La parola “oscenità” deriva dal latino ob-scaenus: il prefisso ob indica “fuori da” o “lontano da”, mentre scaenus sta per “scena, luogo della rappresentazione”. Dunque, nel teatro greco e latino l’osceno non era necessariamente qualcosa di “volgare” o “sporco” nel senso moderno del termine. Era, piuttosto, tutto ciò che per la sua crudeltà, per la sua intensità o per la sua natura sacrale e tremenda, non poteva essere mostrato sul palco.
Questo perché esiste una zona di comfort che ogni spettatore porta con sé varcando la soglia di un teatro. È quel patto non scritto di “finzione protetta” dove ci si siede per immedesimarsi nell’altro, ma restando al sicuro.
Tuttavia, il 17 aprile, al Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio, questo patto è stato brutalmente stracciato con la messa in scena di Insania, un riallestimento dello spettacolo della Compagnia della Marca che ha debuttato nel 2021 ed è andato in scena fino al 2022.
Questo lavoro rappresenta la seconda opera inedita e la seconda scrittura ufficiale di Roberto Rossetti. Insania non è stato solo uno spettacolo: è stato un’irruzione dell’osceno nella nostra vita.
Il regista (che avevamo già apprezzato nello spettacolo Iceberg) ci ha messo davanti a una rappresentazione di oscenità tremendamente cruda.
L’esperienza ha avuto inizio ancor prima che si aprisse il sipario. Anzi, il sipario è stato del tutto eliminato. Entrando in sala ci si è trovati immersi in un’atmosfera densa, spettrale, dominata da luci verdi e da una tensione palpabile. Gli attori abitavano già lo spazio, come naufraghi di un’umanità che la società ha deciso di non guardare. Si sentono urla, spasmi, risate fuori contesto e fughe improvvise che trasformano la platea in un luogo estraneo.
Ed è proprio qui, nel pre-spettacolo, che avviene il primo rovesciamento prospettico della serata: in questa dinamica i “pazzi” sono a casa loro, mentre noi “normali” diventiamo improvvisamente gli intrusi, sperimentando un profondo imbarazzo e spaesamento.
Il prologo si chiude con un’immagine potente: gli attori, uno ad uno, vengono stretti nelle camicie di forza. Poi, il buio.
Da qui in poi, diventa persino difficile esprimere a parole ciò che è andato in scena. La narrazione procede per quadri, scene apparentemente disconnesse intervallate da un buio che spezza ogni legame. È lo stesso regista a spiegare questa scelta stilistica:
“Ho voluto tutti questi bui proprio perché è una scelta registica ‘insana’. In genere si usa un solo buio per far passare un concetto. Qui non c’è un filo conduttore narrativo classico; il vero filo conduttore è il tema stesso, il disagio mentale. Sono i colori, è quella sensazione di profondo disagio che deve invadere lo spettatore.”
Il viaggio prosegue attraverso le geografie del dolore: la depressione, descritta come una “pianificatrice silenziosa” che indossa una maschera fino all’estremo gesto; l’alcolismo, vissuto non come un vizio, ma come un tentativo disperato di riempire un vuoto che finisce solo per aggiungere catene; i disturbi alimentari, dove la coscienza si interroga con rabbia: “Chi è il nazista che ha deciso che tutti devono essere felici?”
Ma Insania non porta in scena solamente i disturbi mentali più conosciuti. Al contrario, racconta anche di patologie rare, come il vampirismo clinico o la sindrome della retrazione genitale. È necessario parlare di questi disagi per smettere di escluderli dalla nostra percezione, per non discriminare e isolare determinati individui solo perché etichettati come “strani” o “altri”.
Rossetti chiarisce che non si tratta di una “rivendicazione” del dolore, ma di un atto di onestà: raccontare che esiste anche questo, che la realtà non è fatta solo di luce.
Ma come si arriva a concepire un teatro del genere? Come si preparano gli attori a un’estremizzazione così realistica? Rossetti risponde toccando un nervo scoperto:
“Tengo moltissimo alla formazione. Ci sono tanti miei colleghi che magari non approvano che vengano inseriti giovani negli spettacoli perché ritengono che non vengano trattati come professionisti, cosa che nella Compagnia della Marca non avviene assolutamente. Tutti gli attori della mia compagnia hanno già delle esperienze nell’ambito teatrale e mi assicuro che abbiano un lungo periodo di preparazione. A dispetto delle malelingue, ho lavorato in tutta Italia e posso testimoniare che le grandi produzioni utilizzano i giovani proprio perché hanno l’energia e meritano spazio. Nella mia ultima esperienza lavorativa con il regista Giuliano Peparini ho visto che lui porta i suoi giovani in tutto il mondo. Conosce i suoi ragazzi e così io conosco i miei. Io do spazio ai giovani. Per questo tipo di teatro ho bisogno di attori che ho formato io. I miei ragazzi, trattati come professionisti veri e propri, hanno fatto percorsi di studio e laboratori per toccare queste energie: hanno analizzato a fondo le malattie e lavorato d’improvvisazione per cercare i loro personaggi. I ruoli in Insania non sono stati semplicemente assegnati; sono stati prima trovati, sentiti e studiati da chi li interpreta.”
Lo spettacolo non resta confinato nel simbolismo, ma affonda le unghie nella realtà sociale citando la Legge Basaglia. A 48 anni dalla chiusura dei manicomi (varata nel 1978), il peso della malattia grava ancora quasi interamente sulle famiglie. In un’Italia in cui 17 milioni di persone soffrono di disturbi psichiatrici, l’isolamento emerge come il vero, silenzioso killer.
Il finale è un pugno nello stomaco che squarcia l’ultima ipocrisia: la scoperta che il medico — figura che dovrebbe incarnare la salvezza — è lo stesso padre che ha abusato della propria figlia. È il crollo definitivo di ogni certezza.
Insania è un teatro potente, scomodo e, ancora una volta, necessario. Accende i riflettori su ciò che preferiremmo restasse nell’ombra, ricordandoci che la verità, a volte, è proprio quell’oscenità che abbiamo troppa paura di guardare in faccia. E, uscendo dal teatro, viene naturale chiedersi: chi è davvero sano in un mondo che ignora il dolore degli altri?