21,02.Il Palariviera di San Benedetto del Tronto è quasi pieno, si stanno sedendo gli ultimi arrivati. Marco Travaglio arriva rapidamente sul palco, l’ovazione è immediata e, poi, il silenzio cala. Quasi subito, però, un simpatico imprevisto porta ai primi sorrisi: “Scusate, c’è una corrente d’aria tipo tornado. Potreste evitarla? Perché io non arrivo a mezz’ora con la voce”, dice Travaglio mentre guarda verso la regia. Prende così il via una cavalcata lunga tre ore, tutte ricche di quel sarcasmo affilato che ha reso così amato il direttore del Fatto quotidiano. Inizia così “CORNUTI E CONTENTI”, l’ultimo spettacolo teatrale del giornalista. Un monologo torrenziale, spietato, in cui Travaglio smette per una sera i panni del semplice accusatore della classe dirigente per puntare il dito contro un colpevole molto più insidioso, seduto proprio lì, nel buio della platea: l’elettore italiano.
Atto I: Le incoerenze del melonismo
Il palco è spoglio, se non per semplici figure nere in silhouette con vistose corna. Travaglio inizia il suo affondo chirurgico smontando, pezzo per pezzo, la narrativa dell’attuale governo di centrodestra. Il silenzio quasi religioso viene rotto di continuo da cenni d’assenso, qualche commento e soprattutto scoppi di ilarità. Si parte da Giorgia Meloni. Travaglio ricorda i proclami incendiari dai banchi dell’opposizione e li schianta contro la realtà del governo. Viene sciorinato l’elenco delle promesse ribaltate: le accise sui carburanti e le tasse, la legge Fornero, l’immigrazione, l’Europa e i poteri forti… “Ma è lei che ci prende per il culo o siamo noi che ci facciamo prendere per il culo?” alza la voce Travaglio dal palco. Un signore sulla sessantina, seduto in quarta fila, scuote la testa e commenta ad alta voce: “Tutt’e due, Marco, tutt’e due!”.
La critica non risparmia l’incoerenza sulla politica estera: l’inversione a U su Putin, la subalternità agli Stati Uniti, gli accordi con emiri e autocrati, e il silenzio assordante sul massacro a Gaza.

Atto II: Un popolo di creduloni
Se i politici mentono, perché continuano a governare? È qui che lo spettacolo tocca il suo nervo più scoperto e doloroso. Travaglio introduce la metafora centrale della serata, accolta da un boato di risate: Vanna Marchi. Solo 132 persone ebbero il coraggio di denunciarla. Tutti gli altri tacevano per vergogna.
Il meccanismo è lo stesso: non c’è un truffatore senza un truffato che, in cuor suo, vuole credere all’illusione. Travaglio non fa sconti a nessuno, cita tutti i leader di destra e sinistra alternatisi al governo in questi anni: “I cornuti contenti sono sempre gli ultimi ad ammettere di essersi fatti fregare.” Si ride, certo, ma è una risata amara.
Atto III: Il problema dei media
Se i politici sono gli illusionisti, chi regge loro lo specchio? Travaglio non fa sconti e sposta l’attenzione sulla categoria a cui lui stesso appartiene: i giornalisti. L’accusa è frontale. Sono loro, afferma dal palco, a vendere all’italiano-boccalone i “prodotti farlocchi” molto più dannosi delle creme snellenti di Vanna Marchi: gli interessi dei padroni.
Compare sullo sfondo il decano del giornalismo televisivo: Bruno Vespa. “Ottantuno anni, è entrato in Rai nel ’62, c’erano ancora Kennedy e Papa Giovanni“, ironizza il direttore. Ripercorre la carriera del conduttore di Porta a Porta, tratteggiando l’identikit di un professionista la cui imparzialità consiste nel “garantire la stessa quantità di bava a tutti i politici ospiti“: dai ricordi della Prima Repubblica fino ai celebri plastici e alla mole sterminata di libri sfornati con mortifera puntualità ogni anno.
Ma la critica si fa serrata quando si tocca la carta stampata e la cecità volontaria dei grandi gruppi editoriali. Travaglio elenca i conflitti di interesse che affliggono il giornalismo italiano, snocciolando i nomi dei padroni. Il picco arriva quando scorrono sullo schermo esempi tragicomici: il modo in cui i grandi giornali edulcorano i guai giudiziari dei propri editori. Ma anche quelli degli altri: i padroni, in fondo, si proteggono sempre.
Non si salva nemmeno la radio, con un affondo letale su La Zanzara di Cruciani e Parenzo, descritto come un ricettacolo di “casi umani che chiamano i nostri mostri”.

Atto IV: miracolati, riciclati e sopravvissuti
Il bersaglio successivo è la galleria dei miracolati della politica italiana, coloro che sopravvivono a gaffe, scandali e disfatte elettorali grazie alla prodigiosa amnesia collettiva. Travaglio, qui, si trasforma quasi in un cabarettista (grazie all’involontario materiale offerto dai protagonisti della nostra politica).
Tocca iniziare con Piero Fassino. Il racconto del profumo Chanel al duty-free di Fiumicino diventa una sceneggiatura da commedia all’italiana. Travaglio mima anche la scena, sottolineando l’assurdo scudo protettivo eretto dai media. Non manca una carrellata delle sfighe prodotte dalle sue ormai memorabili profezie al contrario.
Ma la memoria viaggia anche nel campo opposto, ripescando l’eterno Claudio Scajola. “L’uomo che vive a sua insaputa“, lo definisce Travaglio. Il pubblico ascolta incredulo la ricostruzione della famosa casa vista Colosseo pagata “per due terzi a sua insaputa“. E qual è stata la punizione degli elettori per tutto questo? “Lo hanno rieletto sindaco di Imperia e presidente della Provincia!“.
C’è spazio anche per le frecciate ad Antonio Tajani (l’uomo “invisibile” per 35 anni, oggi gaffeur e leader del partito di Berlusconi, Forza Italia), Roberto Calderoli e il suo tragicomico rogo delle leggi (“Dovette fare un decreto salva-leggi per salvarle dal suo stesso decreto taglia-leggi“), fino all’esilarante demolizione del “Terzo Polo”. Carlo Calenda viene ritratto come un “mitomane della geopolitica col trolley“, che indossa mimetiche ucraine, si tatua il tridente di Kiev sul polso e si indigna sui social, mentre Matteo Renzi, l’ormai “Innominabile” sempre pronto a querelare Travaglio, colleziona insuccessi elettorali ma resta il politico più coccolato e intervistato dalle televisioni italiane.
“Ma la colpa non è loro,” ribadisce Travaglio, “ma di quel 3,5% o 8% di allocchi che la domenica mattina escono di casa e li rivotano. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi, perché noi abbiamo smesso di fargli provare vergogna”.

Atto V: la macchina del fango
Ma cosa succede quando, per sbaglio, arriva qualcuno che fa gli interessi dei cittadini e non del sistema? La tesi è chiara: il potere perdona i ladri, ma distrugge gli intrusi. Si attiva così la spietata “macchina del fango”.
Si parte da Antonio Di Pietro, distrutto politicamente da un servizio televisivo che gli attribuiva “56 appartamenti”, mentre in realtà possedeva un paio di case e svariate particelle catastali che includevano fienili e porcilaie (“Ma chi è che verifica le visure catastali? Nessuno“). Si passa per Virginia Raggi e l’epopea grottesca di “Spelacchio”, l’albero di Natale che ottenne più prime pagine della Trattativa Stato-Mafia.
Poi tocca a Luigi Di Maio, un tempo “bibitaro” deriso e improvvisamente promosso a statista brillante e “inviato speciale UE nel Golfo Persico” nel momento in cui ha rinnegato le sue origini politiche per appoggiare Draghi.
Infine, Giuseppe Conte. Travaglio smonta le bufale create ad hoc per ridicolizzare l’ex premier, fra cui la grande truffa mediatica dei “banchi a rotelle”, richiesti esplicitamente dai presidi ma venduti dai media come una follia per nascondere il vero “reato”: aver investito 8,7 miliardi nella scuola.
Tutto viene contrapposto all’idolatria per i governi tecnici: l’ostentata “sobrietà” di Mario Monti e l’intoccabilità di Mario Draghi e dei Migliori, a cui la stampa perdona tutto.
Atto VI: I tamburi di guerra e le bufale da prima pagina
Si passa infine ad affrontare la narrazione mainstream dei conflitti internazionali. L’obiettivo è smontare il “piano A” della propaganda di guerra.
Per quattro anni, ricorda il direttore dal palco, i media italiani ci hanno propinato la favola di una Russia al collasso e di un Putin in fin di vita e, a rileggere i giornali di questi anni, si muore (dolorosamente) dalle risate.
L’indignazione esplode quando si tocca il nervo scoperto del doppio standard occidentale. Se in Ucraina c’è un “aggressore” e un “aggredito”, a Gaza e in Libano le regole cambiano magicamente. L’abnormità del genocidio palestinese o l’invasione del Libano vengono grottescamente edulcorate.
Visto che il “piano A” (la vittoria ucraina) è fallito, l’Europa è passata al “piano B”: prepararci a una guerra mondiale. È la sindrome della “rana bollita”: prima mandavamo solo aiuti civili, poi armi leggere, poi armi pesanti, poi il via libera a colpire il suolo russo, fino all’idea di inviare truppe.
Per giustificare gli 800 miliardi di euro destinati al riarmo europeo, i media devono terrorizzarci con presunte minacce continue (ma in realtà tragicomiche) alla nostra sicurezza. Fino ad arrivare ai kit di sopravvivenza spiegati dai commissari europei, tra coltellini svizzeri e mazzi di carte per ingannare il tempo nel bunker.
Epilogo: Il suicidio dell’astensionista
L’ultima stoccata è un pugno nello stomaco rivolto a chi, fiero, dichiara di non andare più a votare per “fare un dispetto al Sistema“. Sì, sono “i cornuti al cubo”, quelli che “si astengono credendo di fregare i partiti, ma in realtà si inchiappettano da soli“. Travaglio porta sul palco l’evidenza: i politici non piangono per chi non vota, festeggiano. Senza il voto libero e d’opinione, i partiti si spartiscono la torta usando unicamente i voti di scambio, quelli fedeli, quelli che non cambieranno mai niente.
Chi non vota lascia il mondo così com’è.
Un Travaglio che torna ai suoi cavalli di battaglia, in questo spettacolo, che ci offre un prontuario per arrivare preparati alle prossime Politiche tra poco più di un anno (se non prima). Raccontiamolo a chi ci sta intorno e, magari, compriamo (o anche meglio abboniamoci) a giornali liberi e indipendenti!
