Carnival of Venice, 2018

Il carnevale che non c’è. Ma c’è.

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24 febbraio 2022, ultimo giovedì di febbraio, primo giorno di carnevale. La storia, la tradizione, le voci della gente. Il “carnevale zoppo” comincia così.

(Servizi di Aldo Pizzingrilli, Filippo Ferretti, Renato Pierantozzi ed Elena Minucci)

Carnevale! Atteso, studiato, provato, programmato già dal giorno dopo quello del 2021. Poi la doccia fredda che non ti aspetti: annullato ancora una volta, in attesa di giorni migliori, o forse in estate. Sempreché questo maledetto virus si decida a lasciarci in pace.

Se le autorità hanno detto “no”, i gruppi, i vecchi affezionati della mascherata, sono andati ugualmente avanti e già da giovedì si dovrebbe vedere cosa ha dettato la loro fantasia.

Nome strano, carnevale, così da porre le più arzigogolate spiegazioni. La più ovvia deriva dal latino “carnem levare”, cioè, togliere la carne, riferito in origine al banchetto che precedeva il mercoledì delle ceneri, dal quale non era più consentito mangiar carne fino a Pasqua. Ma anche “scherzo che vale” e via via altre facezie che la dicono lunga sulla italica inventiva. Sapete, per esempio chi ha inventato i coriandoli? Nientemeno che un ingegnere, tale Enrico Mangili di Crescenzago. Tanto per non stare con le mani in mano, nel tempo libero pensò di utilizzare le carte traforate usate per l’allevamento dei bachi da seta.  

Ad aprire le danze, si fa per dire, saranno le due figure caratteristiche del carnevale ascolano, Lu sfrigne e Buonumor Favorito, inventate in corsa per dire che anche noi abbiamo le nostre, anche se non ne capisco la valenza storica. Ma sono fiducioso che, prima o poi, qualcuno me lo spiegherà.

Il Carnevale più famoso, non solo in Italia, è quello di Venezia, aperto quest’anno dalla Compagnia dei Folli, che già aveva avuto l’onore di farlo nel 2001. Folli  chi? Avrebbero detto solo qualche giorno fa gli azzeccagarbugli nostrani, oggi invece tutti sono saliti sul carro: “i’m Compagnia dei Folli”,… “Una ricchezza ascolana”…; “Io sto con i Folli”…

A parte questo inutile “mettere la firma” su qualcosa che è stato sempre ignorato, vorremmo ricordare che, quando Venezia è tornata a riparlare di Carnevale, prima con Scaparro e poi con Marco Balic, Ascoli era sulla cresta dell’onda, sia con i carri studenteschi, rincorrendo Viareggio (stupendi quelli dell’Istituto Industriale), che con le sue coloratissime maschere (indimenticabile il matrimonio di Carlo e Diana con uno stuolo di figuranti da far invidia anche a Cinecittà). In quell’anno fu riproposto “il volo della Colombina” dal campanile di San Marco, e la prima Colombina fu Katiuscia Triberi proprio della Compagnia dei Folli.

Qualche anno dopo si provò anche ad Ascoli a rimettere in piedi la tradizione e la Compagnia dei Folli propose un carnevale medioevale, se non altro per legare l’evento con la Quintana. Ma se “in trasferta” tutto diventa possibile, tra le mura amiche risulta più faticoso che scalare l’Everest. Stupirci? E per cosa? Nella sua lungimiranza ne aveva già parlato Cecco settecento anni fa:  

O madre bella, o terra ascolana

fondata fosti nel doppiato cerchio
sì che hai mutato tua natura umana, 

l’acerba setta delle genti nuove
sì t’ha condotta nel vizio soperchio: 

or ti conduca quel che tutto muove. 

Alteri, occulti son li tuoi figliuoli,

imidi in cospetto delle genti; 

invidiosi son pur tra lor soli.
O ascolani, uomini incostanti, 

tornate ne li belli atti lucenti, 

prendendo note delli primi canti, 

chè da li cieli siete ben disposti, 

ma non seguite il bene naturale 

del sito bello dove foste posti.
Fra le virtuti, pur di temperanza 

dovreste stare sotto le sue ale, 

ma no il potete se lo vizio avanza 

Fuori dalla porta sono finiti via via nel tempo nomi come Gianni Nardoni, Gabriele Cinelli, Gigi Morganti, ma anche i due che avevano fatto conoscere Castel Trosino, Gino Vallesi e Raniero Isopi. L’elenco sarebbe ancora più lungo, ma è sufficiente questo per dire come siamo lungimiranti noi ascolani.

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