C’è un gesto che dice più di molte parole. Nei banchetti della sala della libreria Rinascita di Ascoli Piceno, sono appoggiate alcune copie della Costituzione. “Portatevela a casa, deve stare sul comodino”, è l’invito del coordinatore regionale e deputato del Movimento 5 Stelle Giorgio Fede, che apre l’incontro. Non è solo retorica: è la chiave di lettura di questo primo pomeriggio, a poche settimane del 22-23 marzo.
L’incontro “Tutto quello che non ti hanno detto sulla separazione delle carriere“, davanti ad almeno una sessantina di persone presenti, si muove subito su un crinale alto. Non una discussione tecnica per addetti ai lavori, ma – nelle intenzioni dei promotori M5S – una chiamata alla mobilitazione civile. La Costituzione è nata come argine dopo “il periodo più buio della nostra storia”, continua Fede, un’architrave nata dalle macerie del fascismo e della guerra. “Va trattata con cautela”, insiste, perché è un meccanismo delicato, un sistema di garanzie pensato per impedire concentrazioni di potere.

L’idea che attraversa la sua introduzione è chiara: la riforma della magistratura non è un intervento settoriale, ma un tassello di un processo ben più ampio. Fede parla di “deriva”, guarda a ciò che accade in altri Paesi, evoca il rischio di un progressivo smontaggio dei contrappesi democratici. E lancia un messaggio che ritornerà più volte nel pomeriggio: questa non è – o non dovrebbe essere – una battaglia di partito, ma una “battaglia civica”.
Non manca una punta di ironia: “I migliori testimonial del no non siamo noi, basta ascoltare attentamente il ministro”. Un riferimento esplicito a Carlo Nordio, accusato di aver fornito, con alcune dichiarazioni pubbliche, ottimi argomenti per il NO alla riforma.
Se Fede costruisce la cornice simbolica, il cuore tecnico dell’incontro è affidato al senatore M5S Roberto Cataldi. Il suo intervento ha il ritmo di un resoconto “dal fronte”: otto mesi in Commissione Affari costituzionali, un provvedimento definito “blindato”, quattro passaggi parlamentari senza nessun reale margine di modifica.

Cataldi insiste sul metodo prima ancora che sul merito. Racconta di emendamenti impossibili persino su eventuali dettagli minimi – come l’anzianità richiesta per l’accesso al Consiglio superiore della magistratura (CSM) – e di un testo dichiarato “inemendabile” fin dall’inizio. Una compressione del ruolo del Parlamento che, per lui, è già di per sé un segnale politico.
Poi passa alla narrazione pubblica della riforma, che definisce una campagna costruita a slogan. “Come le diete miracolose di qualche anno fa: promettono dieci chili in meno, poi in realtà perdi solo i soldi per acquistarle”. Un’immagine che strappa qualche sorriso, ma l’accusa è netta: si è parlato di efficienza, di velocizzazione dei processi, senza che nel testo vi siano minimamente norme in grado di incidere sui tempi della giustizia.

In un passaggio particolarmente incisivo, Cataldi fa ascoltare dal suo telefono (per superare le difficoltà tecniche) l’audio in cui lo stesso Nordio afferma che la riforma non ha a che fare con l’efficienza dei processi. Per il senatore non è che la prova di una comunicazione ambigua, se non contraddittoria.
Uno dei nodi centrali è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Cataldi, avvocato di grande esperienza, ricostruisce la storia del processo penale italiano prima e dopo la riforma del 1988. Ricorda quando il pubblico ministero sedeva accanto al giudice, entrambi parte di una “cultura unitaria della giurisdizione”, orientata alla ricerca della verità e non alla logica dell’accusa.

Il riferimento è all’articolo 358 del codice di procedura penale, che impone al PM di ricercare (e non ignorare) anche elementi favorevoli all’imputato. Per Cataldi, il sistema italiano – pur con i suoi limiti – non è pienamente accusatorio sul modello statunitense, e proprio questa differenza avrebbe contenuto il rischio di errori giudiziari.
Il paragone con il sistema americano ritorna più volte. Secondo il senatore, l’idea che la separazione delle carriere riduca automaticamente gli errori giudiziari sarebbe infondata. “Il modello più accusatorio non è quello con meno errori”, sostiene, evocando le statistiche statunitensi.

Tra i bersagli polemici c’è anche l’immagine, presentata ossessivamente dai sostenitori del Sì, del PM e del giudice che “prendono il caffè insieme” e, implicitamente, si allineano. Cataldi liquida la questione con un esempio concreto: “Il caffè lo prendo anche con il collega della controparte, ma certo non gli faccio vincere la causa.”
Porta un dato: circa il 40% delle sentenze si conclude con un’assoluzione: ecco la dimostrazione che non esiste un automatismo tra richiesta del pubblico ministero e decisione del giudice. Cita casi noti in cui le richieste dell’accusa sono state smentite dal tribunale, a riprova dell’autonomia decisionale.
Il passaggio più tecnico – e più politico – riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Oggi, ricorda Cataldi, i membri laici (ovvero i non magistrati) sono eletti dal Parlamento con maggioranza qualificata, costringendo maggioranza e opposizione a un accordo.

La riforma prevede invece la suddivisione in tre organi distinti (magistratura giudicante, requirente e una nuova Alta Corte disciplinare) e introduce meccanismi di sorteggio per i membri togati. Ma, soprattutto, elimina l’obbligo di maggioranza qualificata per l’elezione dei membri laici nei nuovi organi.
Il timore espresso è che la maggioranza di governo possa così influenzare in modo decisivo gli organi disciplinari, con il rischio di colpire magistrati “scomodi”. L’Alta Corte disciplinare, inoltre, non prevedrebbe ricorso in Cassazione contro le proprie decisioni: un elemento che rappresenta un unicum nel nostro sistema e una gravissima mancanza.

Sul finale, Cataldi invita il pubblico ad allontanarsi dai dettagli e a guardare l’insieme, “come un quadro impressionista”. Presi singolarmente, i provvedimenti di questa maggioranza di Governo possono sembrare circoscritti; osservati nel loro insieme, disegnerebbero una tendenza all’accentramento, una tendenza al rifiuto della separazione dei poteri.
Vengono citati l’uso estensivo dei decreti legge, le leggi delega ampie, il progetto di riforma costituzionale del premierato, il depotenziamento della Corte dei Conti e del danno erariale, l’abolizione dell’abuso d’ufficio, i limiti alle intercettazioni e all’uso dei trojan. Tutti tasselli di un mosaico che punta a ridurre ogni controllo su chi governa.
L’argomento finale è netto: non è una questione di destra o di sinistra. È una scelta di modello. “Si può anche decidere che chi vince governa senza controlli”, dice Cataldi, “ma allora non chiamiamola più democrazia.” L’immagine conclusiva è quella dell’aria: ci si accorge di quanto sia essenziale solo quando inizia a mancare.

Il clima in sala è partecipe e attento, grandi applausi sul finale e poi per i successivi interventi. Inizia Barbara Nicolai, segretaria provinciale CGIL, che fra le altre cose aggiunge, al mosaico disegnato da Cataldi, i Decreti Sicurezza e critica con durezza il non aver permesso agli studenti fuorisede di votare nelle città in cui si trovano: “E lo so bene, con mia figlia studentessa universitaria… ma lei torna!“. L’avvocato Daniele Paolanti incanta i presenti con una relazione molto colta (parte con il Critone di Platone per concludere con Calamandrei) ma accessibile. Gran finale con un altro avvocato, di grandissima esperienza come Ermanno Consorti che, con passione, si rivolge ai presenti. La partita si giocherà fuori, nelle case e sui social. L’appello è a moltiplicare il messaggio, a spiegare le ragioni del NO oltre le etichette politiche. In mezzo, una parola che torna ostinatamente: Costituzione. Non come reliquia, ma come campo di battaglia del presente. E, a giudicare dalla profondità del dibattito, anche del futuro.

