Cinema, riflessioni sulla riapertura delle sale

Davanti ai nostri cinema, prima della proiezione, c’era un’emozione palpabile e circolavano tra frequentatori abituali, gestori, amici ma anche tra sconosciuti quell’energia e quei sentimenti che, tanto più in un contesto come quello che da troppi mesi ci condiziona, l’esperienza del cinema riesce a veicolare così intensamente

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Chi si rivede, il Paris Theatre. La sala amata da Woody Allen riapre per un  mese grazie a Netflix - La Stampa

Da un po’ di giorni alcune sale cinematografiche (pochissime per la verità, a livello regionale come nazionale con quote maggiori limitate alle metropoli) hanno riaperto. Con coraggio e con quella disponibilità alla flessibilità del servizio che le circostanze esigono, e dunque proiezioni anche al mattino, spazi rigorosamente rispettosi della sicurezza, appeal dell’offerta. Questo perché il periodo successivo agli Oscar è sempre un buon momento per le sale ma in particolare perché queste prime uscite dopo mesi e mesi, per non dire un anno buono, di silenzio sono caratterizzate prevalentemente da una manciata o poco più di ottimi film. Tra questi, anche l’ultimo di Woody Allen il quale, in un’intervista per accompagnare il film, dice una cosa che per gli appassionati di cinema è risaputa ma che è sempre bene ribadire, ovvero che i film sono fatti per essere visti nelle sale cinematografiche, al buio, tra altri spettatori paganti. Chi scrive queste righe non ha mancato di celebrare la riapertura accomodandosi e spaziando con distanza sanitaria al cinema Margherita di Cupramarittima, un lunedì pomeriggio, e qualche giorno dopo al Piceno di Ascoli, due sale realmente all’avanguardia per l’intera regione. Al Piceno, peraltro, ho visto proprio il film di Woody Allen, che nell’intervista di cui sopra dice che vedere un bel film (e questo suo ultimo Rifkin’s Festival è proprio un omaggio al grande cinema europeo dei Fellini e dei Truffaut, dei Bergman e dei Godard) sul cellulare o sul pc seduti da soli su un divano significa negare l’estetica stessa del cinema e la sua dimensione sociale.

Davanti ai cinema appena citati, prima della proiezione, c’era un’emozione palpabile e circolavano tra frequentatori abituali, gestori, amici ma anche tra sconosciuti quell’energia e quei sentimenti che, tanto più in un contesto come quello che da troppi mesi ci condiziona, l’esperienza del cinema riesce a veicolare così intensamente. Oggi si usa identificare nella cinefilia l’atteggiamento maniacale e ai limiti del fanatismo con cui si consumano prodotti dell’industria audiovisuale, ma quando il termine fu coniato il cinema era ancora la maggiore forma di intrattenimento popolare, e chi – come me ragazzo negli anni Settanta – ricorda che strappare il biglietto ed entrare in sala era un mondo per entrare nel mondo, più che un’evasione, riconosce nelle due ore ritagliate da quei pomeriggi un elemento decisivo della propria formazione culturale e sentimentale.

RIFKIN'S FESTIVAL – CINEMOTION

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