Troppo piccola, la sala dell’Hotel Progresso di San Benedetto del Tronto. Lo si capisce prima ancora che inizi a parlare. Ma è una di quelle volte in cui il disagio logistico diventa prova materiale di qualcosa che sta succedendo. Giorgio Fede, deputato del Movimento 5 Stelle e neocandidato sindaco per la coalizione di centrosinistra prende la parola senza enfasi, in piedi, davanti al tavolo dei relatori.
“Grazie. È una presenza che è incoraggiante. Vi chiedo scusa per lo spazio: avremmo voluto prenderne uno più grande. Non è che avevamo paura, però con poco preavviso e la Domenica delle Palme… temevamo che la gente non venisse. Però la vostra presenza qui è importante”. Si interrompe, parte l’applauso. Poi mette subito in chiaro il perimetro. “Questa non è una competizione di Giorgio Fede. Non è delle forze politiche. È una competizione della città”.
È una linea che non abbandonerà più: il tentativo costante di spostare il fuoco dall’io al noi, dalla candidatura alla costruzione. Lo fa anche quando ringrazia, evitando accuratamente l’elenco, ma segnando presenze: cittadini, ex sindaci, perfino l’ex primo cittadino Antonio Spazzafumo, in sala, a cui concede “l’onore delle armi” nonostante le divergenze passate. “Le persone che fanno il sindaco si prendono un impegno. Fanno cose, alcune bene, alcune male. Non sarò infallibile. Spero di fare meno errori possibile”. Non è falsa modestia. Poco dopo ricorda: “Io lavoravo in Comune e questo mi consente di sapere come funziona la città più di qualcun altro”. Un esercizio di realismo, per chi è a metà della seconda legislatura in Parlamento.

Poco dopo, si concede anche una battuta che alleggerisce e insieme disinnesca gli attacchi: “Giorgio Fede è pelato. Questo è un dato di fatto. Non lo posso negare”. Ride la sala, ma il passaggio successivo è netto: “Mi dicono: è stato di destra, di estrema destra. Io ho sempre votato, e non ho mai votato sempre dalla stessa parte. Ma da quando esiste il mio movimento sono convintamente aderente e coerente. Una cosa non sopporto: chi cambia casacca”. Il punto, però, è un altro. E torna: “Questo è un progetto collettivo. Non è merito di Giorgio Fede, ma di tutti”. La parola chiave è unità, ma viene riempita di contenuto concreto: “Abbiamo fatto qualcosa che negli ultimi anni non era mai stato fatto. Non è stato facile. È stato un percorso fondamentale”.
Non è solo un’alleanza elettorale, insiste. È metodo. “Siamo partiti dal confronto con le associazioni, con le realtà civiche, con chi vive la città. Abbiamo fatto il Weekend delle idee. Abbiamo steso un manifesto. Adesso lo tradurremo in un programma”. E soprattutto: non basta votare. “Non vi chiediamo la fiducia in bianco. Vi chiediamo di partecipare. Di essere attori”.
Il “Weekend delle idee”, citato, è stato effettivamente un momento essenziale di questo percorso. Due giorni — il 17 e 18 gennaio, nello stesso Hotel Progresso — in cui la politica si è aperta ai cittadini: tavoli tematici, confronto diretto, restituzione pubblica. Sette aree di lavoro, pensate per coprire l’intero perimetro della città: mobilità; urbanistica, diritto alla casa e consumo di suolo; ambiente ed ecosistema, comprese le zone marine; cultura, sport e politiche giovanili; salute e sociale; lavoro, attività economiche e turismo; città digitale e connessa. Dentro quei tavoli, più di centocinquanta persone: associazioni, operatori, cittadini, tecnici. Non interventi dal palco, ma discussioni orizzontali, in cui i problemi venivano smontati e ricomposti. Il giorno dopo, la restituzione: non una sintesi formale, ma un primo tentativo di trasformare bisogni e idee in linee di lavoro.
Il discorso di Fede si allarga: “Non deve essere un percorso elettorale. Neanche di cinque anni. Dobbiamo ricostruire la dignità di questo territorio con un progetto che duri 10, 15, 20 anni”. La città, per come la racconta, è insieme promessa e occasione mancata. “San Benedetto è mancata. Non dobbiamo giudicare il passato, ma averne memoria e scrivere un progetto nuovo”.
Ad un certo punto Fede mostra fisicamente un documento: “Il 13 marzo ho depositato una proposta di legge per rendere San Benedetto co-capoluogo”.Non è per scippare una targa o cambiare la sigla su una cartolina. Il punto è molto più concreto e riguarda i soldi: “È una questione di pari opportunità per competere e prendere risorse europee“. Come quelle a cui non si è potuto partecipare per le piste ciclabili. E poi è necessario fare un salto a livello territoriale: “Dobbiamo dialogare con Grottammare, Monteprandone, con tutto il Piceno, con Martinsicuro. Non esiste una viabilità che si ferma ai confini. Non esiste una città che si pensa da sola”.

E poi un avvertimento: “Chi pensa di prendere voti per avere un posto, sappia che con me non lo farà. Servono persone capaci, competenti, preparate. Perché il Comune non è un ufficio di collocamento”.
Poi i temi arrivano, uno dopo l’altro: trasporto pubblico, parcheggi, piano regolatore fermo da quarant’anni, servizi. Ma c’è un passaggio programmatico forte. “Una città non può essere un resort di lusso per chi viene quindici giorni e compra casa a diecimila euro al metro. Dobbiamo permettere ai nostri figli di vivere qui”. È l’emergenza abitativa, detta senza formula. Poi il lavoro, la pesca: “Come fa un armatore a uscire in mare con il gasolio passato da 0.60 a 1.20? Molti stanno pensando di fermarsi”. Il turismo: “Non possiamo vivere trenta giorni l’anno. Dobbiamo essere aperti tutto l’anno perché siamo fortunati a vivere in un territorio meraviglioso che però non sappiamo vendere”. Il commercio, con una città “che sembra Miami per le Palme e poi il Bronx per le vetrine chiuse: non è accettabile”.
E infine il punto politico più esplicito, ma senza alzare i toni. “Non è un derby calcistico. Quello si gioca allo stadio”. Quando chiude, il cerchio è coerente con l’inizio. “Questo è un punto di partenza. Ora dobbiamo dialogare con la città. Non solo per chiedere il voto”.

Subito dopo, a prendere la parola è Orlando Ruggieri. Il suo intervento ha un tono diverso: meno riflessivo, più emotivo. Parte da ciò che si vede, prima ancora che da ciò che si pensa. Dice, guardando la sala: “Era tempo. Era tempo che non si vedeva tanta gente, tanti amici, tante persone”. La partecipazione non come adesione a un nome, ma come riconoscimento di un processo. Ruggieri non insiste sui contenuti programmatici — li dà quasi per acquisiti — ma torna sull’origine di tutto: il tavolo, il percorso, il metodo. Racconta che all’inizio c’erano due problemi da risolvere. Il primo: restituire ai partiti una funzione reale, territoriale, non solo simbolica. Il secondo: costruire l’unità. Non dichiararla, ma trovarla. Sottolinea con forza un punto: “La destra, non candidando un politico ma un civico, ha certificato il proprio fallimento. Non hanno trovato la quadra tra i leader e si sono ridotti al civismo per sperare di vincere, ma noi abbiamo le competenze per governare”.

E qui il racconto è importante, perché introduce un elemento che ritornerà in tutti gli interventi successivi: l’idea di aver fatto qualcosa “al contrario”. Non partire dal candidato per poi costruire attorno, ma partire dal confronto e arrivare, solo dopo, alla sintesi.
Quando passa la parola a Fabrizio Leone (Dipende da noi), il registro cambia ancora. Leone alza il livello teorico, ma lo fa senza staccarsi dal contesto. Parte da lontano — Aristotele, Hannah Arendt — ma per riportare subito il discorso a terra: la politica come parola, come confronto, come spazio pubblico condiviso. Il suo intervento è forse quello che più esplicitamente tematizza la questione democratica. Non solo nel senso procedurale — come si decide — ma nel senso più profondo: chi decide e attraverso quali strumenti. “Non abbiamo lavorato a maggioranza”, spiega. “Abbiamo cercato una sintesi condivisa all’unanimità”. È una frase che pesa. Significa accettare tempi più lunghi, conflitti più espliciti, rinunce personali più pesanti.

Quando interviene Marco Giobbi, per il Partito Democratico, il discorso si ricompone su un piano più politico-organizzativo. Il suo è, in fondo, un intervento di legittimazione reciproca. Ringrazia la coalizione per aver rispettato i tempi del Pd, riconosce il ruolo degli altri candidati possibili — Paolo Canducci, lo stesso Fede — e insiste su un punto che, letto tra le righe, è cruciale: la rinuncia. Il fatto che il partito principale non abbia imposto il proprio candidato diventa la prova concreta che il metodo ha funzionato.
Introduce la metafora dei “due fari” per i naviganti che entrano in porto: da una parte l’attivismo dei cittadini (“non serve la tessera per sentirsi comunità”), dall’altra il ridisegno della città su un orizzonte di vent’anni per fermare l’emorragia dei giovani che scappano e affrontare l’emergenza socio-sanitaria.

Quando prende la parola Paolo Canducci (AVS), il discorso cambia di nuovo tono. Più diretto, più politico, a tratti polemico. Parla di “scelte difficili”. È un passaggio fondamentale, perché introduce un elemento spesso assente nelle narrazioni elettorali: il conflitto tra interesse immediato e interesse generale.
Non usa mezzi termini: “La foto della coalizione di destra sembra la locandina di un film horror. C’è dentro di tutto e il contrario di tutto, una coalizione Arlecchino. Gente che ha fallito come assessore fino a tre mesi fa e ora vuole dare lezioni”. Poi l’affondo sulle scelte di governo: il rinnovo della gestione dei rifiuti, l’illuminazione e le spiagge, “magari riducendo le concessioni del 10% per fare spiagge libere”. Solo una coalizione unita può reggere queste scelte. Dall’altra parte, dice, c’è chi continua a “mungere la mucca della città”.

Canducci chiude sgomberando il campo dalle voci di rivalità interna: “Non esiste dualismo con Giorgio. Sono allenato alle cose che non mi piacciono, ma qui sono felice di dare il mio contributo”. E poi prendono la parola altri, da semplici cittadini, ai rappresentanti di altre liste della coalizione, fino a figure importanti della storia politica cittadina a sinistra. Di nuovo, il noi. Non come parola, ma come prova da reggere.

