Quando il possesso si traveste da amore: in scena le catene della violenza di genere

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Uno spettacolo necessario. Così si presenta Iceberg, lo spettacolo teatrale andato in scena ieri sera (8 marzo), nato in collaborazione con “La Casa Delle Donne” di Jesi: delle linee sottili che si intrecciano, si divertono a imitarsi, rincorrersi in storie che troppe volte ci sono arrivate, in notizie che mai avremo voluto sentire, leggere. Notizie che riguardano tutti noi. Piccoli, grandi, nessuno escluso.

Uno spettacolo che si diverte a mostrare quel confine sottile tra protezione e possesso che ancora troppe volte viene scambiato per amore. Credo che ci sia un momento preciso, a teatro come nella vita, in cui il respiro ci viene tolto, in cui restiamo esterrefatti di fronte alla crudeltà che si cela dietro a ciò che viene chiamato amore. Non sto parlando di quando ci viene puntata una pistola contro, quando arriva uno schiaffo, il primo, o quando viene pronunciata una sentenza in un’aula di tribunale.

No. Molto prima, è in quel primo appuntamento dove lui sceglie il piatto per te, il drink che devi bere, quella domanda che sembra inopportuna ma che si nasconde dietro un tipo impacciato, quasi imbarazzato, in quella promessa eccessiva fatta per stupire.

È lì che si insinua il vero male.

E questo Iceberg, ha sbattuto in faccia al pubblico con una forza disarmante.

Ieri sera abbiamo avuto il piacere di assistere a quest’opera teatrale, parlare con il regista e i protagonisti che hanno scelto di raccontare ciò che ancora qualcuno cerca di nascondere, e preferisce girarsi dall’altra parte.

Il regista, Roberto Rossetti – attore, cantante, regista, dal 2015 è produttore e direttore artistico della “Compagnia della Marca” – Ha lasciare una parola, una sola, su cui il pubblico avrebbe dovuto riflettere una volta a casa al termine delle scene rappresentate al Teatro Apollo di Mogliano: Ascolto.

“Ascolto che il teatro impone. Noi cerchiamo di portare le opere in scena e sai, a Teatro viene quasi scontato ascoltare, stare attenti. Chi viene a Teatro decide di ascoltare. Però noi dobbiamo cercare di portare le persone che non hanno quella semplicità di scelta nel dire ‘vado a teatro stasera’ di venire ad ascoltare, di venire a farsi fare una carezza. Perché questo è Teatro.”

E alla fine è stato proprio così: Iceberg è stata quella carezza che lascia il segno, che non si fa tanto per ma che anche quando è finita, riesci ancora a sentire quel calore sulla pelle.

Il copione dello spettacolo si svolge in un gioco di specchi tra tre donne che non sanno di essere collegate dallo stesso filo invisibile: la sottile manipolazione maschile.

Al centro della scena troviamo Silvia, una giovane carabiniere, interpretata da Elisabetta Tulli, esperta in casi di violenza di genere, che inizia una relazione con Paolo, interpretato da Enrico Verdicchio.

Quello che sembra un uomo deciso e affascinante si rivela presto un carceriere psicologico. Durante una cena per il loro “mesiversario”, la maschera cade: Paolo la umilia pubblicamente, la sminuisce come donna e come professionista e, quando lei tenta di lasciarlo, la ricatta con delle foto intime ottenute con l’inganno. Silvia si ritrova paradossalmente prigioniera dello stesso sistema che insegna alle altre a combattere, paralizzata dalla vergogna e dalla paura del giudizio dei colleghi. Si sente sola, abbandonata da un sistema che non la difende, lo stesso sistema con cui combatte da una vita.

Parallelamente seguiamo la storia di una ragazza che porta sul corpo e nell’anima i segni di un passato di abusi, interpretata da Chiara Bonfrisco. Frequenta un corso di “yoga della risata” tenuto da un insegnante premuroso e attento, interpretato da Francesco Properzi. Attraverso il dialogo con lui, la ragazza riesce finalmente a dichiararsi libera e a ritrovare la forza di dire “noi”, contrapponendo la sua faticosa risalita alla discesa nell’abisso della carabiniera. Il loro legame diventa il simbolo della possibilità di un amore sano, basato sull’ascolto e non sul possesso. Un amore che accoglie le paure, le ascolta e le sa vivere.

A osservare queste vite c’è una madre, Maria, interpretata da Rosetta Martellini chiusa in un dolore pietrificato. Sono passati cinque anni da quando sua figlia, Anna, è stata uccisa dal fidanzato. Nonostante la recente condanna all’ergastolo per l’assassino, la donna non trova pace: la giustizia non le ha restituito la figlia. Tuttavia, scopre che il sacrificio di Anna non è stato vano: la ragazza del corso di yoga ha trovato il coraggio di denunciare il proprio aguzzino proprio leggendo la storia di sua figlia sui giornali. Le storie collidono in un finale catartico. Silvia, messa alle strette da Paolo che pretende di “usarla” a suo piacimento, estrae la pistola. In un momento di altissima tensione, riesce a riscattarsi, a uscire da quella situazione che l’aveva incatenata.

Nonostante ciò la vittima non diventa carnefice: sceglie di non ucciderlo, riaffermando la sua identità di donna di legge e spezzando la catena della violenza con la forza della dignità. Riesce tuttavia a far sentire lui come la “donna tipo”, lo educa con la sua stessa arma.

Lo spettacolo si chiude con la comparsa di Anna. Rimasta in silenzio per tutta la rappresentazione accanto alla madre, Anna prende finalmente la parola: lei è la “punta dell’iceberg”, la voce di chi non c’è più che esorta le spettatrici ad ascoltare quel segnale di allarme interiore prima che sia troppo tardi. Un inno al coraggio, alla sorellanza e alla vita senza paura.

Iceberg si conclude così, ma questo spettacolo non finisce con la chiusura del sipario. Sì, Iceberg è stato davvero solo la “punta”. Lo spettacolo racconta in realtà le storie di 6 milioni e 400 mila donne che hanno subito almeno una volta nella vita violenza da parte di un uomo.

Elisabetta Tulli, che oltre ad aver interpretato Silvia ha anche scritto l’intero copione, ci spiega le sue scelte di personaggi e tematiche:

“Ho scelto Silvia perché volevo esplorare le diverse tipologie di donne che affrontano problemi di violenza o relazioni tossiche. Volevo sottolineare la fragilità in amore e come una donna che, pur affrontando quotidianamente la situazione nel suo vissuto, possa trovare la forza di riscattarsi. Nel momento del suo riscatto, Silvia dice a Paolo parole amare: ‘Sai quante donne si trovano in questa posizione? Ma soprattutto, sai quanto tempo ci vuole per morire? Dipende da quanto lotta la vittima, che spesso è una donna.’ Ho avuto bisogno di questa estremizzazione per far arrivare il messaggio disperato… ho avuto bisogno di trasformare lui nella ‘donna tipo’. E penso a Giulia Cecchettin e a tante altre ragazze che si sono trovate in questa condizione. Quelle donne non hanno qualcuno con cui parlare e a cui tappano la bocca. Ecco, con questo scritto noi vogliamo ridare voce a chi non può averla.”

Servirebbero tanti spettacoli come questo, spettacoli che arricchiscono il nostro animo ma soprattutto spettacoli che educano. Come anche ci racconta Enrico Verdicchio, che nel ruolo di Paolo si è ritrovato a calarsi in un personaggio diametralmente opposto al suo carattere:

“Non lo dico per buonismo, ma Paolo è stato un ruolo difficile in cui calarsi. Ho cercato di mettere insieme tutti gli insegnamenti che i miei genitori mi hanno dato e poi fare l’opposto, il risultato è stata questa persona che al di là di tutto è stata una persona qualsiasi, potrebbe essere il nostro vicino di casa. È una persona che ha dentro di sé tutti gli ancoraggi del patriarcato che ancora persistono nella nostra generazione. Dico che ancora persistono perché prima erano ancora più forti, ad oggi piano piano ci stiamo liberando. Il ‘maschio’ si deve liberare da queste catene che sono state imposte. Paolo attua tutto ciò che c’è sotto l’iceberg, quello che non si vede.
Quindi sì, tornando alla tua domanda, ho cercato di mettere da parte tutti gli insegnamenti che mio padre, mia madre, la mia cultura personale mi hanno dato. L’educazione è la base fondamentale per ogni uomo, donna… l’educazione e la cultura. Più una persona si nutre di arte, di belle cose e meno avrà i sentimenti negativi. Il più delle volte infatti nella violenza di genere, il carnefice non si rende nemmeno conto del male che provoca, non pensa che stia causando quel dolore, non lo immagina. Proprio perché lo fa con naturalezza, come se fosse l’unico modo che conosce di agire.”

“Penso che se dovessi scegliere una parola da far portare al pubblico questa sera sia ‘rispetto’, rispetto delle altre persone. Che esse siano uomini, donne, bambini, adulti. Dobbiamo tornare ad avere rispetto e dobbiamo educare ad avere rispetto.”

Aggiungeremmo anche prevenzione. Come emerge dalle storie di Anna e di Silvia, la violenza non “esplode” all’improvviso, ma si nutre di una cultura del possesso che affonda le radici nell’ignoranza emotiva. Portare l’educazione al rispetto a scuola, nell’educazione a casa, significa insegnare che l’amore non è mai oppressione e che la forza di una persona si misura dalla sua capacità di rispettare la libertà altrui, non di annientarla. L’educazione sessuo-affettiva è il pilastro fondamentale per costruire una società libera dalla violenza di genere. Educare al consenso, capire quando un “no” è un “no”, anche nel gioco, pone le basi per il rispetto dell’autonomia altrui.

Inoltre l’educazione aiuta i giovani a identificare precocemente i comportamenti manipolatori, quali:

  • Isolamento: Quando il partner cerca di allontanarti dalle amiche.
  • Controllo: Quando la gelosia viene spacciata per “troppo amore”.
  • Svalutazione: Quando l’altro colpisce l’autostima per renderti dipendente.

Tutti fattori che sempre bisognerebbe saper conoscere e mai ignorare. Tuttavia Iceberg non vuole lasciarci un senso di negatività, al contrario: vuole lasciarci un messaggio, quello che non è mai troppo tardi per uscirne. Una speranza, un grido forte che incoraggia alla denuncia, a non isolarsi, perché fuori da quella relazione tossica e malata c’è un futuro che non zittisce, che non abusa, che non fa paura.

Concludiamo con le parole dell’attrice Chiara Bonfrisco: “Se ancora si sente parlare poco, troppo poco, della violenza di genere, ancora meno si sente parlare di ricostruzione, dell’uscita da una situazione del genere. Emergere, arrivare in superficie per respirare di nuovo forse è la fase più complicata perché in una situazione di abuso, il trauma si interiorizza, si stratifica e si innescano tutte quelle dinamiche per cui ci si sente anche responsabili, colpevoli di aver subito. Quindi il messaggio che voglio lanciare, la parola che voglio lasciare al pubblico questa sera è ‘luce’. Perché bisogna tornare a respirare la luce che i rapporti malati ti tolgono. La ricerca del futuro luminoso che spetta a tutti.”

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