Questa splendida frase è di un grande Italiano ma purtroppo Östlund non è Pasolini.

Le nostre radici pescano in una cultura che ci ha regalato i film di Fassbinder, Antonioni, Kubrick, Wim Wenders e Pasolini, opere che ti cambiavano la vita, ma il tempo non è piu quello.

Triangle of Sadness ha vinto la Palma D’oro a Cannes ed il regista svedese viene citato come uno dei piu importanti ed impegnati del momento.

Ecco questo è lo specchio della nostra società, una società scarna, dove nemmeno gli esponenti culturali del momento sono in grado di toccare vette acuminate, dove gli artisti si accontentano di opere compiacenti (vedi la Biennale di Venezia), un’epoca dove non solo l’uomo comune è povero ma anche la sua componente culturale, sociale e politica lo è.

Insomma lo spettacolo della vita è e sarà sempre lo stesso: La tragedia umana.

Solo che gli attori oggi sono veramente scarsi.

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