foto di Peppe Di Caro
“Oggi c’è un’atmosfera diversa, è la prima occasione senza Mimmo” esordisce Silvio Venieri, segretario dell’associazione “I luoghi della scrittura”, di cui Mimmo Minuto è stato fondatore e presidente fino alla sua scomparsa sabato 9 maggio. A lui, fra le tante cose, si doveva la rassegna “Incontri con l’autore” che compie 45 anni nel 2026. L’occasione è una delle ultime presentazioni della versione primaverile dell’iniziativa: a parlare di “Lunario dei giorni insonni” c’è l’autrice Elvira Seminara, in conversazione con Mimma Tranquilli. Un’atmosfera meno festosa del solito nella biblioteca comunale “G. Lesca”, ma al contempo la ferma volontà di tutti di continuare a portare avanti ciò che davvero ha tenuto in vita uno dei librai più noti d’Italia: la cultura.
“Perché abbiamo deciso, pur con l’animo profondamente turbato e in accordo con i familiari, di confermare questo incontro? Perché Mimmo l’aveva organizzato in tutti i minimi dettagli, come sempre. Tra l’altro, l’autrice è nativa di Catania, città di origine anche di Mimmo e a cui era legatissimo, pur rivendicando giustamente la sua fiera ‘sambenedettesità’.
Omaggiamo Mimmo portando avanti quello che era il suo compito abituale: organizzare eventi!”. Conclude commosso. Davanti a lui, in prima fila, figli e nipoti di Mimmo: lo sono altrettanto.

In quest’atmosfera densa, prende avvio la conversazione sul romanzo o “iper-romanzo” come lo definisce a un certo punto l’autrice: una storia circoscritta nello spazio e nel tempo, ma continuamente attraversata da pensieri, ricordi, divagazioni e stratificazioni che ne dilatano i confini.
Al centro c’è Iris, insonne e appartata, che dialoga con un suo doppio — Ariel — in un continuo slittamento tra identità, memoria e immaginazione.
LA NOTTE – “Sentinella, a che punto è la notte?” Isaia 21,11-12. Da qui partono i personaggi dell’autrice. “Essi si muovono nella dimensione più sacra e insolita della nostra vita: la notte e il buio. Penso che la notte, più che un tempo, sia uno spazio, uno spazio abitabile. Noi siamo abituati a viverla solo come ricarica per il giorno, per essere poi produttivi al lavoro, ma questa è una forzatura della nostra civiltà. I nostri antenati non differenziavano così nettamente: la notte vegliavano, guardavano il cielo — che in assenza di schermi digitali era una cosmogonia vivente —, traevano auspici dall’universo, si raccontavano storie. Intersecavano gli spazi in maniera molto più creativa di noi.
Aveva ragione Emily Dickinson, la grande poetessa della notte, quando diceva che di notte ‘puoi negoziare un piccolo spazio di immortalità’. Siamo invisibili agli altri, soli, più liberi, senza le pretese o le richieste del mercato (essere competitivi, performativi, belli). La notte è un giacimento di suoni e rumori che di giorno sono occultati dal frastuono urbano. Senti le vibrazioni della terra, il respiro delle foglie. Gli odori sono più forti.
La mia protagonista, Iris, abita la notte con grande libertà. Essendo un’insonne naturale, scopre un’umanità che di notte ha un’empatia diversa con l’universo”.

SOLITUDINE – “Noi usiamo la parola ‘solitudine’ come un contenitore multiforme. Gli inglesi e i tedeschi distinguono la solitudine oggettiva (stai da solo e stai benissimo con te stesso) dalla solitudine sentimentale (quando sei solo ma vorresti stare con gli altri, e provi malinconia). Nel caso di Iris, la protagonista, la solitudine è una dimensione effervescente: se non hai ombre che ti attraversano, puoi usare il tempo in maniera creativa.
Iris insegna letteratura online a coach, manager e chef che non hanno tempo di leggere ma vogliono citazioni ‘pronte all’uso’ per sedurre o fare colpo. Pavese diceva che ‘leggere è un modo per isolarsi in compagnia del mondo’. Iris vive di letteratura e cerca la bellezza nascosta, mortificata o sbagliata, non quella manifesta ed evidente. Dietro la sua apparente maschera di cinismo c’è una grande ironia e il talento di trovare la meraviglia dove gli altri non la vedono”.

NATURA – Un’altra protagonista fortissima del romanzo è la natura.Lo si capisce anche da immagini che attraversano il libro, come il “pianto dell’aragosta”, segno quasi surreale di una natura che soffre e continua a mandare segnali a chi sa ascoltarla. “Scrivendolo, temevo sembrasse un romanzo distopico, ma in realtà è tutto vero: è frutto di ricerche e inchieste. È ambientato in una Sicilia che sembra impazzita a causa della desertificazione e della tropicalizzazione del clima. Prima del passaggio del ciclone che ha poi effettivamente devastato quegli scenari, io già descrivevo piantagioni di caffè al gelsomino e frutti tropicali al posto di arance e limoni. Nel Mediterraneo arrivano pesci esotici che alterano la catena alimentare, e gli animali (come la mia tartaruga) sono disorientati, non sanno più quando andare in letargo.
Tutto questo ci riguarda, perché noi siamo natura. La cultura hawaiana ha una visione bellissima: usano la parola Ohana (comunità/famiglia) e Aina (terra che nutre) per indicare la natura come ‘famiglia vivente’. E chi ne fa parte? Gli esseri umani, tutti gli animali (dal più grande al microrganismo), le piante (dai grandi alberi all’erba anarchica che rinasce tra le rotaie dei treni), gli spiriti di chi non c’è più (come Mimmo), le stelle, e persino i sassi. I sassi viaggiano: rotolano nei fiumi, finiscono in mare, vengono spostati dagli animali o incastrati nelle nostre suole delle scarpe. Quando diciamo a qualcuno ‘hai un cuore di pietra’, se capiamo questa dinamica, in realtà gli stiamo facendo un bellissimo complimento!”.

OGGETTI – “Gli oggetti condensano la nostra vita. A volte fatichiamo a disfarci di una vecchia caffettiera deformata o di uno zaino bucato, perché non sono solo oggetti, sono serbatoi d’anima in cui abbiamo investito consuetudine e devozione. Come scrive Remo Bodei in La vita delle cose, gli oggetti ci riconoscono. Però viviamo anche un’ambivalenza: accumuliamo troppo, creando inquinamento, e le cose ci sopravvivono, testimoniando la nostra memoria anche quando noi non ci saremo più. Tra l’altro, possono metterci secoli a degradarsi.
Gli anziani hanno molta più difficoltà dei giovani a buttare le cose. Non è solo attaccamento ai ricordi, ma una tenace garanzia della propria continuità nel mondo. C’è compassione, un rispecchiamento reciproco tra noi e le cose”.

TONO E LINGUA –“Scaravento il lettore in una dimensione non ordinaria per depistarlo e fargli abbandonare le certezze. Iris sente tracce sulle scale, c’è un essere invisibile… Sembra un thriller, ma poi diventa tutto chiaro: era un gatto. Come diceva Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore: chiudi la porta, il mondo di fuori deve restare fuori. Io voglio offrire ‘vita aumentata’, sperimentare nuove dimensioni esistenziali. Un po’ come l’entanglement nella fisica quantistica, o come descriveva Lucrezio nel De rerum natura con la danza incessante di atomi, dove la vita e la morte si rigenerano a vicenda.
La devastazione ambientale include la devastazione linguistica. Il nostro linguaggio si sta impoverendo, e perdere parole vuol dire perdere sentimenti. Wittgenstein diceva che i limiti del mio mondo coincidono coi limiti del mio linguaggio: posso esprimere solo ciò di cui conosco la parola. Un mio amico analista mi raccontava degli stranieri che, non avendo nella loro lingua il termine ‘depressione’, attribuivano il loro malessere a riti vudù o maledizioni, non riuscendo ad affrontare il problema. Più parole conosciamo, più largo è il nostro mondo”.

ALERT – “È l’insediamento abitativo più a nord del mondo, nell’isola di Ellesmere in Canada. Ci sono -25 gradi e una notte polare di sei mesi. Per Iris è un magnete, il sogno in cui si possa vivere con candore, in quella notte infinita che lei ama. Diventa un polo estremo di purificazione, collegato anche all’acufene di cui soffre, che lei inizia a interpretare come la sirena d’allarme (l’allerta) della terra ferita che chiede di essere curata”.
Mimma Tranquilli osserva che ogni lettore finirà per trovare nel libro un romanzo diverso.

UN RICORDO DI MIMMO – “Ho un ricordo bellissimo. Quattro anni fa ebbe un’idea originale: invitò me e mia figlia (la scrittrice Viola Di Grado) per presentare i nostri libri insieme. Passammo giorni bellissimi. Quando l’ho sentito pochi giorni fa mi aveva proposto di ripetere l’esperienza. Per la mia idea del mondo, Mimmo fisicamente non c’è, ma sentiamo la sua presenza. È bello mantenere il dialogo anche con chi non c’è col corpo, perché attraverso il dialogo resta più vivo”.
Gli Incontri con l’autore proseguono. E vedere il pubblico intervenire, discutere, restare fino all’ultima parola, è sembrato il modo più fedele per ricordarlo. Immersi fra scaffali pieni di libri. E facciamo sì che, tra quelle sedie colorate, ci siano sempre volti nuovi. Soprattutto giovani.

