Umanità. La sala congressi del Palazzo Kursaal sul lungomare Giulianova ne è piena: seduta, in piedi, continuamente in arrivo anche da fuori regione, nonostante l’uggioso pomeriggio di febbraio. Domenico Iannacone si muove da tempo prima dell’inizio ufficiale, incrocia sguardi, scambia sorrisi, parole, numeri di telefono, qualcuno si avvicina per un selfie. Quando sale sul palco, resta in piedi e col suo sguardo abbraccia la platea, ricercando da subito una connessione con il suo pubblico.
“Quando vedo il teatro che si riempie di umanità, bene, è come se dietro ci fosse stato tutto quel lavoro proprio di aggregazione umana”, esordisce. Le luci si abbassano, lo schermo si accende e la penombra della sala viene squarciata da un quasi monologo -il racconto della sua esperienza professionale- intervallato da clip scelte dai suoi reportage televisivi sulla Rai. Un tentativo di incontro profondo con l’umano:
“Dove sono i miei occhi? Dove sono gli occhi di tutti gli altri? Non si vede nulla. È tutto così confuso e offuscato. Anche i pensieri sono sbiaditi. Sento solo di essere in un altro tempo, ma non capisco quale. Dov’è finito il mio tempo? […] Siamo stati distratti, non ci siamo fermati. Nessuna cosa ci ha fatto riflettere. Tutto ci è passato vicino e ha attraversato la nostra anima. Senza lasciare traccia”.
Cos’è che ha causato la disgregazione della nostra comunità? Per Iannacone la risposta è semplice e terribile: abbiamo smesso di guardarci. Citando Platone: “Quando tu, uomo, guardi la parte più piccola dell’occhio di un’altra persona, che è la pupilla, vedi riflessa la tua immagine. Cioè senza l’altro tu non potresti, non saresti nulla, non avresti neanche la capacità di considerarti uomo“.
“Eppure, oggi abbassiamo lo sguardo. Quanti occhi incrociamo veramente ogni giorno? Pochi. Sapete perché non guardiamo più? Uno potrebbe dire per egoismo. Però se andiamo a leggere più a fondo, è la paura. Ogni giorno noi viviamo con l’assillo che qualcuno possa rubarci il portafogli, possa rubarci la macchina, possa rubarci la casa, possa rubarci il lavoro, possa rubarci la vita”.
In questa auto-segregazione, la televisione ha un suo ruolo. Iannacone lancia un’accusa feroce al sistema mediatico: “Vi sembra normale che i palinsesti televisivi sono pieni di talk show che raccontano sempre la stessa cosa? Garlasco è il tema principale… Se si facesse il conteggio delle ore destinate a Garlasco, ci renderemmo conto che non parliamo di altro: è diventata una specie di elemento che ci fagocita e ci distrae”. Ricordando l’amico sociologo Domenico De Masi, recentemente scomparso, aggiunge con amarezza: “Lui mi diceva: guarda quanto tempo si spreca a non raccontare nulla“.
Ancora adolescente, Iannacone inizia a comporre poesie e poi: “Ho scritto ad Amelia Rosselli… mi pubblicò sulla sua rivista. Lei sosteneva che ognuno di noi, anche mentre parliamo e mentre stiamo in silenzio, abbiamo una nostra scansione. È come se avessimo una battuta musicale, ognuno di noi ce l’ha“. E poi c’è il padre imprenditore, che l’ha costretto da ragazzo a fare i lavori più umili, gli ha dato così un dono: “Io dove entro, quando entro nei luoghi, anche quelli a me più sconosciuti, è come se avessi una bussola, come se fossi un rabdomante, come se leggessi le storie delle persone“.
Per capire perché Iannacone racconta gli “ultimi” in quel modo unico, che lo rende così riconoscibile, bisogna risalire a una frattura. C’è stato un momento esatto ed è stato quando lavorava a Ballarò: inviato a Verona ai tempi dell’ordinanza leghista contro i lavavetri. Lì incontra a fine giornata, pronto a ripartire, una ragazza china, che chiede l’elemosina con un barattolo.
“Le chiesi: ‘Che cosa stai facendo?’. Lei era assorta, non mi rispose. Ancora e ancora: ‘Per cortesia, mi puoi dire che cosa stai facendo?’. E lei solo allora si è girata, mi ha guardato. Io ero in alto, lei era in basso e mi disse: ‘Sto chiedendo l’elemosina, ti sto dando fastidio?’. E io in silenzio… E lei ancora, come me per tre volte, mi chiese in maniera perentoria: ‘Rispondimi. Ti sto dando fastidio?’. E io le dissi, no, non mi stai dando fastidio”.
Quei silenzi densi, quello scambio di sguardi, fu ritenuto inutile televisivamente. “Vennero gli autori… mi dissero: ‘Domenico, il pezzo è bellissimo, però quel minuto là, con tutte quelle pause, non c’è tempo, lo devi tagliare’. Io l’ho tagliato, però ho capito che non potevo più lavorare lì… Dovevo essere libero, libero come sono sempre stato, e per me quella ragazza mi ha permesso di essere quello che racconta la storia in questo modo. Io devo dire grazie a lei”.
Con questa consapevolezza sarebbe andato poi da Andrea Camilleri a confidargli un’idea “folle”: un programma chiamato I Dieci Comandamenti. “Gli dissi: ‘Andrè, voglio raccontare i comandamenti in chiave laica… E voglio reintrodurre le pause’. E lui aveva capito tutto”. Nascono così inchieste che diventano letteratura visiva, come declinare “Non commettere atti impuri” portando le telecamere nella Terra dei Fuochi, il più grande scempio fatto alla Madre Terra e poi affrontare il tema della sessualità per i disabili.
Parlando di Ladri di biciclette, Iannacone ricorda come Vittorio De Sica rispose a un giornalista che criticava la scelta di fare un film su una semplice bicicletta rubata: “De Sica disse: ‘Quante testate avrebbero scritto a caratteri cubitali? È stata rubata la bicicletta a un povero disgraziato di Roma’. Lui era stato quello che aveva preso una storia piccolissima e l’aveva resa universale”.
La sua narrazione non vuole mai essere voyeurismo del dolore. Hitchcock, racconta, filmò i campi di concentramento concentrandosi sugli oggetti (occhiali, scarpe, capelli) per scuotere l’anima senza assuefarla all’orrore dei corpi. È lo stesso procedimento che l’anatomopatologa Cristina Cattaneo utilizza per riconoscere le vittime del naufragio di 800 migranti nel Mediterraneo, dove trova “scarpe piene di catrame, di cherosene… erano scarpe molto piccole, di minori non accompagnati“.
E poi il giornalista, dal suo punto di vista, non può limitarsi a guardare e poi sparire. “Se facessi soltanto il giornalista, sarei una specie di narratore che ogni volta che ha raccontato una storia, chiude la sua saracinesca emotiva e se ne torna a casa. Invece no… Decido che in ogni attraversamento, in ogni incontro, almeno una persona io debbo salvarla”.
Lo mostra con Miracolo a Milano, uno dei suoi programmi. Lo schermo proietta la storia di Guglielmo, ex ingegnere alimentare prima finito in coma, derubato di tutto dalla moglie, costretto a vivere in pessime condizioni nella casa della zia e poi da solo. Un uomo incontrato per caso di notte, mentre chinato raccoglieva cicche di sigaretta per strada. “‘Vuole salire nella mia casa?’ mi chiese. E siamo saliti… ‘Vivo senza luce’, mi disse“. Con un solo fornello e il suo metodo per accenderlo… Iannacone non solo racconta, ma attiva la macchina dei soccorsi portandolo a Pane Quotidiano, e scuotendo il Comune di Milano fino a ottenere persino le scuse ufficiali dell’assessore.
Sempre a Milano, la camera segue l’ufficiale giudiziario nella disperazione degli sfratti. Incontriamo Giuseppe, tassista da 40 anni. La figlia ha una malattia rara, la moglie è invalida al 100%. La banca sta per portargli via la casa. Giuseppe si commuove, schiacciato. E qui arriva il miracolo vero: dopo la messa in onda, un grande imprenditore chiama Iannacone. “Mi disse: ‘Voglio pagargli il mutuo’. Rimasi senza parole. Ero in silenzio. E lui colse questo mio silenzio e mi disse: ‘Nella vita si spendono tantissimi soldi senza fare il bene di una persona. Ecco, lui merita il mio bene e quindi voglio donarglielo‘”. L’imprenditore ha comprato quella casa e l’ha donata al tassista.
Dalle case perdute si passa alle case mai avute. Si scende a Sud, a Rosarno. Il reportage ci butta in mezzo alla baraccopoli “Arance Rosse”. Fango, freddo, falò di fortuna, bagni indecenti: un’umanità ridotta a bestiame. Carne in precarie condizioni igieniche fatta rosolare a un angolo, acqua scaldata su un fuoco per lavarsi pagata 50 centesimi a secchio: “Lì uno entra, si butta l’acqua addosso e si lava. Centocinquanta sono le baracche che stanno qui...”.
In questo inferno si erge la figura di Bartolo Mercuri, proprietario di un piccolo negozio di mobili, un santo laico che con la “decima” del suo fatturato compra bus (che vengono, purtroppo, regolarmente incendiati…) per trasportare quei braccianti. Altra clip: “Chi me lo fa fare? Dio, me lo fa fare Gesù… I veri poveri sono quelli”. Sul suo pullman si accalcano in 180, sfruttando ogni centimetro. Ma altrettanti restano a terra.
Dal palco, l’indignazione di Iannacone contro la politica (di destra e di sinistra) si fa tagliente: “Sono 12 anni… non è che è cambiato qualche cosa. Ma io mi chiedo: la grande distribuzione organizzata… se si imponesse un centesimo al chilo, e quel centesimo si destinasse per creare condizioni migliori ai lavoratori? Lo sappiamo che raccoglieranno i pomodori e le arance. Se non vanno loro, non ci va nessuno. Non avremmo le arance sul nostro tavolo. Facciamo in modo che cambi la loro vita. Non è possibile vivere in quelle condizioni”.
Domenico Iannacone con l’assessora Nausicaa Cameli e la giornalista Alessandra Angelucci (Foto Città di Giulianova )
Il terzo atto della serata smonta la retorica ormai classica sulla disabilità. Iannacone detesta il modo in cui la tv, specie quella nazionalpopolare e dei presunti “buoni” sentimenti, sfrutta i disabili. “La disabilità la stanno mostrando sempre con pietismo… Mi hanno raccontato che hanno messo sulle magliette: ‘Noi siamo come voi’. Ma che cosa è? Ma che messaggio è? Noi dovremmo cominciare a parlare civilmente. […] I giornalisti sono loro che trasmettono notizie, titoli: ma che significa noi siamo come voi? È la cosa che non mi piace”.
Per Iannacone la fragilità non è mancanza, ma una forma diversa e persino migliore di umanità. Partono le immagini di Pierpaolo, 58 anni, sindrome di Down, che si prende cura della madre malata di Alzheimer. Una dolcezza che scardina i ruoli. “La vita continua, è vero, e io la sto continuando con te, mamma”, le dice Pierpaolo, cullandola con la fantasia del padre defunto che riposa “sulle nuvole soffici soffici come un’ovatta”. Silenzi, sguardi: siamo tutti in un silenzio partecipe e commosso.
E poi c’è Carlo. Ragazzo con paralisi cerebrale infantile incontrato come attore del Teatro Patologico. Carlo ha problemi motori, ma ha una mente che è un archivio incredibile. Dal video si vedono duettare in pizzeria sulle citazioni cinematografiche: Iannacone, “A tutto si rimedia meno che alla morte“; Carlo, immediato: “Ladri di biciclette!“. Iannacone dal palco lo chiama anche al telefono, lo mette in vivavoce. Carlo in video e dal vivo è travolgente: snocciola date, cita Venditti, ricorda l’omicidio Mattarella e la strage di Bologna con precisione chirurgica. Sorride, recita, vive. Dimostra, una volta di più, che la disabilità può essere pura energia.
Per il saluto finale, sceglie le parole di Ezio Bosso, un uomo che ha fatto del suo limite un trampolino verso l’infinito. Sugli schermi appare il Maestro, concentrato nella sua carrozzina, durante le riprese de La porta aperta:
“La musica… si basa su quelle piccolissime pause che creano quella tensione, l’attesa. Quelle porte non mi piacciono, vedi che è aperto. Se uno ha bisogno, vedi le porte aperte? Abbiamo tutti bisogno di aiuto. È una bugia che c’è chi non ha bisogno di aiuto”.
Alla fine di quell’intervista, ricorda Iannacone commosso, Bosso non lo lasciò andare. Gli prese la mano, gliela baciò e gli disse una frase che risuona come un imperativo per tutti noi:
“Non abbiamo finito il nostro viaggio. È appena iniziato“.
Il giornalista, con un dono di grande significato, da parte di Giulianova (Foto Città di Giulianova )