“L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)” (Einaudi, 2024). È questo il titolo del volume che lo storico Miguel Gotor ha presentato in un incontro partecipatissimo, pieno di domande e di semplici commenti sussurrati in sottofondo, organizzato con la consueta passione dal libraio Mimmo Minuto a San Benedetto del Tronto. Un libro che, nelle parole dell’autore, nasce da un “tradimento” e da un incubo giovanile: quello di andare fuori tema.

Il drone e lo scoglio
Gotor confessa che l’opera doveva essere corale, un affresco su quel “Far West” che tra il ’78 e l’82 seminò cadaveri eccellenti come Mino Pecorelli, Piersanti Mattarella, Walter Tobagi, Pio La Torre. Ma a un certo punto, la storia di Piersanti Mattarella ha preteso l’esclusiva. La scintilla? Un’intervista del 1993 in cui Sergio Mattarella, il fratello e attuale presidente della Repubblica, con una chiarezza disarmante, dichiarava: “Sbaglia chi vuole spiegare la morte di mio fratello soltanto in una dimensione regionale o nazionale… mi riferisco agli Stati Uniti e alla P2”.
Davanti a queste parole, Gotor ha deciso di rischiare. “Ero come un ragazzetto di sette anni che deve buttarsi dallo scoglio e ha paura”, racconta lo storico. “Poi grazie a questa intervista mi sono buttato”. Il risultato è un libro che si sdoppia: una prima parte dedicata al delitto di Palermo e una corposa digressione centrale “Immagine di essere un drone che si alza da Palermo… ti allarghi e vedi i pozzi del Texas, le dune di Gheddafi, il groviglio dei neofascisti che tramano golpe, l’installazione dei missili Cruise. E poi, all’improvviso, schiatti a terra nel silenzio di vicolo Pipitone”. È qui, in questo intreccio internazionale, che l’omicidio Mattarella non rappresenta l’ultimo atto della vecchia mafia, ma il primo della nuova, segnando un cambiamento irreversibile negli equilibri tra criminalità e potere politico.
Il dramma del giudice e la libertà dello storico
Sollecitato dal pubblico sul delicato confine tra aule di tribunale e archivi, Gotor non usa giri di parole. Se il giudice vive il “potere tragico” di privare un uomo della libertà basandosi su prove che devono essere “certe, finite, risolute”, lo storico gode di una libertà sconfinata ma ininfluente sui destini immediati.
“Lo storico cerca di comprendere, il magistrato deve giudicare”, chiarisce Gotor. Eppure, in Italia, questo confine è pericolosamente sfumato. Lo storico denuncia una “penalizzazione della storia” dovuta a indagini che restano aperte per cinquant’anni, lasciando che la memoria collettiva diventi “cronaca criminale e basta”. Gotor punta il dito contro quelle sentenze chilometriche dove i magistrati “si divertono, in modo dilettantesco, a fare gli storici”, illudendosi che la verità giudiziaria sia l’ultima parola sulla realtà dei fatti. Al contrario, lo storico deve avere l’umiltà di sapere che “magari tra cent’anni rideranno delle sue ingenuità”.

Perché si spara nel mucchio?
Uno dei momenti più intensi della presentazione riguarda l’anomalia dei processi neri. Perché le Brigate Rosse sono state processate in tempi fisiologici, mentre per le stragi neofasciste servono decenni? Per Gotor la risposta è logica quanto amara: “Lo Stato fatica quando deve processare se stesso”.
Mentre i “rossi” erano solitamente nemici esterni, indagare sui “neri” ha significato scontrarsi con apparati dello Stato, servizi segreti, funzionari infedeli alla Costituzione. La durata più che cinquantennale di questi processi non è un caso, ma il frutto di una “straordinaria attività depistante” che ha congelato la verità fino alla vecchiaia dei parenti dei protagonisti. “È civile che un uomo debba aspettare cinquant’anni per sapere chi ha ucciso sua moglie?”, si chiede Gotor citando il caso di Piazza della Loggia. Se oggi sappiamo chi ha messo le bombe a Bologna o a Piazza Fontana, lo dobbiamo meno alla velocità delle istituzioni e molto più alla “resistenza civile” delle associazioni dei familiari, che hanno impedito che calasse il sipario su una storia ancora sanguinante.

