La favola dello Squarcia, la prima casa dello sport ascolano

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C’era una volta lo Squarcia… Si potrebbe  cominciare così la storia dello sport ascolano, legato a doppia mandata con il vecchio campo da gioco. L’impianto è intitolato a “Ferruccio Squarcia” morto in guerra, fratello del giornalista Bruno, deceduto lo scorso anno all’età di 105 anni. 

Negli anni ’50 il fondo del terreno di gioco era in terra battuta e potete immaginare come si riduceva quando pioveva: si era costretti a giocare su 20 o 30 centimetri di fango per cui era problematico “giostrare” la palla perché s’impantanava. Non solo, ma siccome i palloni erano di cuoio, s’imbevevano di acqua e li rendeva pesantissimi. Inoltre, c’era una cucitura che faceva sporgere un laccio: quando colpi di testa quasi sempre rimediavi una ferita lacero contusa provocata dalla frustata del laccio.

Attorno al terreno di gioco c’era la pista d’atletica in carbonella dove si allenavano gli atleti dell’Asa e della Libertas. Quando uscivi dal campo si somigliava più ad un “carvenare” che ad un atleta. Capitava anche che le docce non funzionassero per cui si tornava a casa in condizioni pietose che mandavano su tutte le furie le mamme che erano poi costrette a lavare i panni insudiciati da fango e carbone. Lo Squarcia era l’unico impianto sportivo dove oltre alla prima squadra vi giovano le società che partecipavano ai campionati minori. A quei tempi l’Ascoli giocava in quarta serie, l’attuale campionato di serie “D”. Non è che le cose andassero particolarmente bene nel senso che la squadra bianconera arrancava quasi sempre nei bassifondi della classifica. Cosa che mandava su tutte le furie gli “ospiti” del Forte Malatesta che era un carcere particolarmente duro. La domenica, quando stava giocando l’Ascoli che a sua volta aveva perso la precedente partita, i detenuti approfittavano dell’ora d’aria per arrampicarsi sulle sbarre e gridare all’indirizzo dei giocatori: “Delinquenti, ve la faremo pagare quando usciamo”. 

Non sappiamo se le minacce verbali venissero raccolte da coloro che erano in campo ma di certo provocavano commenti ironici degli spettatori che condividevano la cosa. 

Quando agli inizi degli anni ’60 venne realizzato lo stadio “Cino e Lillo Del Duca” lo Squarcia accolse tutte le società dilettantistiche della città che partecipavano ai campionati minori. Poi, irruppe prepotentemente la Quintana che sfrattò il calcio per far posto al torneo cavalleresco cancellando così gli anni gloriosi del calcio ascolano e di coloro che resero possibile la formazione morale ed educativa di migliaia di giovani.  Non nasceranno più dirigenti come Sandro Anatò, Amerigo Urbanelli, Emidio Fioravanti (Middie lunghe), Mario Giordani, i fratelli Albertini o custodi dello Squarcia quali “Lu tappe”, Morgese, Pasquale, Raducchi che si spaccavano la schiena per rendere il campo… giocabile.

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