foto di Andrea Vagnoni
“La mia posizione sulla Palestina è da sempre chiara, con l’orgoglio di avere la cittadinanza onoraria palestinese e il passaporto palestinese dal 2013, il numero 6 (probabilmente sono, da quando riconobbi quale sindaco di Napoli lo Stato di Palestina e detti la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen”. Sono le parole di Luigi De Magistris mentre sta per scendere dal palco del PACS, il Parco dell’Arte, della Cultura e delle attività Sociali di Ascoli Piceno. È venuto a presentare il suo ultimo libro “Poteri occulti. Dalla P2 alla criminalità istituzionale: il golpe perenne contro Costituzione e democrazia” (Fazi editore), invitato da noi – con la collaborazione di libreria Prosperi e FLC Cgil. Il pomeriggio è stato lungo e intenso, quasi due ore di risposte appassionate – da esperto e da testimone diretto – intervallate dalle letture di Matteo Petrucci tratte dal libro.
Per la conclusione, infatti, il direttore di Frida Art Academy, Zeno Rossi, di ritorno da Catania, ha messo al centro la questione di Gaza, salendo sul palco per donare all’autore la maglietta degli equipaggi di Global Sumud Flottilla (che aveva in quanto membro dell’equipaggio di terra). “Il rapporto che ho è un privilegio che vedo come un dovere di difesa di quel popolo – ha aggiunto De Magistris – Quando vado là, e ci sono stato tante volte, mi sembra di camminare per Napoli. È un popolo straordinario e quelli che costruiscono non sono legami superficiali, si è fratelli e sorelle per sempre. Noi ora non ci dobbiamo fermare nella mobilitazione fino a che non ci sarà una vittoria. La loro è una resistenza, come quella che noi abbiamo fatto in epoche passate. Mi hanno accusato di essere antisemita e fiancheggiatore di Hamas, ma oggi in tanti parlano finalmente di genocidio: la grande maggioranza del popolo italiano è con i palestinesi: li ho conosciuti, non molleranno mai e noi dobbiamo stare al loro fianco”.


La biografia – Luigi De Magistris è politico ed ex magistrato italiano, parlamentare europeo nel 2009 e due volte sindaco di Napoli dal 2011 al 2021. Per quindici anni PM a Catanzaro e Napoli, dove si è occupato di reati contro la pubblica amministrazione, di criminalità economica, corruzione e mafie; ostacolato nelle sue indagini e costretto a lasciare la toga, la magistratura accerterà poi la correttezza assoluta del suo operato e le gravi interferenze illecite che ha subito da una parte delle istituzioni. Attualmente giurista, attivista politico, scrittore, attore di teatro civile.
É importante ricordarlo, perché al Pacs -fra le oltre ottanta persone che lo ascoltavano- c’erano anche tanti giovani.



I poteri occulti – “Sono quelle persone che ricoprono ruoli di primo piano nella politica, nelle istituzioni, nella pubblica amministrazione, nel mondo delle professioni, dei colletti bianchi, del mondo dell’informazione. Sono uniti da legami sodali, ma non per perseguire l’interesse pubblico, il bene comune, ma interessi privati, affaristici, lobbistici e non di rado criminali. E che utilizzano i luoghi in cui lavorano, pubblici o privati, per ratificare le decisioni prese fuori dai luoghi istituzionali.
Il caso più eclatante che conosciamo è quello della P2, la loggia massonica scoperta nel 1981 da due coraggiosi magistrati: Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Il suo ‘Piano di Rinascita democratica’ fu definito dalla magistratura e dalla Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi come eversivo dell’ordinamento costituzionale italiano. Dei punti salienti di quel piano, che venivano discussi nelle segrete stanze, oggi se ne parla a Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama apertamente.
E quali sono? Assetto verticistico dello Stato, repubblica presidenziale o premierato forte, riduzione del parlamento a puro organo di ratifica di decisioni prese altrove, riduzione del numero di parlamentari, controllo dei mezzi di comunicazione pubblici e privati, separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici e controllo politico del pubblico ministero, stato di eccezione che diventa permanente, neutralizzazione dei sindacati più conflittuali, criminalizzazione del dissenso. É un piano di riforma dello Stato o resta un piano eversivo?
La mia idea è che è un modo diversamente altro per essere eversivo, che coincide con una fase diversa del sistema criminale (che in quel caso comprendeva l’uso delle bombe). Invece, da 20/25 anni prevale la criminalità istituzionale: quel sistema che ha scelto non di attaccare militarmente lo Stato ma di conquistarlo, mimetizzandosi e penetrando in esso. E se ci sono nemici all’interno dello Stato li facciamo fuori con la carta bollata, con la giustizia formale e i proiettili istituzionali. E questa fenomenologia ha abbassato molto, in Italia, l’antimafia sociale: siccome non ci sono le morti, la persone pensano che corruzione e mafie non rappresentano più un pericolo. Ma, in realtà, il sistema criminale ha compiuto passi avanti che l’hanno portato pian piano al cuore dello Stato”.


Il sequestro Cirillo – “Si diceva, al tempo del sequestro Moro, che lo Stato non tratta con le Br né lo Stato ammette di aver trattato con la mafia. Eppure, ha fatto l’una e l’altra cosa. Il caso più eclatante è quella del 1981.
Viene sequestrato in Campania, a Torre del Greco, l’assessore regionale ai lavori pubblici Ciro Cirillo, il più potente referente della Democrazia Cristiana in Campania, quello che doveva gestire il più imponente fiume di denaro pubblico del dopoguerra, quello del terremoto dell’80 in Campania e Basilicata. Cirillo era il garante del patto tra camorra, affari e politica. Sentenze passate in giudicato, ed è l’unico caso in Italia, hanno dimostrato che per la liberazione di Ciro Cirillo è stato pagato un miliardo e 450 milioni di lire. Chi ha trattato per la liberazione di Cirillo? Le Brigate Rosse, nella figura dell’ideologo Giovanni Senzani; la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, che controllava le carceri; vertici dei servizi: il servizio segreto militare (Musumeci, iscritto alla P2) e il servizio segreto civile (SISDE, Del Monte, iscritto alla P2); vertici della Democrazia Cristiana: Flaminio Piccoli e Antonio Gava.
La trattativa si chiude proprio in quello che doveva essere il supercarcere di Ascoli Piceno, ma che in realtà era il ‘Cutolo Resort Spa”. Tutti andavano a trovare Cutolo: politici, faccendieri (come Francesco Pazienza), uomini dei servizi, uomini dello Stato. Ma quello che è incredibile è che sono andati i due principali latitanti della camorra dell’epoca, non a costituirsi, ma a chiudere la trattativa: tra cui Vincenzo Casillo, salterà con un’autobomba a Roma poco dopo. Quando viene liberato Cirillo, a una cabina lui chiama il 113 come gli hanno detto. Una volante, prima di arrivare in questura, viene fermata da due macchine con alti funzionari della questura che si prendono Cirillo e lo portano a casa. Solo nel tardo pomeriggio, dopo che per ore ed ore Cirillo vede molte persone (vertici del suo partito e altri), si concorderanno tesi, narrazioni.. andranno i magistrati titolari dell’indagine.
Una trattativa che pesa ancora oggi su di noi. Da sindaco di Napoli, infatti, ho scoperto che la voce principali del debito di Napoli sono gli interessi che ancora si pagano alle cooperative, ai consorzi della ricostruzione di Napoli post-terremoto: una calamità naturale, politica, carmorristica ed economica. Per arrivare a questa verità, è stato faticosissimo: De Mita, all’epoca al governo, disse che il giudice si era posto fuori dai binari della Costituzione”.
Caso Moro (ne abbiamo parlato recentemente QUI) – “Noi italiani dobbiamo iniziare a fare i conti con la realtà, anche se non ci piace. La nostra democrazia è molto fragile ed è stata attraversata da più colpi di Stato. Che magari non abbiamo visto perché non abbiamo visto i carri armati come in altri Paesi. Ma per colpi di Stato intendo fatti che hanno mutato il corso democratico del nostro Paese. E fra questi c’è proprio il Caso Moro. Io questo libro l’ho scritto in maniera semplice, proprio perché potesse essere letto da chiunque. Ci sono solo fatti.
E che cosa sappiamo del caso Moro? Moro viene sequestrato nel marzo del 1978, il giorno in cui in Parlamento si deve votare la fiducia a un governo monocolore democristiano, col sostegno esterno del Partito Comunista di Enrico Berlinguer, che era il principale partito comunista dell’Occidente. Il cosiddetto ‘compromesso storico’, che si fonda su due elementi fondamentali di politica estera: Berlinguer accetta in maniera definitiva l’idea che l’Italia deve rimanere nel Patto Atlantico e nella Nato, Moro apre però come leader della Dc, vero partito-Stato, al dialogo con l’Unione sovietica e all’idea di porre fine al conflitto arabo-israeliano e alla questione palestinese. Moro va negli Usa a spiegare il compromesso a Henry Kissinger, il segretario di Stato che, nel salutarlo, gli disse: ‘Se Lei continua a dialogare con il più grande partito comunista d’occidente, la pagherà chiara’.
Altri fatti, sia agli atti di processi che di commissioni parlamentari: c’era chi sapeva dove si trovava Moro. Ne erano a conoscenza la Banda della Magliana, la criminalità organizzata che controllava Roma; la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (grazie alle carceri); Mino Pecorelli, giornalista intelligente e molto spregiudicato e coraggioso, massone, vicino ai servizi segreti ed ero molto temuto per gli articolo -molto pesanti- che scriveva sulla sua rivista OP. La mattina del suo omicidio, fa un pezzo molto strano in cui dice: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa informa il ministro dell’Interno Cossiga (vicino alla P2, poi diventato presidente della Repubblica) su dove si trovava Aldo Moro. Ma, dice Pecorelli, il ministro Cossiga era totalmente nelle mani della “Loggia dei santi in paradiso”, che sarebbe la P2, e i “santi in paradiso” non volevano ovviamente che Moro venisse trovato. E d’altronde tutta la cabina di regia istituita da Cossiga per il sequestro Moro con i vertici dei servizi e delle forze dell’ordine che erano iscritti alla P2 e a coordinare viene il braccio destro di Kissinger. Agli atti dei processi Moro, ci sono le dichiarazioni di quello che era all’epoca il corrispondente della CIA in Italia, che dice: ‘A un certo punto, siccome molti si diedero da fare per trovare Moro, abbiamo temuto che potessero liberare Moro’.
Cosa sarebbe stato il nostro Paese se Moro non fosse stato ammazzato e noi avessimo avuto un governo con il dialogo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista? Un Paese peggiore, migliore, più felice, più infelice? Non lo sappiamo, ma avrebbero deciso i parlamentari eletti all’epoca con una legge proporzionale e non con le leggi attuali, in cui a scegliere i nostri rappresentati sono sei capipartito. Altri, invece, hanno deciso. Hanno deciso entità occulte all’interno dello Stato, con un sostegno sovranazionale”.


Piazza Fontana e la strage di Peteano – “L’inizio della strategia della tensione, dell’attacco allo Stato. Siamo fine anni ’60, siamo in pieno ’68, lotte operaie, lotte studentesche, lotte pacifista, lotte femministe nel mondo. Si può prefigurare un cambiamento politico, un momento di grandi sogni. Nel cuore di Milano, a piazza Fontana, all’interno di una banca, viene messo un esplosivo che fa una carneficina. Chi viene accusato della strage? Vengono accusati ingiustamente due anarchici, per dimostrare che i rivoluzionari non vogliono solo la rivoluzione dei diritti, ma vogliono la rivoluzione con le bombe. Chi accusa due anarchici innocenti? Vengono accusati da un ufficio riservato del Ministero dell’Interno, l’informativa che parte da Roma per Milano, del generale Federico Umberto D’Amato. Un generale, uomo della CIA, dei servizi segreti americani. Poi diventerà capo del SID, il servizio segreto che sta dietro a tutta la strategia della tensione degli anni ’70, per poi confluire nella loggia P2.
Chi ha causato e consumato la strage di piazza Fontana? Dagli atti processuali, perché in questo libro non ci sono complottismi, non ci sono suggestioni, ma elenco solamente fatti: la strage di piazza Fontana viene fatta dai neofascisti con l’appoggio dei servizi.
Da dove proviene l’esplosivo che è stato utilizzato a piazza Fontana? Proviene da Verona, perché Verona è il luogo in cui sussiste la cellula militare più pericolosa della destra neofascista. L’esplosivo però proviene dalla Germania, in particolare da un deposito di armi che era sotto il diretto controllo dei servizi segreti americani e della NATO.
Interessante, rispetto alla Strage di Peteano, un’autobomba che uccide tre carabinieri, la dichiarazione di Vincenzo Vinciguerra di Ordine Nuovo. Lui si consegna dodici anni dopo e se ne assume la responsabilità; dichiarerà: ‘Lo volete capire che noi, organizzazioni militari neofasciste, eravamo al servizio di apparati dello Stato e organi sovranazionali per impedire che in Italia ci fosse un mutamento del quadro politico?’. Una dichiarazione come questa, che fa un fascista particolarmente attendibile, in un Paese forte da un punto di vista democratico -che non siamo- meriterebbe un dibattito. Ma chi le sa queste cose in Italia? Più di cinque persone in Italia non possono parlarne perché: devi stare fuori dal sistema, non devi essere ricattabile, condizionabile, devi essere onesto, libero, autonomo, indipendente, coraggioso, appassionato, lavorare giorno e notte e devi essere folle! E sono caratteristiche che non si comprano al mercato del capitalismo imperante. I giovani, i miei figli, dovrebbero sapere queste cose, però.
Ci vogliono vedere depressi, chiusi in casa e avviliti e noi non dobbiamo dargli questa soddisfazione: il sistema controlla tutto ma c’è sempre una scheggia che sfugge, che può diventare un anticorpo democratico che se si inizia a diffondere… questa serata insieme io la vedo come una ‘resistenza costituzionale’, essere partigiani significa conoscere, schierarsi e scegliere da che parte stare”.



Stragi di Capaci e via D’Amelio (1992, vedi anche il nostro articolo su Ingroia) – “Perché Giovanni Falcone viene ammazzato con un atto terroristico militare? Lo potevano ammazzare a Roma, dove lavorava, girava certe volte la sera da solo, al massimo con un poliziotto. Perché farlo saltare in autostrada? Perché quell’attentato doveva avere evidenti e chiari effetti politici. L’effetto politico che ha avuto (e che doveva avere) era di chiudere definitivamente con la Prima Repubblica e stroncare la carriera politica di Giulio Andreotti, che doveva diventare Presidente della Repubblica. Finirà la sua carriera politica, diventerà presidente Oscar Luigi Scalfaro. Ma non perché Andreotti fosse il paladino della lotta alla mafia, ma perché non era più in grado di essere il garante del patto tra mafia e politica che aveva caratterizzato la Prima Repubblica. Quel patto salta a gennaio del ’92, quando la Corte di Cassazione conferma tutte le condanne agli imputati del Maxiprocesso a Cosa Nostra. Nell’agosto del ’91 viene ucciso Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale della Cassazione. Nell’aprile del ’92 viene ucciso Salvo Lima, braccio destro di Andreotti in Sicilia.
Ma quello che davvero sancisce il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica è la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, con la morte di Paolo Borsellino. Io lo ricordo bene quel periodo, perché io sono entrato in magistratura in quei giorni. Paolo Borsellino era un morto che camminava. Lo sapeva lui, lo sapeva la moglie, lo sapeva la famiglia, lo sapeva lo Stato. Lo Stato non ha nemmeno messo l’ordine di rimozione delle auto sotto casa della madre di Paolo Borsellino, a via D’Amelio, dove il procuratore Borsellino si recava ogni domenica pomeriggio a fare visita alla madre e alla sorella.
Ma quel che è ancor più grave: Borsellino, pubblicamente uomo rigoroso, magistrato vecchio stile, rilascia alcune dichiarazioni pubbliche inquietanti: ‘Io sono un magistrato, ma sono anche un testimone. Sono il principale amico di Giovanni Falcone. Aspetto, non vedo l’ora che mi chiami il magistrato competente sulla strage di Capaci per sentirmi’. Il procuratore della Repubblica di Caltanissetta farà passare 57 giorni senza mai sentire Paolo Borsellino. E non lo sentirà mai, perché Paolo Borsellino verrà ammazzato. E sparirà l’agenda rossa, in cui annotava riflessioni, appunti su colloqui con collaboratori di giustizia e indagini, e contenuti che riguardavano la morte del collega Giovanni Falcone e le trattative tra Stato e Mafia. Poi si scoprirà che il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Giovanni Tinebra (la cui casa è stata perquisita pochi mesi fa, soltanto, alla ricerca dell’agenda rossa), e il procuratore della Repubblica di Palermo, Piero Giammanco, erano entrambi vicinissimi ai poteri occulti. Borsellino, nel suo ultimo intervento pubblico alla biblioteca comunale di Palermo, con la voce strozzata dalla commozione, fa un passaggio inquietante: “Probabilmente, tra i principali responsabili della morte di Giovanni Falcone ci sono i giuda interni alla magistratura”.
Come tutte le guerre: bombe e trattative. Cosa Nostra manda il messaggio allo Stato. Ci sono gli attentati di Roma, Firenze e Milano. Il presidente del Consiglio Ciampi che crede a un colpo di Stato nel 1993 quando i telefoni di Palazzo Chigi diventano improvvisamente muti. L’ultimo attentato, che salta solo per un mancato funzionamento del congegno elettronico, è quello di gennaio del ’94 allo stadio Olimpico di Roma, dove doveva saltare un bus pieno di carabinieri.
Poi c’è una coincidenza e un fatto. Su questo ognuno si fa la sua opinione. Nasce un partito che segna il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica: Forza Italia. È un fatto che i due fondatori di quel partito: Marcello Dell’Utri, è condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa; Silvio Berlusconi, per il quale è in corso un processo di beatificazione, ha avuto rapporti organici con Cosa Nostra, al punto tale che aveva lo stalliere Mangano nella sua villa.
Poi, siccome sono dei filantropi, voi sapete che Silvio Berlusconi, quando è morto, ha lasciato a Marcello Dell’Utri 30 milioni di euro.
Non vi dico questo perché sono di quella parte politica, perché le considerazioni che ospitano alcuni esponenti del centrosinistra sono forse finanche peggiori. Perché la questione morale, purtroppo, è assolutamente trasversale”.



L’esperienza in magistratura
“Io sono caduto per il principio sancito dall’art.3 della nostra Costituzione: ‘La legge è uguale per tutti’. Essere mandato in Calabria, mi ha condizionato la vita. Io sono molto legato alla Calabria e sono anche un testimone del fatto che è una balla che i calabresi siano conniventi, omertosi. Io mi sono reso conto subito delle insidie che avrei avuto, soprattutto all’interno. Se, infatti, gli attacchi pesantissimi fossero arrivati da interrogazioni parlamentari, ispezioni, attacchi politici, attacchi mediatici, avrei dovuto subire dei contraccolpi, ma avrei vinto. Invece, le menti raffinatissime hanno cambiato strategia: hanno portato l’attacco all’interno dell’ordine giudiziario. Cioè, farmi fuori dall’interno, con la saldatura con i poteri esterni attraverso i poteri occulti“.
Il trasferimento forzato – “Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiama nel suo ufficio il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il procuratore generale della Cassazione, che inizia a esercitare plurime, devastanti azioni disciplinari (quindi, internamente all’ordine giudiziario. Perché, se fosse passata l’idea -che si stava insinuando- che era la politica a fermarmi, ci sarebbe stata una reazione dei cittadini). In due mesi, in un processo lampo, mi porteranno a trasferirmi per incompatibilità ambientale e funzionale. E ci sarebbe da dire anche del mio ricorso in Cassazione, cassato per una questione di termini di presentazione tardivi, nonostante avessi avvertito il mio difensore, amico di mio padre, che poi è diventato giudice e poi presidente della Corte costituzionale (che ho saputo poi avesse ricevuto una telefonata del capo del CSM Mancino).
A un certo punto, nelle indagini su cui avevamo ricostruito un sistema fondato sulla depredazione di 15 miliardi di euro, destinati alla sanità, all’acqua, alla depurazione, ai rifiuti, alle opere pubbliche. Avevamo ricostruito a chi appartenevano le società che lo drenavano: a qualunque operatore economico veniva fatto capire che non c’erano diritti, ma solo desideri che potevano essere tramutati in diritti, ma queste sono le ditte con cui lavorare, queste le persone da assumere e alle elezioni sai chi devi votare. C’erano dentro i rampolli delle famiglie di mafia laureati in Bocconi, parenti dei magistrati e delle forze dell’ordine che dovevano controllare. Indago a destra, ma anche a sinistra (alla maggioranza andava il 70% e all’opposizione il 30%). Avevo la fila di calabresi onesti fuori dalla porta. Dovevo essere demolito in tutti i modi, anche mediaticamente.
Le mie indagini toccano l’anello di collegamento tra le famiglie, gli affari, la politica, le istituzioni (purtroppo anche apparati di controllo) era un soggetto molto potente. Un politico noto, ma soprattutto un penalista molto influente. Lui era il coordinatore regionale di Forza Italia e l’uomo di Marcello Dell’Utri in Calabria. Avvocato di quasi tutti i boss della ‘ndrangheta e di tantissimi colletti bianchi. Avvocato e amico del mio procuratore.
Io devo fare una perquisizione al presidente della Regione Calabria, che era anche il vertice dell’ufficio del commissariamento sull’emergenza ambientale. Informo il procuratore della Repubblica e il procuratore aggiunto. Loro mi dicono: ‘Questi nuovi decreti li firmiamo subito. Quello del presidente, un po’ delicato, ce lo portiamo a casa e ce lo guardiamo bene’. Nel frattempo, avevamo delle intercettazioni in corso. C’è una fuga di notizie. Dopo quattro giorni, mi chiama il procuratore aggiunto e mi riconsegna il decreto non firmato, dicendo: ‘Luigi, non me la sento di firmarlo perché conosco il presidente da tanti anni’. Io dico: ‘Va bene, non ti preoccupare, vado avanti’. Il procuratore non mi dice niente, non mi restituisce il decreto. Ovviamente, quando facciamo la perquisizione, non troviamo niente. Però, menomale che avevamo quelle intercettazioni (da dire a Carletto Nordio che le intercettazioni servono!), perché scopriamo la fuga di notizie e acchiappiamo tre persone al confine tra la Lombardia e la Svizzera, con una valigetta con tre milioni e mezzo di euro in contanti.
Un anno dopo, io devo avvisare il procuratore. E allora vi pongo questo dilemma: Se avviso il procuratore, l’indagine salta. Se non avviso, siccome già ero sotto pesantissima lente su ogni cosa che facevo, mi contestano. Io non ho avvisato il procuratore. Ve lo spiego perché: lo faccio un avviso segreto, il provvedimento in cassaforte con la mia cancelliera onestissima. Nessuno viene a sapere niente. Dopo sei mesi, usciamo allo scoperto, facciamo perquisizioni, informazioni di garanzia e sequestri, anche nei confronti di questo avvocato. 36 ore dopo, il procuratore mi toglie l’indagine. Sei mesi prima, il figlio del procuratore era stato assunto nella società del suo avvocato, e il procuratore aveva dato fideiussione a garanzia dell’assunzione.
Il Consiglio Superiore della Magistratura mi condannerà alla censura con un trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale. Questo avvocato, per 12 anni, ha continuato indisturbato. Pochi anni fa, due indagini, una coordinata dal procuratore Gratteri e l’altra dal procuratore Lombardo, hanno arrestato questo avvocato per concorso esterno in associazione mafiosa ed è stato condannato a 11 anni in primo grado“.



Quando i proiettili istituzionali ti colpiscono – “A un certo punto, quando ero nell’apice dell’assalto, mi ricordavo della frase di Borsellino: ‘Vedi, Giovanni, la gente fa il tifo per noi’. Io questo lo sentivo. Quando andavo dal giornalaio, dal salumiere. Ma il sistema, se vede una persona che in quel momento è un pericolo, che cosa cerca di fare? Oltre a togliere le inchieste, oltre a cercare di trasferirti, oltre a cercare di piegarti per sempre, hanno cercato di distruggere la mia reputazione. Cercando in particolare di farmi arrestare. Pensate che in quel periodo ho avuto: 117 interrogazioni parlamentari; 5 anni di inchieste e ispezioni amministrative (primo governo Berlusconi e poi governo Prodi); processi contro di me. A un certo punto, mentre sto per finire un’udienza di sera, si avvicina un ufficiale dei carabinieri della Procura di Salerno (competente per i reati commessi dai magistrati di Catanzaro) e mi notifica un’informazione di garanzia di 16 pagine: abuso d’ufficio, reati gravissimi. Io devo dire la verità: l’unico momento in cui ho pensato al delitto perfetto (anche se non esiste): quando sono arrivato a casa e ho avuto un attimo di crollo. Ma poi mi sono liberato quando, dopo circa 10 mesi, ho concluso gli 88 verbali all’autorità giudiziaria. Hanno archiviato tutti i procedimenti nei miei confronti per l’assoluta correttezza del nostro operato e hanno aperto fascicoli con reati gravissimi nei confronti di politici, magistrati, colletti bianchi, professionisti“.
Guerra fra procure? – “Finalmente la procura di Salerno indaga i vertici della magistratura calabrese. Mentre stanno sequestrando atti in Calabria, accade una cosa che non è mai accaduta nella storia della Repubblica: i magistrati indagati, perquisiti e oggetto di sequestro indagano i magistrati che stanno indagando su di loro e si sequestrano gli atti che loro avevano sequestrato. Come se i carabinieri, durante una rapina in banca, arrestassero i carabinieri.
All’imbrunire, esce una nota del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che dice testuale: ‘Una guerra tra procure’, mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Dopo un mese e mezzo, tutti i magistrati di quell’ufficio giudiziario vengono rasi al suolo.
Luca Palamara, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati dell’epoca, ha confessato a Alessandro Sallusti (direttore del Giornale): ‘De Magistris è stato il cigno nero, un momento imprevedibile. Perché indagava sia a sinistra che a destra, non era iscritto a nessuna corrente della magistratura, e tutte le correnti erano d’accordo perché tutti i partiti erano coinvolti e perché erano indagati anche magistrati”. Sallusti chiede: ‘È mai capitato che l’Associazione Nazionale Magistrati non abbia difeso un iscritto sotto attacco?”. Palamara risponde: ‘Mai. Ma in questo caso, abbiamo avvisato il presidente della Repubblica, in quanto capo del CSM, che stavamo facendo fuori De Magistris’.
Palamara, all’epoca dei fatti, aveva invece detto: ‘Il sistema ha dimostrato di avere gli anticorpi’. Quindi, noi eravamo il virus”.


Alla fine si paga un prezzo a non avere prezzo, ma non c’è prezzo a non avere prezzo. Essere liberi è la cosa più bella, non mi hanno comprato. Non chiniamo mai la testa del potere. Siamo partigiani, scegliamo da che parte stare (per poterci guardare allo specchio).


La carriera politica – Un’ipotesi che mai avevo immaginato. Prima al Parlamento europeo, poi a Napoli… senza lobby, senza giornali, senza partiti dalla città dei rifiuti alla città più turistica d’Italia, patria dell’acqua pubblica e dei beni comuni. Sono stato il sindaco più longevo della storia di Napoli, 11 anni, con una coalizioni civica. Le ferite restano, ma ci si rialza: lo dico ai ragazzi e alle ragazze presenti.
Forse fra un anno mi ripresenterò a Napoli, come mi chiedono sempre di più, forse un progetto politico nazionale. Ma vorrei concludere con quello che dobbiamo fare non io, ma noi: come direbbe il subcomandante Marcos se il sogno lo faccio da solo rimane un sogno, se lo facciamo in tanti è la realtà che comincia a camminare.
La folla attende paziente di scambiare due parole con Luigi De Magistris, sono passate oltre due ore. I libri sono esauriti e se ne reclamano altre copie. Ci avviamo a cena, dove continuano le discussioni sulla politica (e sul futuro politico del nostro ospite), sulla realtà internazionale, sull’informazione, su Napoli e concludiamo con “Ti è piaciuta l’anisetta con la mosca allora?” “Davvero ottima”.




