M. Landidi

“Un’altra storia”: Maurizio Landini a San Benedetto tra memoria e futuro

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San Benedetto del Tronto, fine estate. La Palazzina Azzurra, per l’appuntamento serale della rassegna “Risacca dei ricordi” di Mimmo Minuto, è piena. A parlare sarà Maurizio Landini, segretario della Cgil, figura notissima che con il suo libro -“Un’altra storia” promette di svelare qualcosa che raramente si associa a chi da decenni vive nei corridoi delle trattative e nelle piazze gremite: la dimensione intima, personale (non sono solo quello sempre “incazzato”), che si intreccia con la storia collettiva del lavoro, del sindacato, della politica.
In prima fila, segno di grande speranza come viene fatto notare, c’è un gruppo di giovanissimi della Rete degli Studenti Medi. Sono la rappresentazione concreta di quel futuro a cui Landini guarda quando parla di diritti, di libertà, di dignità. Il dialogo, moderato da Andrea Vianello, prende presto la forma di una narrazione ampia, a tratti autobiografica, a tratti programmatica, ma sempre intrecciata con la memoria storica del Paese e non solo.

Vianello e Landini
Mimmo Minuto

Il concetto di libertà è cambiato – afferma Landini –. Non può ridursi a libertà di mercato, a profitto. Libertà significa lavoro, vita dignitosa. Non c’è libertà senza solidarietà e senza giustizia sociale. Ma attenzione: la solidarietà fra eguali è facile, quella vera si costruisce con i diversi. È questo lo scopo del sindacato, la sua ragione di esistere”.

La politica, secondo lui, è oggi prigioniera di una personalizzazione che favorisce la competizione invece della cooperazione. La democrazia si può rivitalizzare solo praticandola, e il primo terreno su cui farlo potrebbe essere la lotta contro appalti, subappalti e precarietà.

Eppure un segnale incoraggiante c’è: “Il fatto che la maggioranza dei giovani fra i 18 e i 34 anni abbia partecipato al referendum mi fa ben sperare”. È un lampo di fiducia in una generazione che, in parte, si ritrova lì davanti a lui.

Mimmo Minuto con l’assessora Lia Sebastiani

Landini torna indietro nel tempo. Racconta la sua adolescenza in Emilia, quando a sedici anni entrò in fabbrica come apprendista saldatore. “Allora bastava andare all’ufficio di collocamento e trovavi un lavoro. Ho potuto godere dei diritti conquistati da chi aveva lottato prima di me: il contratto nazionale, la formazione, gli aumenti salariali. È per questo che mi fa arrabbiare chi distingue i lavori in nobili o banali. Non esistono lavori banali”.

Nel suo racconto emerge una gratitudine che si accompagna a una responsabilità: trasmettere la consapevolezza che i diritti non cadono dal cielo, ma sono frutto di battaglie, e che possono tornare a essere conquistati. “Un lavoro senza diritti non deve essere accettato. Su questo lo dico apertamente: c’è stata anche una responsabilità del sindacato. Per ripartire ci vuole umiltà, riconoscere i propri errori. Perché liberi non lo si è se si è precari. Occorre ribellarsi, occorre dire di no”.

Lo sguardo si allarga alla storia recente d’Italia. “La Seconda Repubblica ha pian piano cancellato quei diritti, a destra come a sinistra. Lo Statuto dei lavoratori fu definito la Costituzione che finalmente entrava nei luoghi di lavoro. Ma la marcia dei quarantamila alla Fiat segnò l’inizio della fine, la grande sconfitta del sindacato. Era l’epoca dei Thatcher e dei Reagan”.

Un segno dell’involuzione è dato ad esempio dall’intermediazione di lavoro: “Un tempo era vietata. Oggi, nella stessa azienda, lavoratori che fanno lo stesso mestiere competono al ribasso perché non sono tecnicamente colleghi nelle stessa azienda (pubblica o privata che sia poi). Il risultato è che la precarietà diventa sistema, e non è un caso se oggi metà del Paese non va a votare. Quando non hai tutele sul lavoro, smetti di credere anche nella politica”.

Eppure Landini non si ferma alla denuncia. Le sue parole si allungano fino a temi che riguardano l’intera società: la pace, la finanza, il futuro stesso della democrazia. “Papa Francesco, ad esempio quando parlava di finanza che uccide, è stato un riferimento anche per me. Io non chiedo rivoluzioni, ma pari dignità fra lavoro e impresa. Sarebbe già una mezza rivoluzione”.

Poi un passaggio netto: “Bisogna costruire la pace, non la cultura della guerra. Non possiamo più limitarci a guardare quello che accade a Gaza. Serve una riforma della politica basata su pace, lavoro, dignità. Anche quando una battaglia sembra persa bisogna combatterla. Se scegli solo quelle che sei sicuro di vincere, hai già perso”.

Vianello, Landini e Minuto

Alla fine, Landini riporta tutto al nodo centrale: la rappresentanza. “Ci vogliono sindacati forti. L’ho detto anche a Giorgia Meloni: fai una legge sulla rappresentanza sindacale. Io ho cinque milioni di iscritti, non posso pesare come chi ne ha una frazione”.

Il segreto di questa sua “altra storia” sta nel riconoscere che le biografie individuali e la storia collettiva non sono mai separate, che la libertà non è un fatto privato ma un bene comune, e che la dignità del lavoro non è un ricordo del passato, ma una sfida ancora aperta.

In quella prima fila di ragazzi, Landini sembra vedere il vero destinatario del suo libro. Non una memoria da archiviare, ma una consegna da raccogliere: continuare a lottare, anche quando la battaglia sembra impossibile. Perché, come ha detto, “se non le facciamo noi certe battaglie, non le fa nessuno”.

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